Prima giornata on the road.
È ora di lasciarci alle spalle l’America delle smisurate aree metropolitane fatte di grattacieli e di luci sfavillanti che tanto colpisce l’immaginazione dell’europeo medio, e di tuffarsi a capofitto nell’altra faccia del mondo a stelle e strisce: quella dei grandi spazi, dei rettilinei senza fine, delle cittadine disperse nell’immensità dei campi, delle praterie, dei deserti.
Insomma, è ora di macinare chilometri.
Goodbye, Chicago. Hello Illinois.
Percorriamo le prima miglia della Route con una certa emozione.
Sembra passato un secolo dalla vacanza californiana del 2007, quando quella manciata chilometri di Motherroad fra Barstow e Los Angeles era stata più che sufficiente per esaltare le nostre teste surriscaldate dal sole del Nevada e portarle a concepire una piccola epopea personale: percorrere tutta la Strada 66, non importa come, non importa con chi, e tentare disperatamente di perderci nei suoi paesaggi e nella sua gente. Dopo un anno e passa di progetti dapprima buttati lì quasi per scherzo, poi campati per aria, poi via via sempre più concreti, fino ad arrivare al fatidico acquisto dei biglietti aerei.. Eccoci qua, a fare di tutto per spremere il più possibile da questa breve parentesi di totale libertà.
La prima tappa veramente significativa della viaggio: la Joliet Prison, penitenziario ormai in disuso che ha fatto da set per innumerevoli film e serie televisive. Fra i più famosi spiccano "The Blues Brothers" ( non a caso la prigione è chiamata anche "Jake's Joliet") e "Prison Break", la cui prima spettacolare stagione è a parere di chi scrive uno dei risultati più alti della storia della produzione USA. Io e Jp, noti cultori di Michael Scofield & C., ci aggiriamo gasati come palloni aerostatici, fotografando qualunque cosa.
Una trentina di miglia più avanti ci imbattiamo nel primo di una lunghissima serie di vere e proprie "pataccate" che punteggiano la Route come pietre miliari: il "Gemini Giant", un vistoso quanto inutile pupazzone verde alto 5 metri, con una faccia che a me, in pieno trip cinematografico dopo la "Joliet Prison", ricorda Mr. Tyrell di "Blade Runner"...

Nel negozietto attiguo mi bagno il gozzo con la prima Diet Coke della giornata, servitami da una pettoruta ragazzina dagli occhi pesantemente bistrati. La bizzarra Cleopatra rurale ha un aria annoiata che non la abbandona per tutta la nostra permanenza.
Divoriamo miglia su miglia, sterminati campi di granturco che scorrono a destra e sinistra. Le strade brulicano di sbirri, il che non fa che incentivare la nostra ferma intenzione di osservare i limiti di velocità con scrupolo da frati certosini.
La nostra correttezza non va molto a genio agli automobilisti locali, che invece si fanno abbondantemente beffa delle prescrizione della segnaletica verticale. Più di una volta Piotrek alla guida si trova a dover ingaggiare spielberghiane battaglie con bulli a bordo di enormi camion, che danno fiato alle trombe affinché gli cediamo il passo. Il più delle volte, vista l'evidente sporporzione delle forze in campo, il buon Pietro " The Duel" Mezzanotte è costretto ad accettare la sconfitta. Ma con fierezza, e mai senza lottare.
Pranzo da "Cracker Barrel" a base di Rib Eye Steak con mega patatona lessa simile ai bozzoli alieni di "Cocoon" ( le similitudini di matrice hollywoodiana stanno diventando un po' troppo frequenti. Che io sia malato e non riesca a filtrare la realtà se non attraverso il cinema? ). Ora, sul junk food americano si potrebbe infierire all'infinito, ma se c'è una cosa sulla quale gli yankees non hanno niente da imparare da nessuno, beh quella è la carne. La bistecca si scioglie letteralmente sui nostri palati di raffinati carnivori, ed è con difficoltà che ci alziamo dal tavolo per rimetterci in pista. A dire il vero dopo questa mangiata luculliana io avrei solo voglia di adagiare le mie stanche membra su una delle sedie a dondolo in bella mostra sotto la veranda del locale. Ma il tempo è tiranno, e soprattutto è il mio turno di guidare!
Mi installo al volante e ci porto fino a Springfield, città natale di Abramo Lincoln. Con buona pace del grande Presidente, la cittadina è piuttosto deprimente. L'unico vero motivo di interesse è il museo dedicato, guarda un po', al buon Abramo, ma quando ci arriviamo sono le 17, e il museo sta chiudendo.

Bighelloniamo un po' per il centro, interagendo in vario modo con le statue sparse in giro per le strade, sui marciapiedi, come stralunati passanti immobilizzati in pose grottesche. Jp e Pietro rischiano l'arresto per sexual harassment ai danni di una innocente fanciulla quacchera intenta a lisciare la giacca dell'impettito e onnipresente Lincoln. Foto memorabile, ma non posso pubblicarla visto l'alto contenuto erotico della stessa.
Si riparte, destinazione Collinsville, dove pernotteremo. Inganniamo il tempo giocando a un quiz di tuttologia proposto dal versatilissimo I-Phone dell'Ingegner Pigozzo, e soprattutto istigando i camionisti a dare di clacson, sporgendoci fuori dal finestrino di Barney e mimando il mitico gesto del tiro della cordicella. La maggior parte degli autisti degli space trucks non si fa pregare e dà fiato alle trombe scatenando il nostro entusiasmo.
Collinsville ci sorprende con la sua normalità: è la tipica cittadina americana da cartolina. Tutto è esattamente come il turista straniero medio se lo immagina: le case indipendenti costruite in legno dipinto color pastello, le piccole verande con vasi di fiori e altalena, i giardini ben curati e leggermente digradanti, il vialetto che conduce al garage dalla serranda bianca... C'è un'aria tranquilla e rilassata da Wisteria Lane, mentre la gente torna a casa dal lavoro e aspetta quietamente l'ora di cena. Ma Collinsville è famosa ( ??? ) poiché poco fuori c'è nientepopodimeno che la più grande bottiglia di ketchup del mondo, ovvero un grosso silos rosso dalla caratteristica forma. Non si può non restare divertiti dalla squisita assurdità dell'oggetto in questione. Non si può non riflettere su ciò che tale inutile bottiglione rappresenta, ovvero l'emblema della tendenza comune a tutti i paesi sperduti di 10.000 anime a cercare febbrilmente un modo, anche pacchiano, di farsi conoscere, di affermare la propria esistenza, di non essere semplicemente un puntolino su una carta geografica.
Ci installiamo a un Motel 6, dal quale possiamo ammirare un magnifico tramonto. Tappa da "Denny's", in un fast food i cui addetti brillano per brutto aspetto e goffaggine, il che rende estenuante l'attesa del cibo. Fortunatamente il Putto estrae dal cilindro un filosofico "Ahò, so'sssoldi", che scatena senza alcuna giustificazione apparente l'ilarità di Jp, il quale deve alzarsi dal tavolo e andarsi a fare un giro per non soffocare per le risate. La ridarella, si sà, è contagiosa, e anche noi altri iniziamo a sghignazzare senza ritegno, osservati con crescente perplessità dai sempre più goffi esercenti di Denny's. Arrivata infine la manna, tutta la cena sarà all'insegna di perfidi rigurgiti di risatine, e di battute di cattivo gusto a spese degli addetti, la cui dabenaggine rischia di scollinare nel fantozziano.
Dopo cena decidiamo di fare un salto veloce a St. Louis, città che giace sulla sponda opposta del Mississippi, il fiume sul quale Mark Twain ha ambientato le avventure di Tom Sawyer e Huck Finn, romanzi che hanno segnato la mia infanzia e quella di Pietro. Rimaniamo ammirati dal ciclopico "Millennium Arch", costruito sulla riva del fiume a guardia del confine fra Illinois e Missouri. Ci ripromettiamo di bombardarlo di fotografie l'indomani. L'attrazione senza dubbio più interessante, almeno dal punto di vista sociologico, è il magnifico stadio di baseball dei "St. Louis Cardinals", che proprio oggi hanno spezzato le reni agli incauti avversari del "Cincinnati", nel primo di una serie di tre match.
In un locale all'aperto che si affaccia sull'enorme parcheggio antistante l'arena, un gruppo di tifosi di tutte le età fa festa, cantando e ballando. Ci imbuchiamo abilmente e trascorriamo la serata a bere Budweiser, birra originaria proprio di St. Louis, della quale gli abitanti sono ovviamente orgogliosi. Il baccanale offre gustose scenette, in primis un barbone nero, imbucato a sua volta, che balla come se non ci fosse un domani. Notiamo anche un vecchietto piuttosto arzillo, che nella foga della danza si struscia senza ritegno sulle procaci ragazzotte locali, che gli danno corda piuttosto divertite.
Purtroppo la mezzanotte arriva presto, troppo presto, la musica cessa, le luci si spengono. I tifosi iniziano ad andarsene alla chetichella, per un pelo non scoppia una rissa fra una coppia di ubriachi ( con lei molto più lanciata e offensiva di lui, va detto.. ) e un gruppetto di energumeni piuttosto alticci. Ci si ferma agli insulti, sono tutti troppo in botta per alzare le mani...
E come per Cenerentola, anche per noi arriva il momento di ritirarci nelle nostre stanze per una sessione di meritato riposo.
bella springfield!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
RispondiEliminaahahah SOSSSSSOLDI!
RispondiEliminache meraviglia rileggere pian piano i racconti, tantopiu' che ora qualche dettaglio comincio a scordarlo sul serio.
non aver fretta a trascrivere, che così dura piu' a lungo sta pacchia!
ps. giusto per la cronaca credo che l'arco di San Luigi si chiami Gateway Arch, a meno che non abbia due nomi
si, il nome è quello, e ne approfitto pure per rivendicare la paternità di 'sossssoldi...'! Il Putto fu la seppur indispensabile spalla di questa stolta frase che così incredibilmente ha causato ilarità e si è insinuata nelle nostre deboli menti fino ai giorni odierni! Grazie Tombs di cuore per farci rivivere giorno per giorno questi grandi momenti...e non vedo l'ora che arrivino le giornate clou..tra cui la prossima con la Balena Blu che ancora serbo nel cuore.
RispondiEliminagrazie michele che davvero tieni vivi i ricordi con questo diario di sensazioni e immagini... E bello farcelo agognare cosi' piano piano, rimane ancora piu' emozionante riviverli...
RispondiEliminaComplimenti per il racconto, sono anni che sogno un viaggio lungo la Route 66, spero tanto di poterlo fare un giorno o l'altro, intanto sogno attraverso questi racconti.
RispondiEliminail tuo è davvero bello. grazie.
L'ho linkato su Trivago così tanti viaggiatori possono leggere il tuo racconto.