18.08.2009
Un’indigestione di emozioni, un’esperienza radicalmente catartica.
Una pietra di paragone per tutto ciò che sperimenterò nel futuro prossimo e lontano.
Ecco cos’è stato il 18 agosto 2009.
Ancora oggi, a quasi un anno di distanza, non posso che provare una sensazione di pace assoluta ogniqualvolta accendo il PC e sul desktop appare un’immagine della Monument Valley all’alba, mentre il sole inizia a reclamare il suo spazio nel cielo frastagliato dagli enormi e poetici lastroni di pietra.
Ma andiamo con ordine.
Ore 5, sveglia.
Scappare in tutta fretta dall’Holiday Inn; lottare contro il tempo, contro un’alba che credevamo un pochino più lontana; contare i giri di ruota che ti avvicinano ogni secondo di più a quello che il buon Piotrek ha promesso essere uno spettacolo mozzafiato; maledire Polizia, FBI, CIA e Pentagono per gli odiosi limiti di velocità che, nonostante l’impazienza e l’ora oggettivamente improponibile, osserviamo con religioso timore; rimanere meravigliati di fronte a paesaggi lunari che il Mezza, già esperto della zona, liquida quasi con noncuranza come semplici antipasti di ciò che la Natura ci sta per offrire;
arrivare al belvedere, trafelati, lasciare Barney parcheggiato alla bell’e meglio, per appostarci, Canon alla mano, come cecchini nipponici sul monte Suribachi; infine restare ammutoliti, marmorizzati, oserei dire annientati, di fronte alla commovente bellezza di ciò che ci si para davanti.
Ore 5.30.
Momento filosofico. Scusate, ma essendo stati là potete capirmi.
Ogni molto, un uomo si imbatte in istanti misteriosi. Sono parentesi indefinibili in cui il fortunato arriva pericolosamente vicino a una cosa talmente delicata e fragile ed effimera, che c’è da aver paura a sussurrarne il nome: si chiama “felicità”.
Sono momenti sacri fatti di immagini e di sensazioni, gocce di colore accecante su quella che di solito è un’immensa tela grigia e monotona. In un mondo perfetto potrebbero essere salvati in una cartella di quell’ingarbugliato sistema operativo che è il cervello, e recuperati nella loro pienezza ogniqualvolta sia necessario.
Per me, questo è uno di quei momenti.
E la felicità è scaturita, credo, dalla semplice e inconscia accettazione di essere una microscopica, irrilevante tessera di un mosaico inconcepibile del quale non riuscirò a comprendere la portata neanche fra un milione di anni, perché semplicemente non possiedo gli strumenti mentali adeguati. Bella scoperta, potrebbe pensare qualcuno. Retorica da quattro soldi. Può darsi. Sappiamo tutti che in fondo, nell’economia dell’esistente, contiamo quanto un acaro. Ma un conto è saperlo, un conto è avere un attimo di suprema lucidità, rendersene DAVVERO conto, e pensare: “…mi sta bene. È giusto così. Faccio parte di qualcosa di vivo, di grande. Non sono solo ”.
Me ne sono resto lì, in bambola di fronte a immani pareti rossastre, a picchi che spuntano dal nulla del deserto, e si protendono verso l’alto in una combinazione sconvolgente di potenza e grazia.
Scendo più in basso, su una lingua di terra sassosa che si protende verso i giganti. Per un inestimabile quarto d’ora mi estraneo da tutto e tutti, in solitaria contemplazione del capolavoro.
Poi ritorno su dagli altri. Sulle loro facce vedo la stessa espressione indescrivibile che deve essere tatuata sulla mia faccia.
Osserviamo gli altri turisti mattinieri, venuti a riempirsi di immensità. Fra loro spicca una donna assai minuta, che indossa un’enorme berrettone di lana. È intenta a fare esercizi di Tai Chi in bilico su due rocce.
Decidiamo di avventurarci nella Valley. Il fido Barney scende traballando il sentiero sterrato e polveroso, mentre il sole è ormai alto e irrora i muri di roccia di una tonalità sanguigna.
Per la prima parte della traversata optiamo per il rumore del silenzio. Poi qualcuno partorisce la geniale idea di mettere sullo stereo la colonna sonora di Into The Wild. La combinazione di ciò che gli occhi vedono e di ciò che le orecchie sentono è devastante. Io non sono un sentimentale, ma in più di un’occasione devo nascondermi dietro gli occhiali da sole, per mascherare ciò che minaccia di scavalcare la debole diga delle palpebre..
Foto come se ne andasse della vita, soste alle rudimentali bancarelle di venditori Navajo, dai quali facciamo incetta di collanine, braccialetti e ninnoli assortiti. Una l’ho al collo fin da allora. L’immancabile foto di gruppo.
Riemergiamo dopo tre ore, con la sensazione di avere doppiato una boa davvero importante. Quanto, ce lo diranno i posteri.
Pomeriggio.
Se non fossi stato emotivamente prosciugato dalla Monument Valley, la visione del Gran Canyon mi avrebbe messo K.O. Invece, pur ricevendo un uppercut di discreta violenza in pieno mento, riesco a restare in piedi con relativa facilità.
Il Gran Canyon, come mi disse a suo tempo l’onnisciente Starlins, amico lecchese, ridefinisce il mio concetto personale di “grande”, mentre osservo l’abisso da uno dopo l’altro degli affollatissimi punti panoramici che costellano il South Rim. In lontananza si intravede il North Rim ( 30 Km!!! ) e qualche migliaio di piedi sotto di me serpeggia il Colorado River..
Spaziale, senza dubbio. Ma nel mio confronto personale, la vittoria della Monument Valley è impietosa, per come riuscivi a sentirti parte integrante di quella cattedrale naturale, grazie soprattutto alla sapiente gestione da parte della comunità Navajo, nella cui riserva la M.V. si trova.
Al contrario, il Gran Canyon è un’attrazione turistica vera e propria e ciò inevitabilmente influisce negativamente sulla resa complessiva, visto che a momenti bisogna fare la coda per guadagnarsi uno scorcio come si deve per fare qualche preziosa foto..
Bellissimo, cmq, non mi si fraintenda. Probabilmente fare un giro in elicottero tra le gole deve essere un’esperienza clamorosa, ma:
A) Non mi sembrava il caso di spendere 200 $ e più.
B) Almeno, non per salire su un apparecchio infernale del quale ho una paura fottuta, perché se si blocca il rotore si casca come un pezzo di piombo, e saludos amigos…
Ricordo inoltre una espansiva signora di mezza età, che ha iniziato a darmi opinioni del tutto non richieste sulla stupidità di incauti turisti che si avventurano nel Canyon senza un’adeguata attrezzatura e una buona scorta d’acqua, e finiscono per morire disidratati o abbrustoliti. “People die everyday here..” dice con una pausa drammatica accuratamente studiata, seguita da sospirone, scrollo di spalle e uscita di scena carismatica. Pazza tardona arteriosclerotica…
In serata ci spingiamo fino a Seligman, a suon di Pearl Jam. Il JP cava dal cilindro una canzoncina di Taylor Swift, Love Story, che se possibile mi mette ancora più di buon umore. Ah, se mi vedesse il me metallaro dei miei 18-20 anni, quando o Iron Maiden o niente…
Siamo dilaniati, ma prima di spalmarci in branda non possiamo non concederci un paio di birrette della staffa al Black Cat, forse l’unico club del paesino di 400 anime..
Conosciamo Violette, espansiva e curiosissima signora paraplegica del New England, che ci tiene una lezione sul concetto di “heritage”, un tema sentito da moltissimi americani, frutto del melting pot che costituisce un po’ il marchio di fabbrica dei nostri amati/odiati Yankees.
Scambio quattro balle anche con Aren, ragazzone tatuato/pelato/pizzettato che sembra uscito da American History X ma che si rivela invece moooooolto rilassato e serafico, e Travis, un tizio un po’ brillo che si diverte tantissimo a sentirci parlare inglese. Fa il cuoco, ed è così simpatico che gli offro una birra.
Nel locale semivuoto entrano anche tre ragazzi di Novara, tutto sommato molto più accettabili della media degli italici incontrati fin’ora. Simpatici, stanno facendo la Route come noi. Il loro è però un viaggio più raffazzonato, non avendo i 3 moschettieri piemontesi effettuato la documentatissima ricerca da noi fatta nel periodo pre-viaggio, e non avendo stilato un programma neanche lontanamente figo quanto il nostro, modestie a parte…
Ore 23.00. Tutti orizzontali. È stata una giornata più campale di quanto tutti ci aspettassimo…