Santa Fé by day: mmmmmmmmmmm... Bocciata.
Non perché non sia carina. Non perché non sia vivibile ( anzi... ). Ma perché è così apertamente artificiale che un tipico turista europeo, abituato per lo più a girovagare per centri storici densi di atmosfere e tradizioni risalenti come minimo all'età rinascimentale, non può che esserne infastidito.
Gli edifici, dalle case, alle chiese, ai bazar sono costruiti su misura perché il visitatore medio americano possa soddisfare le sue fantasie a bagnomaria nello stereotipo più smaccato.
Mi sembrava a tal punto di stare gironzolando per un'area di Gardaland o un set hollywoodiano a tema "Once Upon A Time In Mexico", che un paio di volte mi è venuta voglia di dare due rapidi colpi di nocche alle pareti, per accertarmi che non fossero fatte di resina e cartone...
Ecco perché abbandoniamo la città senza troppi rimpianti, dopo che il Putto ha piazzato il colpo grosso, comprando un nuovo obiettivo che aumenta esponenzialmente l'arroganza della sua già cattivissima macchina fotografica.
Bernanillo. Entriamo al Silva Saloon, il locale più caratteristico e famoso dell'intero New Mexico, almeno a detta di uno degli arzillissimi vecchietti che siedono al bancone, intenti a ingurgitare il birrino del mattino. L'arsura del breve tragitto in macchina ci convince a seguire il loro esempio, e stappiamo allegramente la prima Budweiser della giornata, mentre ci guardiamo intorno incuriositi. Il locale è veramente pittoresco: straripa letteralmente di fotografie, ritagli di giornale, targhe di automobili, teste impagliate dei più svariati esemplari della fauna locale, utensili alla Davy Crockett, monili indiani... Il tutto stipato in un ordine studiatamente casuale. Dietro il bancone, c'è un delirio di bottiglie sapientemente accostate per creare un effetto caleidoscopico che manda gli occhi quasi in fusella.
Il proprietario, Felix, è un gioviale personaggio che ci mostra orgoglioso i suoi cimeli. Non appena scopre che siamo italiani, inizia a parlare spagnolo, e il prode Piotrek per l'occasione rispolvera il suo castigliano maccheronico, tenendo amabilmente testa all'ormai entusiasta gestore, che si lancia in un commovente amarcord degli inizi del locale, fondato da suo padre nel 1933, in pieno Proibizionismo, e poi preso in gestione da lui e sua sorella.
Decide che gli stiamo così simpatici che non può mandarci via a mani vuote. Ma avendo esaurito i tradizionali calendari del locale, ci regala un abominevole calendario invernale, quanto mai inadeguato a una terra come quella, e per questo divertentissimo.
Ci congediamo piuttosto euforici: in primis perché abbiamo parlato con uno dei pochi monumenti viventi della vecchia Strada Madre, in secundis perché la birra, ingurgitata a stomaco semi vuoto, ha iniziato ha iniziato a martellare amabilmente i nostri cerebri surriscaldati dall'afa soffocante.
Pranziamo da Burgerboy, un locale abbarbicato su una collinetta un po' sgangherata. Sviluppiamo fantasie pruriginose sulla giovane figlia del proprietario, un grassone dala risata perfino più grassa di lui che, se potesse leggermi la mente, probabilmente spedirebbe la pargola in convento, e me a pedate dentro il suo forno, a dorarmi allegramente insieme alle pizze..
Ore 14.00. Tinkertown, ovvero "il paese dei calderai" poco fuori Albuquerque, ovvero il trionfo del kitsch: una sorta di casa/parco/museo composto di dozzine di vetrine dietro le quali si agitano migliaia di figurine di legno, intagliate con squisita precisione e dovizia di dettagli, e inserite in scene differenti fra loro: il circo, città da Far West, un enorme ferry boat.. Ci infiliamo in cunicoli pieni di cianfrusaglie, corridoi che si aprono su ponticelli sospesi, piccole casupole piene di pupazzi, oggetti dall'uso indecifrabile, targhe che riportano detti più o meno saggi. Sembra di essere teletrasportati in una dimensione ibrida fra il covo dei Bimbi Sperduti di Peter Pan, il villaggio di Memole e una casbah.
La cosa più interessante è di gran lunga la St. Theodora, una barca ora malinconicamente alloggiata in una rimessa ma che tra il 1981 e il 1991 ha fatto il giro del mondo. Le gironzoliamo attorno incuriositi, e conosciamo Fritz, sedicente lupo di mare che l'ha condotta in tutti i mari e gli oceani del globo. La sta rimettendo a nuovo, ma si ferma volentieri per raccontarci un paio di aneddoti della sua decennale epopea. Ha l'aria da vecchia pellaccia che ne ha viste tante, ma potrebbe essere anche un magnifico ballista, per quel che ne sappiamo. Per colpire noi italici, ci racconta che il Mediterraneo, viste le dimensioni ridotte e la forza dei venti, è uno dei mari più insidiosi che ha navigato e al largo della Sardegna si è imbattuto in una tempesta talmente cazzuta che a momenti ci rimetteva la St. Theodora.
Esco da Tinkertown tutto sommato divertito, anche se per una buona mezz'ora mi sono chiesto cosa capperi ci stessimo facendo lì..
Arriviamo ad Albuquerque piuttosto piallati. La mancanza di sonno dei giorni precedenti si fa sentire. Adocchiamo la piscina del Motel 6, e basta uno sguardo per capirci. Il resto del pomeriggio verrà impiegato in una costruttiva pennichella a bordo piscina. Detto, fatto. Cinque personaggi attorno alla trentina adagiano i loro grotteschi corpi da pensionati sulle sdraio, e poltriscono pigramente fino all'ora di cena, crogiolandosi nel meritato riposo.
Si cena da Trombino ( sic!!! ) ristorante italiano. E anche qui, lo stereotipo regna sovrano, fra tende tricolore, musica "tipica" in filodiffusione, fra arie verdiane, tarantelle e tenori napoletani. La qualità del cibo è a dir poco altalenante. Tento di placare la mia voglia di pesto ordinando linguine che si rivelano discrete. Gli altri, evidentemente ancora nostalgici di quello splendore di Jenny di Clinton, ordinano nuovamente i manicotti, che si rivelano una poltiglia immangiabile.
La bellissima cameriera, una fanciulla alta dal corpicino flessuoso come un giunco e i capelli color oro purissimo, ci consiglia di fare un salto nel locale attiguo al ristorante. Accompagno Filmoya all'hotel, poi raggiungo gli altri sperando che,come in una puntata di "How I Met Your Mother", la valchiria di cui sopra entri nel locale con le sue colleghe per un drink di fine turno. Ovviamente della cameriera neanche l'ombra, in compenso i miei soci si sono già innamorati di una bellezza locale, una specie di Salma Hayek più giovane che con un paio di sorrisi ben assestati, per altro non diretti a noi, conquista i nostri cuori per sempre. O meglio, fino all'avvento della prossima regina di cuori.
Decidiamo di bighellonare un po' in giro, ma senza strafare. Facciamo un giro a piedi lungo Central Avenue, la via dei locali, poi ci installiamo al "Nob Hill" e osserviamo divertiti il bestiario autoctono: ragazzotti squinternati in compagnia di bambolone foderate da vestiti appariscenti ( un po' tanto appariscenti.. Diciamo pure da prostitute in saldo ), qualche chiassoso gruppo di chiattone in partenza verso una pista da ballo, e gli immancabili tamarri ispanici.
Particolare non da poco, riesco inconsapevolmente a brevettare un sistema di scrocco coi baristi che dà risultati a dir poco pregevoli:
A) attirare con fare amichevole l'attenzione del barista
B) ordinare una Coca Light
C) al momento della consegna, lamentarsi ad alta voce che si avrebbe una gran voglia di una buona birra, ma avendo il fato bastardo decretato diversamente, quella sera si è di turno al volante
D) in un moto di simpatia e compassione, il barista dichiara che allora la Coca è "on the house".
Lo stesso barista mi ha fornito ben tre re-fill, e non ha voluto un centesimo! Che gran paese l'America...