10.8.2009
Il programma della mattinata prevede una veloce visita a St. Louis by day.
Di fronte al nostro Motel 6 c’è un centro commerciale, dove facciamo colazione e curiosiamo un po’ in giro. Da uno dei negozi di elettronica emerge Filmoya, brandendo fiero il suo ultimo acquisto: un guitar-pad per giocare a “Guitar Hero”. Mi fa notare gasatissimo che la chitarra include anche quattro clamorosi tasti sul fondo del manico, per smanettare quanto il pezzo suonato entra in assolo… Fantastica.
Ritorniamo in città e gironzoliamo attorno al Millennium Arch. A me, che ho evidentemente letto troppi libri fantasy, ricorda uno di quegli immensi portali che conducono a dimensioni parallele, luoghi dove il fantastico è realtà quotidiana e la meraviglia va a braccetto con l’orrore..
Bombardiamo tutto di foto, diretti dalla sapiente mano del Putto.
Troviamo anche dieci minuti per sederci sulla riva del Mississippi, ad osservare un elicottero in fase d’atterraggio su una piattaforma al largo. Ci sono anche due ferryboat in stile ottocentesco ancorati su un grosso molo: si chiamano rispettivamente “Tom Sawyer” e “Becky Thatcher” come il protagonista dell’omonimo romanzo e la sua fidanzatina tutto pepe.
Nuova capatina allo stadio dei Cardinals, dei quali ci sentiamo ormai supporters a pieno titolo. Ci inforniamo nel negozio di merchandising, dove procediamo a dotarci di quel minimo sindacale di gadgets che un tifoso deve obbligatoriamente avere: i miei quattro soci acquistano gli imprescindibili cappellini. Io mi compro la palla col logo della squadra, il cui peso, completamente sproporzionato rispetto alle dimensioni dell’oggetto, si direbbe più confacente alle grosse palle di metallo incatenate alle caviglie dei forzati dickensiani.
Paolo è in palese crisi di astinenza da Starbucks. Mentre lui va a farsi una dose di frappuccino, noialtri torniamo alla piazza dove Barney ci attende pazientemente.Veniamo avvicinati da un squinternato ragazzo nero dagli occhi verde chiaro davvero inquietanti per come risaltano in contrasto con la sua pelle color dell’ebano. Scambiamo due chiacchiere con lui che, annunciandola come la sua “best performance ever”, si lancia in un’esibizione di “beat-box” durante la quale inanella un campionario di rumori ed effetti degno di uno studio di registrazione. Gli allunghiamo un dollaro a testa, che lui investe in un hamburger servitogli alla bancarella dall’altro lato della piazza dal proprietario abbrutito dalla brusca interruzione della sua pennichella. Lo osserviamo mentre si va sbracare su una panchina e sbrana il panino.

Torna Jp, ci rimettiamo in sella e abbandoniamo St. Louis. Dopo qualche decina di miglia veniamo attirati come triglie da un’indicazione messa lì proprio per adescare turisti entusiasti, e arriviamo a un negozio pieno di souvenir e chincaglierie in tema “Route 66”, gestito da una gioviale signora che metto involontariamente in estrema difficoltà nel calcolare il mio resto. Compro una bandana tamarrissima, che proteggerà la mia testolina durante le lunghe sessioni fotografiche nel deserto.
Ci infottiamo con una meravigliosa macchinetta che tramite un sistema di ingranaggi deforma un nichelino trasformandolo in una simpatica medaglietta ovale con il marchio della Route 66..
La mappa consiglia una sosta in due paesini successivi: Cuba e Rolla.
Cuba è una graziosa oggettivamente ( ??? ) famoso per i suoi wall paintings, che raccontano gli avvenimenti più significativi della storia locale, dalla guerra di Secessione in poi. Non mancano i murales che illustrano storie di vita quotidiana, di lavoro nei campi e nei frutteti, ecc.
Scambio due parole con due bionde pulzelle appollaiate in cima a due grosse scale, e intente a restaurare un enorme dipinto con sapienti pennellate di verde. Il mio genuino interesse per le mirabolanti vicende di questo vispo paesello sono ulteriormente acuite da una panoramica pressoché perfetta dei loro quarti posteriori inguainati in jeans attillatissimi..
Dopo un edificante giro in centro entriamo in un supermarket e scopriamo un esilarante reparto dove tutto costa 1 $, dagli shampoo ai test di gravidanza ( che presumo affidabilissimi ), dal bicarbonato alle cornici delle fotografie.. Non può non scattare la shopping mania. Ho il forte sospetto che il nostro raptus abbia incrementato del 16% il fatturato mensile del punto vendita, per altro del tutto sfornito di generi di prima necessità, come l’acqua, giusto per citare un prodotto irrilevante..
Abbandoniamo Cuba al suo destino, e poco più avanti ci imbattiamo in una sedia a dondolo di metallo, alta almeno 6 metri. Un oggetto meravigliosamente inutile& assurdo messo lì apposta per fare in modo che i passanti si chiedano che razza di erba si fuma chi ha avuto la pensata di costruirlo.
Guarda caso, la tappa successiva si chiama Rolla, locus amoenus il cui nome dà quanto meno da pensare: che sia un noto ritrovo di hippy e figli dei fiori dediti al consumo di canne micidiali e altre sostanze psico -atrofiche sotto il cui effetto costruire enormi sedie a dondolo nelle zone limitrofe?
No purtroppo… Trattasi di luogo abbastanza anonimo, il cui unico motivo di interesse risiede in una risibile riproduzione in formato ridotto delle rovine megalitiche di Stonehenge: un’accozzaglia di cemento che in Italia non noteremmo neppure o che qualche truzzo senza fantasia ricoprirebbe di scritte idiote tipo: “ Amò, io te 3 metri sopra il cielo”
Barney divora un’altra cinquantina di chilometri, e ci imbattiamo in una nuova Springfield, che pur non avendo dato natali a pezzi grossi, si rivela molto più carina della precedente: è la tipica cittadina provinciale autosufficiente, dove c’è tutto e non c’è niente.
Proseguiamo di slancio.
I 5 cavalieri della Route hanno ormai carburato, la sensazione è quella di essere ormai definitivamente entrati nel vivo del viaggio on the road, di stare vivendo momenti unici e indimenticabili da conservare gelosamente nella memoria. Non c’è bisogno di dirlo ad alta voce, tutti lo sappiamo, e ci sentiamo liberi e imbattibili. E quando si provano tali stati d’animo non si può tacere, si può solo iniziare a cantare. Una adeguata soundtrack di classici gentilmente fornita dal sottoscritto fornisce il pretesto per uno sfogo canterino che abbraccia pietre miliari come Under The Bridge, Patience, Wish You Were Here e l’inevitabile Nothing Else Matters.
Il sole inizia la sua discesa, la luce si attenua, il cielo vira verso le tonalità sanguigne di un tramonto che si preannuncia molto suggestivo. Un ispirato Filmoya suggerisce di sfruttarne l’atmosfera per una foto laocoontica di noi 5 abbarbicati a Barney, con Elios morente sullo sfondo. Detto, fatto, il Putto porta a casa uno scatto da antologia scolastica.
Entriamo a Carthage, meta finale della tratta odierna.
Ceniamo al Savannah, ristorante del quale siamo gli unici avventori, gestito da un gruppo di ragazzi attorno ai 20 anni.
Veniamo serviti da un giovanissimo cameriere dal fisico da judoka, zazzera color sabbia, mento di marmo, sguardo bovino, andatura rigida alla Jud Buechler ( chi se lo ricorda? Go Bulls!!! ) e gestualità da cyborg.
A un certo punto entra una ragazza alta e bionda, un bel tipino davvero, che ci saluta educatamente. Salutiamo a nostra volta, elargendole un paio di sorrisi. Facciamo due commenti, a bassa voce, brevissimi e tutt’altro che volgari. Nessun pesante apprezzamento, nessun tentativo approccio. Zero. Si materializza immediatamente il cameriere, che evidentemente aveva inserito delle microspie sotto la tovaglia, e con voce baritonale monocorde scandisce le seguenti parole in bilico fra la minaccia e la supplica: “She’s my girlfriend. Please, don’t forget it”. Ciò detto, si volta e se ne va.
Gelo.
Non sappiamo se incazzarci in quanto clienti ingiustamente maltrattati, o tacere in quanto stranieri in terra straniera, potenzialmente alla mercè di un geloso Sansone campagnolo e dei suoi soci.
Optiamo per l’indifferenza più totale. Se non altro dopo un po’ gustiamo la scenetta di lui che accompagna la sua bella fuori dal locale, cingendole la vita con fare protettivo e fissandoci con occhio spento mentre siamo impegnatissimi a sbranare bistecche..
Noi barbari italiani.. Demoniaci produttori di feromoni, in grado di sconvolgere per sempre la fragile castità della fatina bionda & pudibonda.. Manzoniani untori di lussuria, il cui unico obbiettivo vitale è compromettere la solidità diamantina di una relazione consolidata con romantiche fughe in trattore e lunghe serate passate a mondare cetrioli..
All’uscita, un altro giovane gestore e un suo amico dal sorriso sghembo ci chiedono se siamo russi, e ci informano che se vogliamo andare a “dirty sluts” loro ci sanno dare i nomi di un paio di posti niente male..
Risaliamo in macchina piuttosto perplessi.. Abbiamo per caso qualche marchio infernale stampato in fronte… Bah..
Mentre Federico, stanco dopo una giornata al volante, opta per restare in camera e giocare un po’ col suo Mac, gli altri 4 decidono di darsi al vagabondaggio.
Ci inforniamo in un Irish Pub mezzo vuoto, dove il progetto è di bersi un birrino veloce e poi adagiare le nostre stanchissime membra su un letto e ronfare. Progetto ben presto modificato, in quanto subentrano due variabili non previste:
-Reggie, barista ventitreenne che a quanto pare sa bene come intrattenere quattro fresconi
par nostro e spillarci danaro mentre ci spilla la birra..
-Un Jukebox assai insidioso, che monopolizziamo e facciamo funzionare a tutto vapore
I boccali iniziano ad accumularsi, l’entusiasmo è costantemente ad alti livelli grazie alla musica giusta e alle visioni ancora più giuste della apprezzabilissima dotazione di serie della simpatica Reggie. Io e il Putto, che chiacchieriamo animatamente con lei al bancone, veniamo ricompensati con un giro di alcol offerto dalla casa: un intruglio di birra scura e crema al whisky che ci dà una martellata in nuca. Gli altri due sono a loro volta belli allegri, e qualcuno partorisce una fantasia alcolica secondo la quale saremmo una band italiana in viaggio creativo per gli States, un gruppo di rock dal nome altisonante: gli Strappamutande, ( The Pantrippers, ma questo a Reggie non lo diciamo.. ) con la seguente formazione:
-Michele Tombini, voce
-Paolo P******, basso & back vocals
-Federico Filomia, chitarre, rimasto in hotel perché ubriaco.
-Marco Mezzanotte: tastiere e pianoforte
-Pietro Mezzanotte: batteria e percussioni, back vocals.
A onor del vero la bella Reggie, fiutando la panzana, non rimane molto colpita dalle nostre vanterie, al che un alticcio Pigozzo decide quasi di giocarsi l’asso e mostrarle la sua inestimabile foto con Rihanna, accompagnata da una elaborata balla su un pirotecnico concerto di apertura dei Pantrippers in occasione della data milanese del tour della suddetta supertopona.
Sia come sia, la barista rimane decisamente estasiata quando le diciamo che in italiano il suo nome, Regina, significa “queen”. Si gasa come poche, e per tutto il resto della serata elargisce grandi sorrisi.. e nient’altro, ovviamente.
Con la nostra baraonda attiriamo l’attenzione degli zotici avventori abituali. Scambiamo due chiacchiere con Murray, trasferitosi in Missouri dalla California, dopo avere inanellato una concatenazione di sfighe degna di Giobbe: perdita del lavoro, divorzio e chi più ne ha più ne metta.
Gli auguriamo sinceramente in bocca al lupo mentre scocca la 1.30 e il locale chiude.
Baci, abbracci e una bella foto ricordo con Reggie.
Torniamo in hotel cantando a squarciagola Bitter Sweet Symphony.Minimo due litri di birra pro capite in pancia, che si faranno sentire l’indomani… Sweet dreams.