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domenica 27 dicembre 2009

MotherRoad Chronicles - Day 8 - From Amarillo to Santa Fé

14.08.09

Risveglio in una quiete surreale.
Al Big Texan Ranch non c'è quasi più nessuno. Italiani, cinghialone, tutti partiti verso nuove mete e ulteriori bistecche.
Ancora saturi di fibre animali e nella speranza di rifarci la bocca , entriamo barcollando nel saloon che ieri sera ci ha visti protagonisti della Grande Abbuffata di ferreriana memoria. Apriamo il menù della colazione, e scopriamo con orrore che lo chef consiglia bistecchine da 8 oz per affrontare il viaggio con la giusta dose di ottimismo. Ammutoliamo, ci scambiamo una di quelle occhiate che esprimono più concetti di un romanzo di Tolstoj. 15 secondi dopo Barney sta già rombando sulla strada verso un altro ranch, il Cadillac Ranch, dove fortunatamente non servono cibo, ma automobili infisse nel terreno a culo in sù, alla mercè dei turisti grafomani e di uccelli incontinenti.



C'è un sacco di spazzatura in giro, più che altro bombolette vuote di vernice spray. Faccio una foto a un chiassoso gruppo di tedeschi di Stoccarda. Scambio due parole nell'idioma crucco con loro, loro si esaltano e iniziano a.. congratularsi fra di loro, perchè non capita spesso di trovare un Amerikaner che parla tetesco... Due particolarmente invasati si stringono la mano e poi la stringono a me..
Faccio poi una foto a una bella ragazza che tiene in braccio un neonato di nome Jayden, che se la dorme alla grande, ignaro di Cadillac, graffiti e tedeschi mitomani.
Infine mi inerpico su una Cadillac e mi faccio immortalare contro il cielo blu, in una posa che è a metà strada fra Napoleone, il Giovane Werther prima dei dolori, e un buttero napoletano..



Risaliamo in macchina. Prossima fermata Vega che, scopro casualmente, significa "prato". Trattasi di paesello tipico dove una signora texana dagli occhiali improbabili e una maglietta con la scritta "New Mexico" attacca bottone.
Sembrano gioviali, i texani: pronti alla risata grassa, amano i piaceri semplici come mangiare e bere tanto e bene; trasudano orgoglio e senso di appartenenza alla loro terra, e hanno un sistema di valori che sembra poggiare su tre incrollabili pilastri: Dio, Texas, carne,non necessariamente in quest'ordine. Al Big Texan Ranch, ad esempio, la carne viene probabilmente per prima... E una cosa è certa: da tale Weltanschauung non li distogli neanche a fucilate. Anzi, le schioppettate le rischi tu, se gli rompi l'anima.
Mezzogiorno di fuoco. Raggiungiamo Adrian che, scopro casualmente, significa "Adrian".. Ma pensa te... ( Sono proprio simpatico eh? ). Trattasi di paesello che segna l'esatta metà della Route 66, essendo perfettamente equidistante da Chicago a LA. Ovviamente c'è un negozietto di souvenir e memorabilia installato apposta per lucrare sull'inevitabile trip che si impossessa dei turisti come noi, e naturalmente cadiamo in trappola. A me resta per le mani una magnifica tazza che, giuro a me stesso, utilizzerò ogni santo mattino per fare una colazione on the road, fino a che non mi sarà cascata per terra; conoscendomi bene, credo che tale catastrofe si verificherà agli inizi di settembre..( 26/12/09, la tazza è ancora viva, e come promesso l'ho usata tutte le mattine... NdMike )



Arriviamo al confine. Bye Texas, New Mexico nice to meet you. "Nice" un paio di ciolle, perché il suddetto ci accoglie con un un paio di salve di shower rain di notevole cattiveria, mentre nuvole sempre più nere si addensano all'orizzonte.
Non tutto il male vien per nuocere, fortunatamente, e sulle note della colonna sonora di "Into The Wild" assistiamo a un suggestivo spettacolo naturale: le nuvole minacciose si sfaldano davanti ai nostri occhi in cascate torrenziali visibili a occhio nudo, che si precipitano a ristorare il suolo abitualmente riarso.
Sulla strada per Santa Rosa, il buon Piotrek riceve un SMS impagabilmente esilarante da un suo sottoposto indiano: i proprietari indiani della sua azienda, si riuniranno con inevitabile codazzo di mogli devote e figli deviati, in contemporanea mondiale alle 04.00 ora italiana presso ciascuno degli stabilimenti sparsi per il globo, al fine di officiare il rito del Pooja, e pregare affinché " il sommo Ganesh favorisca e protegga la IMES ". Il buon Datta, mittente del SMS, assurge così a idolo definitivo della vacanza, un po' come due anni fa lo era stato il voluminoso Giampierone Galeazzi. Cambiano i tempi, cambiano i numi tutelari... Segno della globalizzazione in atto, o semplicemente del fatto che certi personaggi vanno oltre ogni umana demenza.
Arriviamo a S.Rosa e facciamo tappa al Blue Hole, indicato sulla Guida come suggestivo bacino di acqua cristallina, e che si rivela in realtà una pozza minuscola ma profondissima che non serve a niente se non a sollazzare alcune chiassose famiglie ispaniche che fanno gare di tuffi dalle rocce soprastanti.
Poi Federico visita l'Auto Museum, che espone una trentina di vecchie vetture d'epoca, mentre noialtri poltriamo al bar e io divoro un gelato al catrame.
Ripartiamo rombando, la meta designata è Santa Fé. Presso Villanueva abbiamo la meravigliosa idea di abbandonare la Highway e farcela tutta su una provinciale. Scelta azzeccatissima, perché ci imbattiamo in alcuni dei più bei paesaggi visti finora: dapprima un colpo d'occhio mozzafiato della strada che prosegue verticalmente tagliando in due l'altopiano fino all'orizzonte; poi una serie di scorci spettacolari mentre ci addentriamo in una regione di ripide colline boscose, fino ad attraversare il mitico fiume Pecos.



A Santa Fé alloggiamo all'imprescindibile Super 8 e ci concediamo un paio d'ore di meritato ozio, che sfrutto guardando il discorso tenuto da Mr. Obama a Belgrade, Montana, a proposito della chiacchieratissima riforma sanitaria che sta per essere presentata al Congresso. Ora, io non so se il ragazzo giovane bello e abbronzato sia un uomo di sostanza oppure uno tutto chiacchiere e distintivo, ce lo dirà la storia. Tuttavia è un dato di fatto che parla con una semplicità, una convinzione e un carisma che gli odierni politici nostrani non hanno, neppure il Silvio nazionale, che dell'aria fritta ha fatto uno stile di vita.

Seratone movimentato, con finale da cardiopalma.
Ceniamo al "Cow Girl", dove giunoniche cameriere in camicia annodata sotto le boobs, minigonna di jeans, stivaloni e cappello da cow boys servono i clienti. Esaltati da tutto quel ben di dio, veniamo ovviamente agganciati dall'unico cameriere maschio del locale. L'atmosfera del locale è molto piacevole, alimentata da una countryband che suona dal vivo con un buon tiro e una discreta acustica. Il leader del gruppo è un inevitabile cantante/chitarrista figaccione, letteralmente divorato con gli occhi da una serie di vistose tardone in tenuta da rimorchio, e impegnate a ballare come se non ci fosse un domani.



Bighelloniamo un po' per la città, e scoviamo un posticino niente male, il "Fusion", che si compone di due piani: di sopra lounge bar con terrazza e luci soffuse, dove una serie di sedicenti comici professionisti si esibiscono inanellando battute sconce; di sotto discoteca infestata da un bestiario eterogeneo di bonazze ( poche ) e catamarani ( molti ), qualche travestito e un'orda di tamarri e guappi dalle pupille a spillo grazie all'abuso di una qualche sostanza illecita. Tutto sommato però l'atmosfera è rilassata, e il materiale sul quale lavorare, seppur non abbondante, c'è. Peccato che il nostro "mojo" questa sera sia un po' appannato, e non dà risultati apprezzabili. Mi sorge il dubbio che a remare contro sia nientepocodimeno che il sommo Ganesh, evidentemente insoddisfatto dalle risibili preghiere dei capi di Piotrek.. Risultato: due rimbalzi; il primo assorbito con classe da JP da simpatica rossina di nome Madison, la quale però tra una chiacchiera e l'altra gli offre pure un drink; il secondo preso da me grazie a una biondina apparentemente dolce, che mi spegne con malagrazia al primissimo approccio. Bitch... Indi per cui, la si butta sull’alcol e si tira fino alle tre, ballando e sparando cazzate.
Ma Ganesh non ha ancora finito con noi.. Ci avviamo verso l'hotel, cantando a squarciagola, Federico alla guida. Dietro di noi, minacciose luci azzurre squarciano il buio, e la quiete della notte viene dilaniata dal più atroce degli ululati di caccia: proprio così, veniamo blindati da una pattuglia di sbirri.
Gelo.
Accostiamo, diligenti come gattini alla mercè di un dobermann. Filmoya, che ha effettivamente bevuto un paio di birrette confidando nella buona sorte, subisce una paralisi pressoché totale del cavo orale e risponde a monosillabi alle domande dell’agente, un pelato dai modi spicci che, come da copione, infila la torcia all’interno del nostro abitacolo accecandoci tutti. Siamo rei, a suo dire, di avere proceduto per alcuni metri a cavallo della linea bianca che separa le due carreggiate.
“Quando hai bevuto l’ultima birra?”
“Due ore fa” Prima palla del Filmoya, con voce spenta da consumato giocatore di poker.
“Di che marca era? ” Federico va in fusella, interviene Sua Diplomazia Dott. Ing. Cav. Pigozzo: “Era alla spina”
Qualche altra domanda, Pigoz para i colpi e la corte decide infine di essere clemente. Se avessero fatto il palloncino al Filmoya… Mioddio, eravamo ancora là.
Invece possiamo ritornare in hotel elevando voti e ringraziamenti al sommo dio elefante che oggi con noi, in fin dei conti, ha solo voluto baloccarsi un pochino..

giovedì 24 dicembre 2009

Merry Christmas!

Buon Natale, soci!



 



venerdì 11 dicembre 2009

Gli Stati della Route secondo Buffa

In attesa degli...attesissimi ulteriori episodi del diario di Tombs, vi (e mi, visto che non li ho ancora ascoltato) propongo degli speciali stato-per-stato che Federico Buffa ha fatto negli scorsi mesi per non so bene quale sito.. calcolando la venerazione assoluta che ho in lui in quanto commentatore Nba ma anche Tuttologo in assoluto, mi aspetto grandi cose.
Vediamo se ripeschiamo qualche opinione comune... (e tra l'altro mi sembra di aver intravisto anche delle belle foto)

[noto ora che in realtà non ci sono tutti gli stati.. peccato, ero curioso dell'opinione su Missouri e Oklahoma]













lunedì 30 novembre 2009

So'sssoldi

Si commenta da solo

mercoledì 25 novembre 2009

Tre Mesi Dopo

Tre mesi fa come oggi finiva quella che anche a freddo e col senno di poi, credo di poter classificare come la migliore vacanza di sempre - anche se odio un po' la definizione perchè comunque le vacanze possono essere di molti tipi e a loro modo uniche e imparagonabili.




La cosa che maggiormente mi convince che sia stata LA vacanza è il tipo di nostalgia che provo ancora adesso, a piu' di 100 giorni dalla partenza: sento una FOTTUTA nostalgia. Ovvio che la si prova dopo ogni vacanza, ma non è mai stata così forte. Mi manca tutto.
Lo spirito da road trip, impareggiabile.
La compagnia, una miscela perfetta, rodata in passato e al tempo stesso re-interpetata e ancora meglio.
I paesaggi diversissimi lungo i 18 giorni.
La strada.
LA strada, intesa come la Route.. un ammasso di kilometri dove non c'è niente di particolare se si escludono pacchianate di ogni tipo, ma che nel complesso è affascinante fino alla morte. La strada sempre in posa.
La libertà di scegliere dove andare.
I lunghi km passati a pensare nel posto del pensatore là dietro, o a sparare cazzate con gli altri.
Il dubbio se prendere un bacon cheeseburger da Carl's Jr o un bacon cheeseburger da Burger Boy. O la Pizza Hut.
Uscire dalla stanza di motel alle 9.30 di mattina, pronti a salire su Barney sapendo a grandi linee dove si sta andando ma senza averne un'idea precisa. Senza volerla avere. Pronti a scoprire ogni singolo negozio, stradina, personaggio, diner, motel che il caso, la guida, l'istinto o la strada stessa ci porteranno a incontrare.
Le serate di ogni tipo, dalla birra con Jack a Holbrook ai balli al Cadillac Ranch al turismo a grana grossa camminando per metropoli o paeselli, magari senza anima ma allo stesso tempo ognuna con una loro personalità, da St. Louis a Barstow, da Chi-town a Santa Fe.
L'incredibile giornata e serata di Las Vegas.
L'impareggiabile nottata di San Diego.
E sì, pure gli ultimi due giorni, stanchi e un po' ripetitivi, nella comunque sempre attraente Los Angeles.
Mi manca sentire la musica ad occhi chiusi in quel cazzo di minivan, sentendoti leggero, libero, rilassato.. su una strada che hanno fatto migliaia di persone da tutto il mondo.
Mi manca fare il checkin al Super8.
I personaggi meravigliosi, dall'ingenuità dell'entroterra agli snobbish californiani, dai ottuagenari pilastri della Route ai ragazzini già sovrappeso.




L'arcobaleno semplicemente indimenticabile a Villanueva, l'alba alla Monument Valley, le luci delle macchinette succhiasoldi nel casino del [inserisci hotel di Las Vegas], l'alba sulla spiaggia di San Diego, la visuale dal 96simo piano dell'Hancock Center, i fan dei Cardinals a St. Louis, l'acqua del Mississipi, la polizia a Santa Fe, le palme di Venice Beach, il caldo di Tulsa, il primo metro di asfalto alla guida di Barney fuori dall'O'Hare Airport di Chicago, e l'ultimo, tristissimo, a LAX.

Potrei andare avanti TRANQUILLAMENTE e SENZA SFORZO, per ore.
No joking.
Credo che basti come giustificazione per descriverla come LA vacanza.
Divertimento, turismo, paesaggio, risate, emozioni, pop culture, mondanità,paeselli d'altri tempi, non mi e' mancata davvero nessun tipo di emozione, tornassi indietro non saprei come renderla migliore, anche se avessi la bacchetta magica. Si' forse andrei in piscina a Las Vegas un po' prima.. Ma vuoi mettere finire ubriachi ancora prima di cena??

Unico lato negativo: STO MALE, a pensare di aver già fatto una vacanza simile. Di non averne, NON ANCORA,  un'altra all'altezza che mi aspetta, che mi fa svegliare ogni mattina pensando "beh se non altro, tra X giorni me ne vado sulla Route". E di mattine in cui mi sono svegliato con quel pensiero (anche in giornate in cui ero di ottimo umore anche per altri motivi eh, sia chiaro, non solo nei giorni meno motivati) l'anno scorso ce ne sono state moltissime.




Mi manchi dannatamente, fottuta strada sempre in posa.
Vorrei dimenticarti subito, per poter tornare da te come se fosse la prima volta.
Ma poi no, vorrei dimenticare miliardi di altre cose, prima di perdere i ricordi di quelli che realisticamente sono stati i 17 migliori giorni di vacanza della mia vita.

domenica 22 novembre 2009

MotherRoad Chronicles - Day 7 - From Oklahoma City to Amarillo

Mai, mai, MAI acquistare ciambelle in negozietti patacconi come quello in cui ci intrufoliamo per placare i morsi della fame… Unte come il peccato, pesanti come la colpa, ci accompagneranno per tutta la giornata fermentando nei nostri stomaci martoriati. Nel mio, almeno…

Assecondiamo poi la passione del Putto e bighelloniamo per un po’ all’interno di un fornitissimo negozio di fotografia, un Elisio della transazione economica di quelli che esistono solo negli Stati Uniti, dal quale un appassionato adeguatamente fornito di contante può portarsi a casa qualunque cosa desideri, incluso un mignolo imbalsamato di Louis Daguerre.

Da questo un Eden del consumatore il buon Marco esce infatti dopo tre quarti d’ora di fallimentare contrattazione e affannosa ricerca, con le pive nel sacco e piuttosto contrariato per i prezzi tutt’altro che competitivi…

Rapido giro di Oklahoma City. Visitiamo un area dedicata alla memoria delle vittime di un attentato di matrice islamica nel 1995. L’area è rettangolare, delimitata da due enormi portali di lucido marmo nero, separati da una vasca di acqua bassa, ai lati della quale ci sono da una parte le lapidi metalliche dedicate ai defunti e dall’altra l’albero che simboleggia i sopravvissuti.


Su un lato esterno del monumento c’è una statua di Cristo che piange, e un muro ricoperto da un reticolo sul quale sono appesi oggetti appartenuti alle vittime, e lasciati lì in loro ricordo.. Trovo una bellissima poesia scritta da un papà e una mamma alla giovane figlia ventiquattrenne. Esprime un dolore così composto e pieno di speranza, che è impossibile non restarne colpiti.



Questo è per me uno dei momenti più autenticamente emozionanti dell’intero viaggio, ancora più prezioso perché totalmente inaspettato..

Brevissima parentesi: un aspetto del popolo americano che ammiro davvero molto è la capacità di celebrare quotidianamente la propria storia, mantenendo vivo e imperituro il ricordo di chi quella storia l’ha costruita o, come in questo caso, subita. Penso sia uno dei molteplici aspetti del grande senso di appartenenza alla loro nazione e ai valori ad essa connaturati. Un fattore, sia detto come semplice constatazione senza alcuna velleità disfattista, sul quale di sicuro non fa perno la nostra italianità, al di là di quanto possa (e debba) affermare il Presidente della Repubblica ogni santo 2 giugno…

Durante la visita, io e Pigoz incrociamo un espansivo personaggio che ci racconta della ex fidanzata peruviana che abita a Roma: un po’ po’ di ragazza che lui ha rivisto l’anno scorso, dopo anni di lontananza e, testuali parole, OH LA LA!

Lasciamo Oklahoma City, e ci inoltriamo in quello che un tempo era territorio indiano, un’immensa pianura dove scorrazzava il popolo pellerossa verso il quale sentiamo innegabilmente una grande affinità elettiva: gli Ar(r)apaho.

A Clinton c’è un gran bel museo dedicato, guarda un po’, alla Route 66. Visita obbligatoria. Le pataccate si sprecano, ma la parte che trovo più interessante è sicuramente una stanza piena di foto d’epoca che creano una piacevolissima atmosfera vintage.

Mi colpisce molto un racconto in prima persona, dal tono sognante e fanciullesco, che parla di un ragazzino che portava acqua agli operai intenti a costruire la strada. La prima volta lui l’aveva portata al suo papà che lavorava a giornata, e il capo cantiere lo aveva notato, gli aveva dato un penny e gli aveva detto che nei giorni seguenti ci sarebbero stati altri penny ad aspettare lui e i suoi amichetti, se avessero portato da bere a tutti i lavoratori.


Nella boutique dei souvenir, io e Jp acquistiamo finalmente un bellissimo libro sulla Route, che lumavamo da quando il Putto qualche giorno prima ne aveva acquistata l’unica copia disponibile presso il negozio fuori St. Louis.

Ora di pranzo. Di fronte al museo c’è un ristorante italiano, Adamo’s, con un insegna che spaccia per piatto tipico dello Stivale dei fantomatici “Manicotti”. Non resistendo alla curiosità, e desiderosi di spegnere per sempre l’inferno di unto e glassa che ancora imperversa dentro noi, lo eleggiamo sede della rituale abboffata di mezzogiorno.

All’entrata veniamo folgorati dalla commovente bellezza di Jenny, la cameriera che sta servendo una pittoresca coppia di mezza età che avevamo già notato al museo.

Ci innamoriamo in blocco, indi ci sediamo, ordiniamo i famigerati manicotti, e constatiamo con sorpresa malcelata che non solo sono commestibili, ma sono pure discretamente buoni… Anche se ad onor del vero Jenny avrebbe potuto servirci nel piatto della biada per cavalli e noi l’avremmo mangiata senza fiatare, trovandola buona come l’ambrosia…

Lasciamo una mancia generosa, venendo ricompensati da uno di quei sorrisi che ti si marchiano a fuoco nell’anima, per non uscirne più.. … Ok, ok, sono troppo ridondante, quasi parnassiano... Ma Dio, che incredibile pezzo di figliuola…

Il pomeriggio trascorre vagabondando per i vari paesi fantasma che punteggiano la Route, che hanno nomi pittoreschi come “Texola” o “McClean”.


Nel negozio di alimentari di uno di questi sperduti insediamenti, attacco bottone con un monumentale poliziotto texano, un gioviale incrocio fra Chuck Norris e Andre The Giant, che mi spiega nel dettaglio come funziona la super sfida che si tiene ogni giorno al Big Texan Ranch di Amarillo, dove pernotteremo. La sfida in questione consiste nell’ingurgitare entro un’ora un’irrilevante bistecca da 72 oz., (all’incirc 2,2 Kg), con contorno di patatona lessa, cocktail di gamberi e altre atrocità; chi ce la fa senza morire vince il pasto gratis, l’iscrizione nell’Albo della Gloria, e fama eterna; chi non ci riesce deve sganciare 72 bei dollaroni, uno per ogni oz... C'è addirittura un pazzo che ce l'ha fatta in 9 minuti e mezzo...



Riunitomi ai miei soci, scopro che non sono l’unico ad avere fatto incontri con personaggi bizzarri. Tra biker vari, vecchietti che girano per le strade in sella a macchine tagliaerba e benzinai con faccia da serial killer, ce ne sarebbe abbastanza per scrivere un nuovo capitolo di The Texas Chainsaw Massacre..

Finalmente Texas, sicuramente uno degli Stati più evocativi e famosi dell’unione. Pianura, pianura e solo pianura.

Al Ranch, constatiamo con orrore la presenza di un nutritissimo numero di nostri compatrioti. Ci osserviamo con sospetto, quasi con fastidio e stiamo bene attenti a non mescolarci, nonostante gli yankees provvedano a ghettizzarci, sistemandoci tutti nella stessa ala del variopinto motel attiguo al ristorante, così che anziché ad Amarillo sembra di essere nel quartiere Testaccio.

Ci guardiamo in giro, divertiti per lo spettacolo: parcheggi pieni di Harley Davidson, Cadillac con corna taurine innestate sopra il radiatore, un enorme manzo di plastica all’entrata del ristorante e un cartello recante un moto nel quale è racchiuso il dogma cardine di questo stato a dir poco eccessivo: “ Everything in bigger in Texas ”.



Attorno a noi risate, vanterie, gruppi chiassosi di personaggi pittoreschi intenti a tazzare birra texana in attesa della cena a base di carne foderata di carne e ripiena di carne. All’interno di un gruppo particolarmente casinista individuiamo un losco figuro sbracato su una sedia a dondolo, che deve essere indubbiamente il ras dell’intera zona: cranio lucido come una palla da biliardo, cipiglio a metà fra il gioviale e il brutale, pizzettone biondo rossiccio, collo taurino, panza da sultano e una cattiveria potenziale da far paura. Il “cinghialone”, tiene banco fra i suoi soci, come un monarca rilassato dal chiacchiericcio dei suoi cortigiani. Mi dispiace, non ho sue foto a disposizione, perché avevo paura di venire sgamato e di subire una punizione alla Hostel.

Entriamo al ristorante, dove la pacchianeria è una religione: tiri a segno, animali impagliati, pareti ricoperte da foto di sparatorie, targhe commemorative, oggetti indiani, paccottiglia di tutti i tipi. Nella sala da pranzo è magnificamente riprodotto ( in grande, of course ) il clima del tipico saloon da Far West.

Birra texana a fiumi e musica country suonata da un arzillo terzetto itinerante di vecchietti animano la serata e mantengono alto il livello di allegria. Camerieri vestiti da rancheros e cameriere vestite da prostitute con ampie gonne e camicette a sbuffo, girano per i tavoli prendendo le ordinazioni o spingendo i carrelli carichi di piatti stracolmi.


Al centro della sala, c’è lei, la leggendaria pedana con il tavolo della sfida. Ed è occupato! Un ragazzotto che avrà la nostra età è intento a ingurgitare quanta più carne possibile. Ha le braccia lorde di sugo e intigolo sanguinolento, gli occhi che corrono dal cronometro che scorre inesorabile al suo piatto che, povero lui, è ancora pieno di carne. Ha uno sguardo spento e fisso a un chilometro, sta probabilmente sperimentando una crisi mistica e da alcuni poderosi sollevamenti del suo petto pare prossimo a condividere col pubblico il chilo abbondante di fibre animali da lui ingollate poco prima. Fortuna che di fianco al tavolo c’è un bidone di plastica che potrebbe rivelarsi presto molto utile… A un certo punto si arrende, collassa sulla sedia, riceve un caloroso applauso e un bombardamento di foto, dopodiché scompare nel bagno ad alleggerirsi..


Dopo questo spettacolo indegno ordiniamo delle modeste bistecche da 24 oz, ovvero quasi otto etti di roba. Noi non siamo mica così ingordi..

Poco dopo, un altro avventore sfida il locale. Il capo cuoco sale sulla pedana e blatera qualcosa in texano stretto. Lo sfidante viene presentato, applaudito e fotografato. Si accomoda come un pascià gli viene portata una bistecca di dimensioni agghiaccianti, lui ne saggia la cottura, annuisce, fa partire il cronometro e si lancia all’assalto con la costanza e la metodicità di un soldato della Wehrmacht. Dopo averlo accecato di flash, tutti tornano al proprio tavolo, e lo lasciano in pace. Lance ( così ribattezzato per l’evidente somiglianza con Armstrong ) ha deciso di adottare un inadeguato approccio da mezzofondista, sminuzzando la bestia in piccoli pezzi e imboccandosi continuamente. Ostenta sicurezza, ma anche lui verrà pietosamente sconfitto.

Nel frattempo il primo cuore impavido riemerge dal bagno, e si siede ad un tavolo a poca distanza da noi, da dove fino a poco prima i suoi due soci, un ragazzo squinternato quanto lui e una bella fanciulla mora, lo sfottevano simpaticamente.

Vado a conoscerlo. Si chiama Chris, mi racconta che è stato in Francia e Spagna quando era nell’esercito e che rimpiange di non avere visitato l’Italia. Quando gli dico che sono italiano si esalta: “That’s awesome, man!” , mi tira una pacca sulla schiena che a momenti mi fa sboccare addosso a Filmoya, e mi regala una piccola riproduzione in plastica dell’assurdo veicolo con il quale gira l’America per lavoro: una enorme hot-dog machine, sulla quale, in compagnia dei due colleghi, sponsorizza la più famosa marca americana di hot dog.

Cacciamo quattro balle, poi i tre si avviano barcollando verso l’uscita. Li vediamo mentre salgono su una delle “free limos” a disposizione dei clienti troppo dilaniati per tornare a casa da soli.

Una mezz’ora dopo anche noi ci spalmiamo sulla branda. Sono pieno come un uovo. Mi addormento pregando la divinità della carne di farmi evitare una notte da tregenda. NON verrò esaudito.


martedì 17 novembre 2009

Uno sbiadito ricordo???

No un vividissimo ricordo , ragazzi vi regalo l'ultima creazione fotografica che ho partorito, ricorderete tutti la rainstorm di Villanueva, il taglio della foto è assolutamente vecchio, ma le emozioni che provo riguardandola son sempre vivissime, la foto domani concluderà la presentazione fotografica sulle note di Hard Sun di Vedder.. si ho modificato il tutto e vi mandero' presto la versione definitiva... Cavolo quanto fottutissimamente mi manca lo svegliarmi con quel senso di indefinito, con quella curiosità per tutto cio' che ci aspettava, io voglio assolutamente ripartire ... Vabbè basta cosi' senno' mi viene il magone... Ci vediamo presto spero assolutamente prima di Natale un abbraccio ragazzi !!!!

martedì 10 novembre 2009

Spot

Magari sono fissato io, ma mi sembra di riconoscere un paio di squarci di questo spot della Punto..

mercoledì 4 novembre 2009

MotherRoad Chronicles - Day 6 - From Carthage to Oklahoma City

12.08.2009

Premessa: in tutte le vacanze on the road arrivano inevitabilmente giornate senza particolari highlights; tappe che potremmo definire “strutturali”, ovvero di transizione verso luoghi e paesaggi più interessanti.. Dato che la tecnologia di cui oggi disponiamo non ci ha (ancora) dotati della capacità di teletrasportarci da un posto a un altro, il viaggiatore entusiasta è obbligato sorbirsi questi lunghi tratti di strada tutto sommato anonimi, a malapena degni di nota, ma che hanno l’innegabile pregio di condurre verso nuovi ed eccitanti capitoli dell’avventura sull’asfalto.
Sapete che vi dico? VA BENE COSì.
In un viaggio c’è bisogno anche di parentesi di quiete, in cui un vagabondo trova il tempo di riflettere su quanto di nuovo ed inconsueto si è da poco lasciato alle spalle, di riordinare un po’ immagini e impressioni per trarne qualche insegnamento o, se si sente particolarmente coraggioso, di ripercorrere addirittura gli errori del passato in funzione delle scelte del futuro.. La strada aiuta a pensare, specie se non c’è altro da fare che macinare chilometri.
Inoltre, senza giornate strutturali non ci sarebbero giornate eccezionali, quelle in cui il cervelletto febbricitante è sottoposto a un tale bombardamento di input da rischiare il crash del sistema.
Questo detto, mi sia concesso aggiungere che:

- Trattasi di “giornata strutturale” sulla Route 66, e scusate se è poco.

- La monotonia delle ore di macchina è stata ampiamente riscattata da una serata fenomenale, almeno per chi di noi poteva innaffiarsi il gozzo. Povero Piotrenka…

- In 18 giorni di viaggio, 2 di transizione ( il tragitto da San Diego a Los Angeles mi ha quasi ucciso.. J ) sono un compromesso per il quale avrei firmato a priori col sangue.


Ma andiamo con ordine.

In mattinata, dopo la colazione, facciamo conoscenza con una dolcissima coppia di arzilli vecchietti, che ci rivolgono la parola dopo avere sentito per caso l’italico idioma: lei, distinta signora innamorata di Roma; lui, veterano della guerra di Korea, il cui bisnonno è originario di Fabriano, ovvero luogo che ha dato i natali ai cugini Mezzanotte! La coincidenza è a dir poco incredibile… L’anziano si gasa da far paura, e si mette a raccontare di come il bisnonno in questione avesse trovato in America tre baldi giovani disposti a sposare le sue tre adorabili figlie marchigiane, che avevano perciò raggiunto il padre per dare inizio alla dinastia oltreoceano..

Smaltita la sorpresa, ci portiamo parecchio avanti, e incontriamo i primi leggendari gagliardetti dipinti in bianco sull’asfalto granuloso.
Fugace mordi e fuggi attraverso lo stato del Kansas. Oltrepassiamo paesini fantasma, composti da fatiscenti edifici di legno. Non c’è un anima in giro, ma la cosa non ci sorprende più di tanto: visto che l’attività principale da queste parti sembra essere l’estrazione del carbone, gli abitanti devono essere tutti infornati in miniera a darci dentro con trapano e piccozza..

Pranzo da Mattie’s una steak house attorniata da vetture pittoresche e pick up giganteschi. La specialità della casa sembra essere l’hamburger in versione diesel: il canonico paninazzo rigurgitante grassi che alla sola vista fa scoppiare in lacrime il fegato martoriato; il primo morso non è niente di che, sopracciglia si inarcano con disappunto; al terzo morso il palato canta un’aria di Placido Domingo; all’ultimo boccone devi prenderti a schiaffi per non ordinarne un altro. Mentre i miei soci divorano estasiati i loro burgers, io ripiego su dei bocconcini di pollo che, anziché grigliati come speravo, sono ricoperti da un’armatura fritta di 3 cm di spessore..

Bye Kansas, welcome to Oklahoma. Il nuovo stato si presenta come una smisurata pianura spezzata da boschetti e piccoli stagni nella quale, notiamo con crescente sgomento, ci sono pochissimi esemplari del nostro animale guida: il pingue e pacifico manzo yankee .
“Mucche, dove siete?” geme il Putto sull’orlo delle lacrime. Ma oramai la notizia delle nostre barbare scorrerie mangerecce deve essersi sparsa fra la locale popolazione bovina, i cui numerosi esemplari devono essere fuggiti per salvare le loro inutili vite di produttori di sterco e metano, cedendo i pascoli invitanti a sparuti gruppetti di cavalli, i quali ci osservano con ottusa arroganza, certi di farla franca.. Non date nulla per scontato, sciocchi equini..

Poco prima di arrivare a Tulsa deviamo per vedere la famosa (?) balena blu, che si rivela un discutibile ammasso di tubi, assi di legno e cartapesta trattata, collocato in uno stagno dalle acque melmose.. Una vera boiata dipinta alla bell’e peggio, che avrebbe trovato spazio forse solo nello sventurato parco giochi di Garlate, previo consiglio comunale con confronto all’arma bianca fra partigiani di opposti schieramenti. Nonostante la delusione, decido di arrampicarmi sulla coda del mammifero, salendo la scala a pioli con tutta l’agilità concessa a un quasi trentenne soprappeso, con lo stomaco pieno di coca cola e pollo fritto.

Tulsa si rivela una delusione. La città cantata da Eric Clapton in “Living On Tulsa Time” è un’accozzaglia di palazzoni amministrativi accatastati su una grossa collina oppressa da una calura soffocante. Ciondoliamo un po’ per le strade, smaniando per il caldo. La cosa più interessante che trovo è la statua variopinta di un pinguino hippie in una fontana prosciugata..
È necessario sopravvivere, indi per cui per placare l’arsura ci inforniamo in un negozio il cui commesso si rivela uno sfegatato fan di calcio. Mai nella mia vita avrei pensato di dissertare della competitività della nazionale Usa a Sud Africa 2010 con un tifoso dell’Aston Villa in insulso negozio di un’insulsa città dell’Oklahoma. Salutiamo il giovane fanatico dopo esserci sorbiti una sua teoria sulla nascente scuola americana di portieri, facente capo all’ormai leggendario Toni Meola. Succhiamo bibite ghiacciate come gorghi, poi decidiamo di fuggire a gambe levate da questo locus horribilis.
Well, sono disposto ad accettare la possibilità che forse siamo stati un po’ ingenerosi nei confronti di Tulsa. Magari arrivando di sera avremmo potuto immergerci in una realtà completamente diversa, palpitante di vita e di interessi.. Dicono che da queste parti si tenga una delle 10 migliori Oktoberfest del mondo.. Ma come disse il biondo Marshall Mathers, tutto quello che abbiamo è “one shot, one opportunity”, e Tulsa con noialtri l’ha malamente sprecata..

Ci addentriamo in una regione collinare, la MotherRoad segue le ondulazione del terreno in una specie versione agreste di roller coaster californiano..
Sulla nostra Bibbia della Route 66 i miei soci individuano una foto molto interessante scattata alle porte di Chandler, a due passi da noi: un bel simbolo della Route, un cane che attraversa la strada. Il demone della fotografia si impossessa di un paio di noi, e scatta immediata la ricerca della location, per piazzare un paio di scatti di classe. L’esito dei nostri sforzi è spettacolarmente fallimentare, dello scorcio in questione neppure l’ombra.. Azzardiamo deviazioni su strade secondarie, ci avventuriamo addirittura sullo sterrato, in luoghi che andrebbero benissimo per girare il sequel di Non aprite quella porta.. Ma niente da fare..
Mentre i compagni si dannano per trovare il sunnominato set fotografico, io me ne sto in fondo al van, comodamente installato in quello che abbiamo ribattezzato “il pensatoio”, a godermi il paesaggio e la musica di sottofondo, cullandomi in uno stato di totale beatitudine ( ma allo stato mentale del viaggiatore on the road parlerò diffusamente nel post di epilogo )

Sono ormai le 19 passate quando arriviamo al punto di interesse seguente, una stazione di servizio di nome Pop’s. Il motivo per cui è segnata sulla Guida è che sul prato antistante c’è un cumulo di grossi cerchi di plastica sovrapposti concentricamente a formare la sagoma di un’enorme bottiglia, con tanto di cannuccia.
La bizzarra attrazione è visivamente carina di sera, quando i cerchi si illuminano di colori fosforescenti che risaltano nell’oscurità. Purtroppo quest’oggi fratello sole ha deciso di prendersela con calma e, dopo una buona mezz’ora di sosta per berci una delle atroci bibite del chiosco dal design ultramoderno, è ancora sufficientemente alto nel cielo da indurci a decidere che in fin dei conti possiamo fare a meno delle foto del bottiglione illuminato e che abbiamo necessità molto più impellenti, ovvero una doccia e del cibo.

Rotta per Oklahoma City, dunque, che risulta fortunatamente molto più interessante di Tulsa. Non che ci volesse granché, onestamente. Scusa John Starks.
Le premesse a dire il vero sono sconfortanti: rituale installazione al Super 8 di turno, la gentile signora alla reception ci informa candidamente che a OC non c’è granché da fare..
Cinque minuti dopo l’onestissima signora mi ricompare davanti per confessare che si è accorta di averci dato 10 $ in meno di resto, e mi porge una banconota profondendosi in scuse.. Io, povero imbecille offertosi come cassiere, non me ne ero neppure accorto..
Entriamo famelici a Bricktown, il quartiere dei divertimenti, con aspettative ridotte al lumicino e la guardia abbassata.. E Oklahoma City, bontà sua, ci piazza sul piatto le sue “attrazioni”, con una combinazione devastante di destro-sinistro che ci mette ko!

Ceniamo da Hooter’s. All’entrata veniamo accolti da un “Hiiiiiii” modulato da un coro di voci flautate che ci introducono in quello che senza timore di venir smentito definirei un nido di fate, che svergogna senza difficoltà ogni locale della stessa catena che abbia avuto l’onore di averci per clienti. Ovunque ci giriamo c’è solo bellezza, fanciulle snelle come giunchi ma dalle forme piene e sode, volti degni di una romanza incorniciati da serici capelli biondi da o impertinenti boccoli bruni…
Non voglio aggiungere altro, se non che trascorrerei la mia intera vita a far sorridere Kirsten.
Veniamo serviti da Jessica, una morettina tutto pepe di 19 anni dal sorrisino malizioso e dai solidi argomenti strizzati in una canottierina bianca in evidente difficoltà. Mentre mangiamo osserviamo le semidee si aggirano con grazia per il locale, intrattenendo i clienti o ridendo e confabulando fra loro.
Nel frattempo scambiamo due chiacchiere con Jessie, la cui cortesia mi sembra onestamente preconfezionata, della serie “cerchiamo di spremere questi gonzi il più possibile..” Ci chiede se anche gli italiani in Italia escono durante il loro tempo libero, ci dice che non è mai stata fuori dall’Oklahoma e che sta organizzando con una amica di fare un fine settimana a Denver, in Colorado. Quando ci informa che se vogliamo possiamo avere una maglietta di Hooter’s firmata da tutte loro, la poesia svanisce del tutto.. Rifiutiamo gentilmente.

È ora di andare. Abbandoniamo le tortorelle al loro destino e ci rituffiamo nel sordido mondo. Non possiamo fare a meno di ribadire che una catena di locali sulla falsariga di Hooter’s sarebbe impensabile nello Stivale: vista la famigerata buona educazione del maschio italico medio, dopo dieci minuti dal primo giorno di apertura avremmo come minimo un principio di rissa e una denuncia per molestie.. Senza contare che le cameriere verrebbero da subito bollate come prostitute dagli zotici avventori e mercificatici del corpo femminile da qualche volpina femminista o da qualche prelato dal naso aquilino…

Dopo dieci metri ci imbattiamo in un Coyote Ugly. Oltrepassiamo con lo sguardo il buttafuori, una ragazza in piedi sul bancone sta intrattenendo la folla dei clienti, mentre dal soffitto pende una foresta di reggiseno.
Ok, si entra. Veniamo ricompensati da un tipico spettacolo nazionalpopolare dagli ingredienti eterogenei: danza, sensualità, giocosità, un pizzico di volgarità… Piacenti fanciulle si alternano nell’intrattenimento, ancheggiando sul bancone, ballando alla cowboy, coinvolgendo i presenti in giochi di gruppo come “mimo”, “indovina la canzone” ecc.
Si susseguono scenette esilaranti, come lo shoot out a colpi di Liquidator, i cui getti vengono generosamente elargiti da una brunetta in shorts di jeans, gilet e stivali da cavallerizza. Ne fa le spese il sottoscritto, ovviamente, che si becca un paio di schizzi in pieno petto…
Un tale meno fortunato viene colpito nell’occhio e la pistolera lo apostrofa con un significativo: “Ops, I gotcha in the eye? Well, now you know how it feels like!|” Battuta sconcissima che scatena una risata cosmica..
Immancabili momenti hot, fra strusciamenti vari tra bariste, e shottini di superalcolici infilati in bocca alle clienti già alticce durante bizzarre parodie di riti sacrificali..

Ho in corpo un mezzo gallone di Budweiser. Anche gli altri ci danno dentro, tranne il povero Pietro che è di turno alla guida. Intravedo il buon Pigozzo che è riuscito abilmente ad attaccare bottone con una biondina. Mi lascio trasportare dal pirotecnico finale: la soundtrack si fa più rockeggiante e dagli altoparlanti si riversa un dittico da paura: “Paradise City” dei Guns e “Wherever I May Roam” dei Four Horsemen, cantate con trasporto da tutto il locale, bariste comprese.. Ma quando mi ricapita???

Tutto euforico ottengo una foto con una delle ragazze, ma subito dopo mi trovo di fronte il grosso buttafuori nero che mi fa: “ How come you didn’t ask me too?” Risate generali, poi tutti in posa per una foto anche con lui.

Mentre torniamo in hotel mi perdo in discorsi blasfemi da ubriaco, fra battesimi, oscurantismo clericale e maschilismo imperante in Italia.. Chiedete a Jp per maggiori delucidazioni, io non ricordo granché…

domenica 18 ottobre 2009

Yes Man

ciao ragazzi, giusto per interrompere il digiuno di post.. stasera ho rivisto Yes Man, e oltre a confermarlo come ottimo film ci sono state diverse scene che mi hanno ricordato il nostro viaggio, essendo esplicitamente ambientato a Los Angeles.
Come non ricordare infatti l'Osservatorio Griffith della nostra ultima giornata americana...



E poi mentre cercavo codesta foto sono incappato in codesto sito con tutte le filming location della pellicola, e mi sono accorto che l'hotel dove si svolgono i convegni è un hotel sulla N. Highland Ave. pochi metri a nord dell'Hollywood&Highland e del Kodak Theatre (in particolare se vi ricordate poco piu' in su di dove vi ho trascinati per farvi vedere un attimo quel murales con Chaplin e il bikini).




Niente, su mille film che ho visto e che rivedrò con scene che mi ricordano il nostro viaggio, questo era uno dei primi. Ah un mesetto fa ho rivisto Forrest Gump... ovviamente riconoscete il paesaggio...


domenica 4 ottobre 2009

MotherRoad Chronicles - Day 5 - From Collinsville to Carthage

10.8.2009

Il programma della mattinata prevede una veloce visita a St. Louis by day.
Di fronte al nostro Motel 6 c’è un centro commerciale, dove facciamo colazione e curiosiamo un po’ in giro. Da uno dei negozi di elettronica emerge Filmoya, brandendo fiero il suo ultimo acquisto: un guitar-pad per giocare a “Guitar Hero”. Mi fa notare gasatissimo che la chitarra include anche quattro clamorosi tasti sul fondo del manico, per smanettare quanto il pezzo suonato entra in assolo… Fantastica.
Ritorniamo in città e gironzoliamo attorno al Millennium Arch. A me, che ho evidentemente letto troppi libri fantasy, ricorda uno di quegli immensi portali che conducono a dimensioni parallele, luoghi dove il fantastico è realtà quotidiana e la meraviglia va a braccetto con l’orrore..
Bombardiamo tutto di foto, diretti dalla sapiente mano del Putto.

Troviamo anche dieci minuti per sederci sulla riva del Mississippi, ad osservare un elicottero in fase d’atterraggio su una piattaforma al largo. Ci sono anche due ferryboat in stile ottocentesco ancorati su un grosso molo: si chiamano rispettivamente “Tom Sawyer” e “Becky Thatcher” come il protagonista dell’omonimo romanzo e la sua fidanzatina tutto pepe.

Nuova capatina allo stadio dei Cardinals, dei quali ci sentiamo ormai supporters a pieno titolo. Ci inforniamo nel negozio di merchandising, dove procediamo a dotarci di quel minimo sindacale di gadgets che un tifoso deve obbligatoriamente avere: i miei quattro soci acquistano gli imprescindibili cappellini. Io mi compro la palla col logo della squadra, il cui peso, completamente sproporzionato rispetto alle dimensioni dell’oggetto, si direbbe più confacente alle grosse palle di metallo incatenate alle caviglie dei forzati dickensiani.
Paolo è in palese crisi di astinenza da Starbucks. Mentre lui va a farsi una dose di frappuccino, noialtri torniamo alla piazza dove Barney ci attende pazientemente.Veniamo avvicinati da un squinternato ragazzo nero dagli occhi verde chiaro davvero inquietanti per come risaltano in contrasto con la sua pelle color dell’ebano. Scambiamo due chiacchiere con lui che, annunciandola come la sua “best performance ever”, si lancia in un’esibizione di “beat-box” durante la quale inanella un campionario di rumori ed effetti degno di uno studio di registrazione. Gli allunghiamo un dollaro a testa, che lui investe in un hamburger servitogli alla bancarella dall’altro lato della piazza dal proprietario abbrutito dalla brusca interruzione della sua pennichella. Lo osserviamo mentre si va sbracare su una panchina e sbrana il panino.

Torna Jp, ci rimettiamo in sella e abbandoniamo St. Louis. Dopo qualche decina di miglia veniamo attirati come triglie da un’indicazione messa lì proprio per adescare turisti entusiasti, e arriviamo a un negozio pieno di souvenir e chincaglierie in tema “Route 66”, gestito da una gioviale signora che metto involontariamente in estrema difficoltà nel calcolare il mio resto. Compro una bandana tamarrissima, che proteggerà la mia testolina durante le lunghe sessioni fotografiche nel deserto.
Ci infottiamo con una meravigliosa macchinetta che tramite un sistema di ingranaggi deforma un nichelino trasformandolo in una simpatica medaglietta ovale con il marchio della Route 66..

La mappa consiglia una sosta in due paesini successivi: Cuba e Rolla.
Cuba è una graziosa oggettivamente ( ??? ) famoso per i suoi wall paintings, che raccontano gli avvenimenti più significativi della storia locale, dalla guerra di Secessione in poi. Non mancano i murales che illustrano storie di vita quotidiana, di lavoro nei campi e nei frutteti, ecc.
Scambio due parole con due bionde pulzelle appollaiate in cima a due grosse scale, e intente a restaurare un enorme dipinto con sapienti pennellate di verde. Il mio genuino interesse per le mirabolanti vicende di questo vispo paesello sono ulteriormente acuite da una panoramica pressoché perfetta dei loro quarti posteriori inguainati in jeans attillatissimi..

Dopo un edificante giro in centro entriamo in un supermarket e scopriamo un esilarante reparto dove tutto costa 1 $, dagli shampoo ai test di gravidanza ( che presumo affidabilissimi ), dal bicarbonato alle cornici delle fotografie.. Non può non scattare la shopping mania. Ho il forte sospetto che il nostro raptus abbia incrementato del 16% il fatturato mensile del punto vendita, per altro del tutto sfornito di generi di prima necessità, come l’acqua, giusto per citare un prodotto irrilevante..
Abbandoniamo Cuba al suo destino, e poco più avanti ci imbattiamo in una sedia a dondolo di metallo, alta almeno 6 metri. Un oggetto meravigliosamente inutile& assurdo messo lì apposta per fare in modo che i passanti si chiedano che razza di erba si fuma chi ha avuto la pensata di costruirlo.

Guarda caso, la tappa successiva si chiama Rolla, locus amoenus il cui nome dà quanto meno da pensare: che sia un noto ritrovo di hippy e figli dei fiori dediti al consumo di canne micidiali e altre sostanze psico -atrofiche sotto il cui effetto costruire enormi sedie a dondolo nelle zone limitrofe?
No purtroppo… Trattasi di luogo abbastanza anonimo, il cui unico motivo di interesse risiede in una risibile riproduzione in formato ridotto delle rovine megalitiche di Stonehenge: un’accozzaglia di cemento che in Italia non noteremmo neppure o che qualche truzzo senza fantasia ricoprirebbe di scritte idiote tipo: “ Amò, io te 3 metri sopra il cielo”
Barney divora un’altra cinquantina di chilometri, e ci imbattiamo in una nuova Springfield, che pur non avendo dato natali a pezzi grossi, si rivela molto più carina della precedente: è la tipica cittadina provinciale autosufficiente, dove c’è tutto e non c’è niente.
Proseguiamo di slancio.
I 5 cavalieri della Route hanno ormai carburato, la sensazione è quella di essere ormai definitivamente entrati nel vivo del viaggio on the road, di stare vivendo momenti unici e indimenticabili da conservare gelosamente nella memoria. Non c’è bisogno di dirlo ad alta voce, tutti lo sappiamo, e ci sentiamo liberi e imbattibili. E quando si provano tali stati d’animo non si può tacere, si può solo iniziare a cantare. Una adeguata soundtrack di classici gentilmente fornita dal sottoscritto fornisce il pretesto per uno sfogo canterino che abbraccia pietre miliari come Under The Bridge, Patience, Wish You Were Here e l’inevitabile Nothing Else Matters.
Il sole inizia la sua discesa, la luce si attenua, il cielo vira verso le tonalità sanguigne di un tramonto che si preannuncia molto suggestivo. Un ispirato Filmoya suggerisce di sfruttarne l’atmosfera per una foto laocoontica di noi 5 abbarbicati a Barney, con Elios morente sullo sfondo. Detto, fatto, il Putto porta a casa uno scatto da antologia scolastica.

Entriamo a Carthage, meta finale della tratta odierna.
Ceniamo al Savannah, ristorante del quale siamo gli unici avventori, gestito da un gruppo di ragazzi attorno ai 20 anni.
Veniamo serviti da un giovanissimo cameriere dal fisico da judoka, zazzera color sabbia, mento di marmo, sguardo bovino, andatura rigida alla Jud Buechler ( chi se lo ricorda? Go Bulls!!! ) e gestualità da cyborg.
A un certo punto entra una ragazza alta e bionda, un bel tipino davvero, che ci saluta educatamente. Salutiamo a nostra volta, elargendole un paio di sorrisi. Facciamo due commenti, a bassa voce, brevissimi e tutt’altro che volgari. Nessun pesante apprezzamento, nessun tentativo approccio. Zero. Si materializza immediatamente il cameriere, che evidentemente aveva inserito delle microspie sotto la tovaglia, e con voce baritonale monocorde scandisce le seguenti parole in bilico fra la minaccia e la supplica: “She’s my girlfriend. Please, don’t forget it”. Ciò detto, si volta e se ne va.
Gelo.
Non sappiamo se incazzarci in quanto clienti ingiustamente maltrattati, o tacere in quanto stranieri in terra straniera, potenzialmente alla mercè di un geloso Sansone campagnolo e dei suoi soci.
Optiamo per l’indifferenza più totale. Se non altro dopo un po’ gustiamo la scenetta di lui che accompagna la sua bella fuori dal locale, cingendole la vita con fare protettivo e fissandoci con occhio spento mentre siamo impegnatissimi a sbranare bistecche..
Noi barbari italiani.. Demoniaci produttori di feromoni, in grado di sconvolgere per sempre la fragile castità della fatina bionda & pudibonda.. Manzoniani untori di lussuria, il cui unico obbiettivo vitale è compromettere la solidità diamantina di una relazione consolidata con romantiche fughe in trattore e lunghe serate passate a mondare cetrioli..
All’uscita, un altro giovane gestore e un suo amico dal sorriso sghembo ci chiedono se siamo russi, e ci informano che se vogliamo andare a “dirty sluts” loro ci sanno dare i nomi di un paio di posti niente male..
Risaliamo in macchina piuttosto perplessi.. Abbiamo per caso qualche marchio infernale stampato in fronte… Bah..
Mentre Federico, stanco dopo una giornata al volante, opta per restare in camera e giocare un po’ col suo Mac, gli altri 4 decidono di darsi al vagabondaggio.
Ci inforniamo in un Irish Pub mezzo vuoto, dove il progetto è di bersi un birrino veloce e poi adagiare le nostre stanchissime membra su un letto e ronfare. Progetto ben presto modificato, in quanto subentrano due variabili non previste:
-Reggie, barista ventitreenne che a quanto pare sa bene come intrattenere quattro fresconi
par nostro e spillarci danaro mentre ci spilla la birra..
-Un Jukebox assai insidioso, che monopolizziamo e facciamo funzionare a tutto vapore
I boccali iniziano ad accumularsi, l’entusiasmo è costantemente ad alti livelli grazie alla musica giusta e alle visioni ancora più giuste della apprezzabilissima dotazione di serie della simpatica Reggie. Io e il Putto, che chiacchieriamo animatamente con lei al bancone, veniamo ricompensati con un giro di alcol offerto dalla casa: un intruglio di birra scura e crema al whisky che ci dà una martellata in nuca. Gli altri due sono a loro volta belli allegri, e qualcuno partorisce una fantasia alcolica secondo la quale saremmo una band italiana in viaggio creativo per gli States, un gruppo di rock dal nome altisonante: gli Strappamutande, ( The Pantrippers, ma questo a Reggie non lo diciamo.. ) con la seguente formazione:
-Michele Tombini, voce
-Paolo P******, basso & back vocals
-Federico Filomia, chitarre, rimasto in hotel perché ubriaco.
-Marco Mezzanotte: tastiere e pianoforte
-Pietro Mezzanotte: batteria e percussioni, back vocals.
A onor del vero la bella Reggie, fiutando la panzana, non rimane molto colpita dalle nostre vanterie, al che un alticcio Pigozzo decide quasi di giocarsi l’asso e mostrarle la sua inestimabile foto con Rihanna, accompagnata da una elaborata balla su un pirotecnico concerto di apertura dei Pantrippers in occasione della data milanese del tour della suddetta supertopona.
Sia come sia, la barista rimane decisamente estasiata quando le diciamo che in italiano il suo nome, Regina, significa “queen”. Si gasa come poche, e per tutto il resto della serata elargisce grandi sorrisi.. e nient’altro, ovviamente.

Con la nostra baraonda attiriamo l’attenzione degli zotici avventori abituali. Scambiamo due chiacchiere con Murray, trasferitosi in Missouri dalla California, dopo avere inanellato una concatenazione di sfighe degna di Giobbe: perdita del lavoro, divorzio e chi più ne ha più ne metta.
Gli auguriamo sinceramente in bocca al lupo mentre scocca la 1.30 e il locale chiude.
Baci, abbracci e una bella foto ricordo con Reggie.
Torniamo in hotel cantando a squarciagola Bitter Sweet Symphony.Minimo due litri di birra pro capite in pancia, che si faranno sentire l’indomani… Sweet dreams.

domenica 27 settembre 2009

Volevo condividere..

Sono in treno da Roma a Milano, dove ieri sera per lavoro sono stato ad un hotel a cinque stelle che pero non era davvero niente di che e allora istantaneamente ho avuto un flash, un'illuminazione: mi sono ricordato della fortissima sensazione provata appena entrati nella megasuite del Palms Place...

Vi ricordate che esaltazione? Che stupore? Che piacere nello scoprire ad ogni angolo girato un LCD, un letto, una vasca, un camino, un balcone?
Come dei bambini alla prima volta a Gardaland!
Ancora carichi dal giro in macchina sullo strip, dalla botta di caldo della Hover Dam e dalla stanchezza, dalla voglia di fare una serata pazza nella città del peccato..

Niente, volevo condividere con voi la dolceamara riscoperta, ornai 40 giorni dopo, di quel fortissimo momento di emozione ed esaltazione quasi infantile!


domenica 20 settembre 2009

MotherRoad Chronicles - Day 4 - From Chicago to Collinsville

10.8.2009


Prima giornata on the road.

È ora di lasciarci alle spalle l’America delle smisurate aree metropolitane fatte di grattacieli e di luci sfavillanti che tanto colpisce l’immaginazione dell’europeo medio, e di tuffarsi a capofitto nell’altra faccia del mondo a stelle e strisce: quella dei grandi spazi, dei rettilinei senza fine, delle cittadine disperse nell’immensità dei campi, delle praterie, dei deserti.
Insomma, è ora di macinare chilometri.
Goodbye, Chicago. Hello Illinois.

Percorriamo le prima miglia della Route con una certa emozione.
Sembra passato un secolo dalla vacanza californiana del 2007, quando quella manciata chilometri di Motherroad fra Barstow e Los Angeles era stata più che sufficiente per esaltare le nostre teste surriscaldate dal sole del Nevada e portarle a concepire una piccola epopea personale: percorrere tutta la Strada 66, non importa come, non importa con chi, e tentare disperatamente di perderci nei suoi paesaggi e nella sua gente. Dopo un anno e passa di progetti dapprima buttati lì quasi per scherzo, poi campati per aria, poi via via sempre più concreti, fino ad arrivare al fatidico acquisto dei biglietti aerei.. Eccoci qua, a fare di tutto per spremere il più possibile da questa breve parentesi di totale libertà.

La prima tappa veramente significativa della viaggio: la Joliet Prison, penitenziario ormai in disuso che ha fatto da set per innumerevoli film e serie televisive. Fra i più famosi spiccano "The Blues Brothers" ( non a caso la prigione è chiamata anche "Jake's Joliet") e "Prison Break", la cui prima spettacolare stagione è a parere di chi scrive uno dei risultati più alti della storia della produzione USA. Io e Jp, noti cultori di Michael Scofield & C., ci aggiriamo gasati come palloni aerostatici, fotografando qualunque cosa.


Una trentina di miglia più avanti ci imbattiamo nel primo di una lunghissima serie di vere e proprie "pataccate" che punteggiano la Route come pietre miliari: il "Gemini Giant", un vistoso quanto inutile pupazzone verde alto 5 metri, con una faccia che a me, in pieno trip cinematografico dopo la "Joliet Prison", ricorda Mr. Tyrell di "Blade Runner"...

Nel negozietto attiguo mi bagno il gozzo con la prima Diet Coke della giornata, servitami da una pettoruta ragazzina dagli occhi pesantemente bistrati. La bizzarra Cleopatra rurale ha un aria annoiata che non la abbandona per tutta la nostra permanenza.

Divoriamo miglia su miglia, sterminati campi di granturco che scorrono a destra e sinistra. Le strade brulicano di sbirri, il che non fa che incentivare la nostra ferma intenzione di osservare i limiti di velocità con scrupolo da frati certosini.
La nostra correttezza non va molto a genio agli automobilisti locali, che invece si fanno abbondantemente beffa delle prescrizione della segnaletica verticale. Più di una volta Piotrek alla guida si trova a dover ingaggiare spielberghiane battaglie con bulli a bordo di enormi camion, che danno fiato alle trombe affinché gli cediamo il passo. Il più delle volte, vista l'evidente sporporzione delle forze in campo, il buon Pietro " The Duel" Mezzanotte è costretto ad accettare la sconfitta. Ma con fierezza, e mai senza lottare.

Pranzo da "Cracker Barrel" a base di Rib Eye Steak con mega patatona lessa simile ai bozzoli alieni di "Cocoon" ( le similitudini di matrice hollywoodiana stanno diventando un po' troppo frequenti. Che io sia malato e non riesca a filtrare la realtà se non attraverso il cinema? ). Ora, sul junk food americano si potrebbe infierire all'infinito, ma se c'è una cosa sulla quale gli yankees non hanno niente da imparare da nessuno, beh quella è la carne. La bistecca si scioglie letteralmente sui nostri palati di raffinati carnivori, ed è con difficoltà che ci alziamo dal tavolo per rimetterci in pista. A dire il vero dopo questa mangiata luculliana io avrei solo voglia di adagiare le mie stanche membra su una delle sedie a dondolo in bella mostra sotto la veranda del locale. Ma il tempo è tiranno, e soprattutto è il mio turno di guidare!

Mi installo al volante e ci porto fino a Springfield, città natale di Abramo Lincoln. Con buona pace del grande Presidente, la cittadina è piuttosto deprimente. L'unico vero motivo di interesse è il museo dedicato, guarda un po', al buon Abramo, ma quando ci arriviamo sono le 17, e il museo sta chiudendo.

Bighelloniamo un po' per il centro, interagendo in vario modo con le statue sparse in giro per le strade, sui marciapiedi, come stralunati passanti immobilizzati in pose grottesche. Jp e Pietro rischiano l'arresto per sexual harassment ai danni di una innocente fanciulla quacchera intenta a lisciare la giacca dell'impettito e onnipresente Lincoln. Foto memorabile, ma non posso pubblicarla visto l'alto contenuto erotico della stessa.

Si riparte, destinazione Collinsville, dove pernotteremo. Inganniamo il tempo giocando a un quiz di tuttologia proposto dal versatilissimo I-Phone dell'Ingegner Pigozzo, e soprattutto istigando i camionisti a dare di clacson, sporgendoci fuori dal finestrino di Barney e mimando il mitico gesto del tiro della cordicella. La maggior parte degli autisti degli space trucks non si fa pregare e dà fiato alle trombe scatenando il nostro entusiasmo.

Collinsville ci sorprende con la sua normalità: è la tipica cittadina americana da cartolina. Tutto è esattamente come il turista straniero medio se lo immagina: le case indipendenti costruite in legno dipinto color pastello, le piccole verande con vasi di fiori e altalena, i giardini ben curati e leggermente digradanti, il vialetto che conduce al garage dalla serranda bianca... C'è un'aria tranquilla e rilassata da Wisteria Lane, mentre la gente torna a casa dal lavoro e aspetta quietamente l'ora di cena. Ma Collinsville è famosa ( ??? ) poiché poco fuori c'è nientepopodimeno che la più grande bottiglia di ketchup del mondo, ovvero un grosso silos rosso dalla caratteristica forma. Non si può non restare divertiti dalla squisita assurdità dell'oggetto in questione. Non si può non riflettere su ciò che tale inutile bottiglione rappresenta, ovvero l'emblema della tendenza comune a tutti i paesi sperduti di 10.000 anime a cercare febbrilmente un modo, anche pacchiano, di farsi conoscere, di affermare la propria esistenza, di non essere semplicemente un puntolino su una carta geografica.


Ci installiamo a un Motel 6, dal quale possiamo ammirare un magnifico tramonto. Tappa da "Denny's", in un fast food i cui addetti brillano per brutto aspetto e goffaggine, il che rende estenuante l'attesa del cibo. Fortunatamente il Putto estrae dal cilindro un filosofico "Ahò, so'sssoldi", che scatena senza alcuna giustificazione apparente l'ilarità di Jp, il quale deve alzarsi dal tavolo e andarsi a fare un giro per non soffocare per le risate. La ridarella, si sà, è contagiosa, e anche noi altri iniziamo a sghignazzare senza ritegno, osservati con crescente perplessità dai sempre più goffi esercenti di Denny's. Arrivata infine la manna, tutta la cena sarà all'insegna di perfidi rigurgiti di risatine, e di battute di cattivo gusto a spese degli addetti, la cui dabenaggine rischia di scollinare nel fantozziano.

Dopo cena decidiamo di fare un salto veloce a St. Louis, città che giace sulla sponda opposta del Mississippi, il fiume sul quale Mark Twain ha ambientato le avventure di Tom Sawyer e Huck Finn, romanzi che hanno segnato la mia infanzia e quella di Pietro. Rimaniamo ammirati dal ciclopico "Millennium Arch", costruito sulla riva del fiume a guardia del confine fra Illinois e Missouri. Ci ripromettiamo di bombardarlo di fotografie l'indomani. L'attrazione senza dubbio più interessante, almeno dal punto di vista sociologico, è il magnifico stadio di baseball dei "St. Louis Cardinals", che proprio oggi hanno spezzato le reni agli incauti avversari del "Cincinnati", nel primo di una serie di tre match.

In un locale all'aperto che si affaccia sull'enorme parcheggio antistante l'arena, un gruppo di tifosi di tutte le età fa festa, cantando e ballando. Ci imbuchiamo abilmente e trascorriamo la serata a bere Budweiser, birra originaria proprio di St. Louis, della quale gli abitanti sono ovviamente orgogliosi. Il baccanale offre gustose scenette, in primis un barbone nero, imbucato a sua volta, che balla come se non ci fosse un domani. Notiamo anche un vecchietto piuttosto arzillo, che nella foga della danza si struscia senza ritegno sulle procaci ragazzotte locali, che gli danno corda piuttosto divertite.

Purtroppo la mezzanotte arriva presto, troppo presto, la musica cessa, le luci si spengono. I tifosi iniziano ad andarsene alla chetichella, per un pelo non scoppia una rissa fra una coppia di ubriachi ( con lei molto più lanciata e offensiva di lui, va detto.. ) e un gruppetto di energumeni piuttosto alticci. Ci si ferma agli insulti, sono tutti troppo in botta per alzare le mani...

E come per Cenerentola, anche per noi arriva il momento di ritirarci nelle nostre stanze per una sessione di meritato riposo.