lunedì 30 novembre 2009
mercoledì 25 novembre 2009
Tre Mesi Dopo
La cosa che maggiormente mi convince che sia stata LA vacanza è il tipo di nostalgia che provo ancora adesso, a piu' di 100 giorni dalla partenza: sento una FOTTUTA nostalgia. Ovvio che la si prova dopo ogni vacanza, ma non è mai stata così forte. Mi manca tutto.
Lo spirito da road trip, impareggiabile.
La compagnia, una miscela perfetta, rodata in passato e al tempo stesso re-interpetata e ancora meglio.
I paesaggi diversissimi lungo i 18 giorni.
La strada.
LA strada, intesa come la Route.. un ammasso di kilometri dove non c'è niente di particolare se si escludono pacchianate di ogni tipo, ma che nel complesso è affascinante fino alla morte. La strada sempre in posa.
La libertà di scegliere dove andare.
I lunghi km passati a pensare nel posto del pensatore là dietro, o a sparare cazzate con gli altri.
Il dubbio se prendere un bacon cheeseburger da Carl's Jr o un bacon cheeseburger da Burger Boy. O la Pizza Hut.
Uscire dalla stanza di motel alle 9.30 di mattina, pronti a salire su Barney sapendo a grandi linee dove si sta andando ma senza averne un'idea precisa. Senza volerla avere. Pronti a scoprire ogni singolo negozio, stradina, personaggio, diner, motel che il caso, la guida, l'istinto o la strada stessa ci porteranno a incontrare.
Le serate di ogni tipo, dalla birra con Jack a Holbrook ai balli al Cadillac Ranch al turismo a grana grossa camminando per metropoli o paeselli, magari senza anima ma allo stesso tempo ognuna con una loro personalità, da St. Louis a Barstow, da Chi-town a Santa Fe.
L'incredibile giornata e serata di Las Vegas.
L'impareggiabile nottata di San Diego.
E sì, pure gli ultimi due giorni, stanchi e un po' ripetitivi, nella comunque sempre attraente Los Angeles.
Mi manca sentire la musica ad occhi chiusi in quel cazzo di minivan, sentendoti leggero, libero, rilassato.. su una strada che hanno fatto migliaia di persone da tutto il mondo.
Mi manca fare il checkin al Super8.
I personaggi meravigliosi, dall'ingenuità dell'entroterra agli snobbish californiani, dai ottuagenari pilastri della Route ai ragazzini già sovrappeso.
L'arcobaleno semplicemente indimenticabile a Villanueva, l'alba alla Monument Valley, le luci delle macchinette succhiasoldi nel casino del [inserisci hotel di Las Vegas], l'alba sulla spiaggia di San Diego, la visuale dal 96simo piano dell'Hancock Center, i fan dei Cardinals a St. Louis, l'acqua del Mississipi, la polizia a Santa Fe, le palme di Venice Beach, il caldo di Tulsa, il primo metro di asfalto alla guida di Barney fuori dall'O'Hare Airport di Chicago, e l'ultimo, tristissimo, a LAX.
Potrei andare avanti TRANQUILLAMENTE e SENZA SFORZO, per ore.
No joking.
Credo che basti come giustificazione per descriverla come LA vacanza.
Divertimento, turismo, paesaggio, risate, emozioni, pop culture, mondanità,paeselli d'altri tempi, non mi e' mancata davvero nessun tipo di emozione, tornassi indietro non saprei come renderla migliore, anche se avessi la bacchetta magica. Si' forse andrei in piscina a Las Vegas un po' prima.. Ma vuoi mettere finire ubriachi ancora prima di cena??
Unico lato negativo: STO MALE, a pensare di aver già fatto una vacanza simile. Di non averne, NON ANCORA, un'altra all'altezza che mi aspetta, che mi fa svegliare ogni mattina pensando "beh se non altro, tra X giorni me ne vado sulla Route". E di mattine in cui mi sono svegliato con quel pensiero (anche in giornate in cui ero di ottimo umore anche per altri motivi eh, sia chiaro, non solo nei giorni meno motivati) l'anno scorso ce ne sono state moltissime.
Mi manchi dannatamente, fottuta strada sempre in posa.
Vorrei dimenticarti subito, per poter tornare da te come se fosse la prima volta.
Ma poi no, vorrei dimenticare miliardi di altre cose, prima di perdere i ricordi di quelli che realisticamente sono stati i 17 migliori giorni di vacanza della mia vita.
domenica 22 novembre 2009
MotherRoad Chronicles - Day 7 - From Oklahoma City to Amarillo
Mai, mai, MAI acquistare ciambelle in negozietti patacconi come quello in cui ci intrufoliamo per placare i morsi della fame… Unte come il peccato, pesanti come la colpa, ci accompagneranno per tutta la giornata fermentando nei nostri stomaci martoriati. Nel mio, almeno…
Assecondiamo poi la passione del Putto e bighelloniamo per un po’ all’interno di un fornitissimo negozio di fotografia, un Elisio della transazione economica di quelli che esistono solo negli Stati Uniti, dal quale un appassionato adeguatamente fornito di contante può portarsi a casa qualunque cosa desideri, incluso un mignolo imbalsamato di Louis Daguerre.
Da questo un Eden del consumatore il buon Marco esce infatti dopo tre quarti d’ora di fallimentare contrattazione e affannosa ricerca, con le pive nel sacco e piuttosto contrariato per i prezzi tutt’altro che competitivi…
Rapido giro di Oklahoma City. Visitiamo un area dedicata alla memoria delle vittime di un attentato di matrice islamica nel 1995. L’area è rettangolare, delimitata da due enormi portali di lucido marmo nero, separati da una vasca di acqua bassa, ai lati della quale ci sono da una parte le lapidi metalliche dedicate ai defunti e dall’altra l’albero che simboleggia i sopravvissuti.
Su un lato esterno del monumento c’è una statua di Cristo che piange, e un muro ricoperto da un reticolo sul quale sono appesi oggetti appartenuti alle vittime, e lasciati lì in loro ricordo.. Trovo una bellissima poesia scritta da un papà e una mamma alla giovane figlia ventiquattrenne. Esprime un dolore così composto e pieno di speranza, che è impossibile non restarne colpiti.
Questo è per me uno dei momenti più autenticamente emozionanti dell’intero viaggio, ancora più prezioso perché totalmente inaspettato..
Brevissima parentesi: un aspetto del popolo americano che ammiro davvero molto è la capacità di celebrare quotidianamente la propria storia, mantenendo vivo e imperituro il ricordo di chi quella storia l’ha costruita o, come in questo caso, subita. Penso sia uno dei molteplici aspetti del grande senso di appartenenza alla loro nazione e ai valori ad essa connaturati. Un fattore, sia detto come semplice constatazione senza alcuna velleità disfattista, sul quale di sicuro non fa perno la nostra italianità, al di là di quanto possa (e debba) affermare il Presidente della Repubblica ogni santo 2 giugno…
Durante la visita, io e Pigoz incrociamo un espansivo personaggio che ci racconta della ex fidanzata peruviana che abita a Roma: un po’ po’ di ragazza che lui ha rivisto l’anno scorso, dopo anni di lontananza e, testuali parole, OH LA LA!
Lasciamo Oklahoma City, e ci inoltriamo in quello che un tempo era territorio indiano, un’immensa pianura dove scorrazzava il popolo pellerossa verso il quale sentiamo innegabilmente una grande affinità elettiva: gli Ar(r)apaho.
A Clinton c’è un gran bel museo dedicato, guarda un po’, alla Route 66. Visita obbligatoria. Le pataccate si sprecano, ma la parte che trovo più interessante è sicuramente una stanza piena di foto d’epoca che creano una piacevolissima atmosfera vintage.
Mi colpisce molto un racconto in prima persona, dal tono sognante e fanciullesco, che parla di un ragazzino che portava acqua agli operai intenti a costruire la strada. La prima volta lui l’aveva portata al suo papà che lavorava a giornata, e il capo cantiere lo aveva notato, gli aveva dato un penny e gli aveva detto che nei giorni seguenti ci sarebbero stati altri penny ad aspettare lui e i suoi amichetti, se avessero portato da bere a tutti i lavoratori.
Nella boutique dei souvenir, io e Jp acquistiamo finalmente un bellissimo libro sulla Route, che lumavamo da quando il Putto qualche giorno prima ne aveva acquistata l’unica copia disponibile presso il negozio fuori St. Louis.
Ora di pranzo. Di fronte al museo c’è un ristorante italiano, Adamo’s, con un insegna che spaccia per piatto tipico dello Stivale dei fantomatici “Manicotti”. Non resistendo alla curiosità, e desiderosi di spegnere per sempre l’inferno di unto e glassa che ancora imperversa dentro noi, lo eleggiamo sede della rituale abboffata di mezzogiorno.
All’entrata veniamo folgorati dalla commovente bellezza di Jenny, la cameriera che sta servendo una pittoresca coppia di mezza età che avevamo già notato al museo.
Ci innamoriamo in blocco, indi ci sediamo, ordiniamo i famigerati manicotti, e constatiamo con sorpresa malcelata che non solo sono commestibili, ma sono pure discretamente buoni… Anche se ad onor del vero Jenny avrebbe potuto servirci nel piatto della biada per cavalli e noi l’avremmo mangiata senza fiatare, trovandola buona come l’ambrosia…
Lasciamo una mancia generosa, venendo ricompensati da uno di quei sorrisi che ti si marchiano a fuoco nell’anima, per non uscirne più.. … … Ok, ok, sono troppo ridondante, quasi parnassiano... Ma Dio, che incredibile pezzo di figliuola…
Il pomeriggio trascorre vagabondando per i vari paesi fantasma che punteggiano la Route, che hanno nomi pittoreschi come “Texola” o “McClean”.

Nel negozio di alimentari di uno di questi sperduti insediamenti, attacco bottone con un monumentale poliziotto texano, un gioviale incrocio fra Chuck Norris e Andre The Giant, che mi spiega nel dettaglio come funziona la super sfida che si tiene ogni giorno al Big Texan Ranch di Amarillo, dove pernotteremo. La sfida in questione consiste nell’ingurgitare entro un’ora un’irrilevante bistecca da 72 oz., (all’incirc 2,2 Kg), con contorno di patatona lessa, cocktail di gamberi e altre atrocità; chi ce la fa senza morire vince il pasto gratis, l’iscrizione nell’Albo della Gloria, e fama eterna; chi non ci riesce deve sganciare 72 bei dollaroni, uno per ogni oz... C'è addirittura un pazzo che ce l'ha fatta in 9 minuti e mezzo...
Riunitomi ai miei soci, scopro che non sono l’unico ad avere fatto incontri con personaggi bizzarri. Tra biker vari, vecchietti che girano per le strade in sella a macchine tagliaerba e benzinai con faccia da serial killer, ce ne sarebbe abbastanza per scrivere un nuovo capitolo di The Texas Chainsaw Massacre..
Finalmente Texas, sicuramente uno degli Stati più evocativi e famosi dell’unione. Pianura, pianura e solo pianura.
Al Ranch, constatiamo con orrore la presenza di un nutritissimo numero di nostri compatrioti. Ci osserviamo con sospetto, quasi con fastidio e stiamo bene attenti a non mescolarci, nonostante gli yankees provvedano a ghettizzarci, sistemandoci tutti nella stessa ala del variopinto motel attiguo al ristorante, così che anziché ad Amarillo sembra di essere nel quartiere Testaccio.
Ci guardiamo in giro, divertiti per lo spettacolo: parcheggi pieni di Harley Davidson, Cadillac con corna taurine innestate sopra il radiatore, un enorme manzo di plastica all’entrata del ristorante e un cartello recante un moto nel quale è racchiuso il dogma cardine di questo stato a dir poco eccessivo: “ Everything in bigger in Texas ”.
Attorno a noi risate, vanterie, gruppi chiassosi di personaggi pittoreschi intenti a tazzare birra texana in attesa della cena a base di carne foderata di carne e ripiena di carne. All’interno di un gruppo particolarmente casinista individuiamo un losco figuro sbracato su una sedia a dondolo, che deve essere indubbiamente il ras dell’intera zona: cranio lucido come una palla da biliardo, cipiglio a metà fra il gioviale e il brutale, pizzettone biondo rossiccio, collo taurino, panza da sultano e una cattiveria potenziale da far paura. Il “cinghialone”, tiene banco fra i suoi soci, come un monarca rilassato dal chiacchiericcio dei suoi cortigiani. Mi dispiace, non ho sue foto a disposizione, perché avevo paura di venire sgamato e di subire una punizione alla Hostel.
Entriamo al ristorante, dove la pacchianeria è una religione: tiri a segno, animali impagliati, pareti ricoperte da foto di sparatorie, targhe commemorative, oggetti indiani, paccottiglia di tutti i tipi. Nella sala da pranzo è magnificamente riprodotto ( in grande, of course ) il clima del tipico saloon da Far West.
Birra texana a fiumi e musica country suonata da un arzillo terzetto itinerante di vecchietti animano la serata e mantengono alto il livello di allegria. Camerieri vestiti da rancheros e cameriere vestite da prostitute con ampie gonne e camicette a sbuffo, girano per i tavoli prendendo le ordinazioni o spingendo i carrelli carichi di piatti stracolmi.
Al centro della sala, c’è lei, la leggendaria pedana con il tavolo della sfida. Ed è occupato! Un ragazzotto che avrà la nostra età è intento a ingurgitare quanta più carne possibile. Ha le braccia lorde di sugo e intigolo sanguinolento, gli occhi che corrono dal cronometro che scorre inesorabile al suo piatto che, povero lui, è ancora pieno di carne. Ha uno sguardo spento e fisso a un chilometro, sta probabilmente sperimentando una crisi mistica e da alcuni poderosi sollevamenti del suo petto pare prossimo a condividere col pubblico il chilo abbondante di fibre animali da lui ingollate poco prima. Fortuna che di fianco al tavolo c’è un bidone di plastica che potrebbe rivelarsi presto molto utile… A un certo punto si arrende, collassa sulla sedia, riceve un caloroso applauso e un bombardamento di foto, dopodiché scompare nel bagno ad alleggerirsi..
Dopo questo spettacolo indegno ordiniamo delle modeste bistecche da 24 oz, ovvero quasi otto etti di roba. Noi non siamo mica così ingordi..
Poco dopo, un altro avventore sfida il locale. Il capo cuoco sale sulla pedana e blatera qualcosa in texano stretto. Lo sfidante viene presentato, applaudito e fotografato. Si accomoda come un pascià gli viene portata una bistecca di dimensioni agghiaccianti, lui ne saggia la cottura, annuisce, fa partire il cronometro e si lancia all’assalto con la costanza e la metodicità di un soldato della Wehrmacht. Dopo averlo accecato di flash, tutti tornano al proprio tavolo, e lo lasciano in pace. Lance ( così ribattezzato per l’evidente somiglianza con Armstrong ) ha deciso di adottare un inadeguato approccio da mezzofondista, sminuzzando la bestia in piccoli pezzi e imboccandosi continuamente. Ostenta sicurezza, ma anche lui verrà pietosamente sconfitto.
Nel frattempo il primo cuore impavido riemerge dal bagno, e si siede ad un tavolo a poca distanza da noi, da dove fino a poco prima i suoi due soci, un ragazzo squinternato quanto lui e una bella fanciulla mora, lo sfottevano simpaticamente.
Vado a conoscerlo. Si chiama Chris, mi racconta che è stato in Francia e Spagna quando era nell’esercito e che rimpiange di non avere visitato l’Italia. Quando gli dico che sono italiano si esalta: “That’s awesome, man!” , mi tira una pacca sulla schiena che a momenti mi fa sboccare addosso a Filmoya, e mi regala una piccola riproduzione in plastica dell’assurdo veicolo con il quale gira l’America per lavoro: una enorme hot-dog machine, sulla quale, in compagnia dei due colleghi, sponsorizza la più famosa marca americana di hot dog.
Cacciamo quattro balle, poi i tre si avviano barcollando verso l’uscita. Li vediamo mentre salgono su una delle “free limos” a disposizione dei clienti troppo dilaniati per tornare a casa da soli.
Una mezz’ora dopo anche noi ci spalmiamo sulla branda. Sono pieno come un uovo. Mi addormento pregando la divinità della carne di farmi evitare una notte da tregenda. NON verrò esaudito.
martedì 17 novembre 2009
Uno sbiadito ricordo???
martedì 10 novembre 2009
Spot
mercoledì 4 novembre 2009
MotherRoad Chronicles - Day 6 - From Carthage to Oklahoma City
Premessa: in tutte le vacanze on the road arrivano inevitabilmente giornate senza particolari highlights; tappe che potremmo definire “strutturali”, ovvero di transizione verso luoghi e paesaggi più interessanti.. Dato che la tecnologia di cui oggi disponiamo non ci ha (ancora) dotati della capacità di teletrasportarci da un posto a un altro, il viaggiatore entusiasta è obbligato sorbirsi questi lunghi tratti di strada tutto sommato anonimi, a malapena degni di nota, ma che hanno l’innegabile pregio di condurre verso nuovi ed eccitanti capitoli dell’avventura sull’asfalto.
Sapete che vi dico? VA BENE COSì.
In un viaggio c’è bisogno anche di parentesi di quiete, in cui un vagabondo trova il tempo di riflettere su quanto di nuovo ed inconsueto si è da poco lasciato alle spalle, di riordinare un po’ immagini e impressioni per trarne qualche insegnamento o, se si sente particolarmente coraggioso, di ripercorrere addirittura gli errori del passato in funzione delle scelte del futuro.. La strada aiuta a pensare, specie se non c’è altro da fare che macinare chilometri.
Inoltre, senza giornate strutturali non ci sarebbero giornate eccezionali, quelle in cui il cervelletto febbricitante è sottoposto a un tale bombardamento di input da rischiare il crash del sistema.
Questo detto, mi sia concesso aggiungere che:
- Trattasi di “giornata strutturale” sulla Route 66, e scusate se è poco.
- La monotonia delle ore di macchina è stata ampiamente riscattata da una serata fenomenale, almeno per chi di noi poteva innaffiarsi il gozzo. Povero Piotrenka…
- In 18 giorni di viaggio, 2 di transizione ( il tragitto da San Diego a Los Angeles mi ha quasi ucciso.. J ) sono un compromesso per il quale avrei firmato a priori col sangue.
Ma andiamo con ordine.
In mattinata, dopo la colazione, facciamo conoscenza con una dolcissima coppia di arzilli vecchietti, che ci rivolgono la parola dopo avere sentito per caso l’italico idioma: lei, distinta signora innamorata di Roma; lui, veterano della guerra di Korea, il cui bisnonno è originario di Fabriano, ovvero luogo che ha dato i natali ai cugini Mezzanotte! La coincidenza è a dir poco incredibile… L’anziano si gasa da far paura, e si mette a raccontare di come il bisnonno in questione avesse trovato in America tre baldi giovani disposti a sposare le sue tre adorabili figlie marchigiane, che avevano perciò raggiunto il padre per dare inizio alla dinastia oltreoceano..
Smaltita la sorpresa, ci portiamo parecchio avanti, e incontriamo i primi leggendari gagliardetti dipinti in bianco sull’asfalto granuloso.
Fugace mordi e fuggi attraverso lo stato del Kansas. Oltrepassiamo paesini fantasma, composti da fatiscenti edifici di legno. Non c’è un anima in giro, ma la cosa non ci sorprende più di tanto: visto che l’attività principale da queste parti sembra essere l’estrazione del carbone, gli abitanti devono essere tutti infornati in miniera a darci dentro con trapano e piccozza..
Pranzo da Mattie’s una steak house attorniata da vetture pittoresche e pick up giganteschi. La specialità della casa sembra essere l’hamburger in versione diesel: il canonico paninazzo rigurgitante grassi che alla sola vista fa scoppiare in lacrime il fegato martoriato; il primo morso non è niente di che, sopracciglia si inarcano con disappunto; al terzo morso il palato canta un’aria di Placido Domingo; all’ultimo boccone devi prenderti a schiaffi per non ordinarne un altro. Mentre i miei soci divorano estasiati i loro burgers, io ripiego su dei bocconcini di pollo che, anziché grigliati come speravo, sono ricoperti da un’armatura fritta di 3 cm di spessore..
“Mucche, dove siete?” geme il Putto sull’orlo delle lacrime. Ma oramai la notizia delle nostre barbare scorrerie mangerecce deve essersi sparsa fra la locale popolazione bovina, i cui numerosi esemplari devono essere fuggiti per salvare le loro inutili vite di produttori di sterco e metano, cedendo i pascoli invitanti a sparuti gruppetti di cavalli, i quali ci osservano con ottusa arroganza, certi di farla franca.. Non date nulla per scontato, sciocchi equini..
È necessario sopravvivere, indi per cui per placare l’arsura ci inforniamo in un negozio il cui commesso si rivela uno sfegatato fan di calcio. Mai nella mia vita avrei pensato di dissertare della competitività della nazionale Usa a Sud Africa 2010 con un tifoso dell’Aston Villa in insulso negozio di un’insulsa città dell’Oklahoma. Salutiamo il giovane fanatico dopo esserci sorbiti una sua teoria sulla nascente scuola americana di portieri, facente capo all’ormai leggendario Toni Meola. Succhiamo bibite ghiacciate come gorghi, poi decidiamo di fuggire a gambe levate da questo locus horribilis.
Well, sono disposto ad accettare la possibilità che forse siamo stati un po’ ingenerosi nei confronti di Tulsa. Magari arrivando di sera avremmo potuto immergerci in una realtà completamente diversa, palpitante di vita e di interessi.. Dicono che da queste parti si tenga una delle 10 migliori Oktoberfest del mondo.. Ma come disse il biondo Marshall Mathers, tutto quello che abbiamo è “one shot, one opportunity”, e Tulsa con noialtri l’ha malamente sprecata..
Ci addentriamo in una regione collinare, la MotherRoad segue le ondulazione del terreno in una specie versione agreste di roller coaster californiano..
Sulla nostra Bibbia della Route 66 i miei soci individuano una foto molto interessante scattata alle porte di Chandler, a due passi da noi: un bel simbolo della Route, un cane che attraversa la strada. Il demone della fotografia si impossessa di un paio di noi, e scatta immediata la ricerca della location, per piazzare un paio di scatti di classe. L’esito dei nostri sforzi è spettacolarmente fallimentare, dello scorcio in questione neppure l’ombra.. Azzardiamo deviazioni su strade secondarie, ci avventuriamo addirittura sullo sterrato, in luoghi che andrebbero benissimo per girare il sequel di Non aprite quella porta.. Ma niente da fare..
Mentre i compagni si dannano per trovare il sunnominato set fotografico, io me ne sto in fondo al van, comodamente installato in quello che abbiamo ribattezzato “il pensatoio”, a godermi il paesaggio e la musica di sottofondo, cullandomi in uno stato di totale beatitudine ( ma allo stato mentale del viaggiatore on the road parlerò diffusamente nel post di epilogo )
Sono ormai le 19 passate quando arriviamo al punto di interesse seguente, una stazione di servizio di nome Pop’s. Il motivo per cui è segnata sulla Guida è che sul prato antistante c’è un cumulo di grossi cerchi di plastica sovrapposti concentricamente a formare la sagoma di un’enorme bottiglia, con tanto di cannuccia.
La bizzarra attrazione è visivamente carina di sera, quando i cerchi si illuminano di colori fosforescenti che risaltano nell’oscurità. Purtroppo quest’oggi fratello sole ha deciso di prendersela con calma e, dopo una buona mezz’ora di sosta per berci una delle atroci bibite del chiosco dal design ultramoderno, è ancora sufficientemente alto nel cielo da indurci a decidere che in fin dei conti possiamo fare a meno delle foto del bottiglione illuminato e che abbiamo necessità molto più impellenti, ovvero una doccia e del cibo.
Rotta per Oklahoma City, dunque, che risulta fortunatamente molto più interessante di Tulsa. Non che ci volesse granché, onestamente. Scusa John Starks.
Le premesse a dire il vero sono sconfortanti: rituale installazione al Super 8 di turno, la gentile signora alla reception ci informa candidamente che a OC non c’è granché da fare..
Cinque minuti dopo l’onestissima signora mi ricompare davanti per confessare che si è accorta di averci dato 10 $ in meno di resto, e mi porge una banconota profondendosi in scuse.. Io, povero imbecille offertosi come cassiere, non me ne ero neppure accorto..
Entriamo famelici a Bricktown, il quartiere dei divertimenti, con aspettative ridotte al lumicino e la guardia abbassata.. E Oklahoma City, bontà sua, ci piazza sul piatto le sue “attrazioni”, con una combinazione devastante di destro-sinistro che ci mette ko!
Ceniamo da Hooter’s. All’entrata veniamo accolti da un “Hiiiiiii” modulato da un coro di voci flautate che ci introducono in quello che senza timore di venir smentito definirei un nido di fate, che svergogna senza difficoltà ogni locale della stessa catena che abbia avuto l’onore di averci per clienti. Ovunque ci giriamo c’è solo bellezza, fanciulle snelle come giunchi ma dalle forme piene e sode, volti degni di una romanza incorniciati da serici capelli biondi da o impertinenti boccoli bruni…
Non voglio aggiungere altro, se non che trascorrerei la mia intera vita a far sorridere Kirsten.
Veniamo serviti da Jessica, una morettina tutto pepe di 19 anni dal sorrisino malizioso e dai solidi argomenti strizzati in una canottierina bianca in evidente difficoltà. Mentre mangiamo osserviamo le semidee si aggirano con grazia per il locale, intrattenendo i clienti o ridendo e confabulando fra loro.
Nel frattempo scambiamo due chiacchiere con Jessie, la cui cortesia mi sembra onestamente preconfezionata, della serie “cerchiamo di spremere questi gonzi il più possibile..” Ci chiede se anche gli italiani in Italia escono durante il loro tempo libero, ci dice che non è mai stata fuori dall’Oklahoma e che sta organizzando con una amica di fare un fine settimana a Denver, in Colorado. Quando ci informa che se vogliamo possiamo avere una maglietta di Hooter’s firmata da tutte loro, la poesia svanisce del tutto.. Rifiutiamo gentilmente.
È ora di andare. Abbandoniamo le tortorelle al loro destino e ci rituffiamo nel sordido mondo. Non possiamo fare a meno di ribadire che una catena di locali sulla falsariga di Hooter’s sarebbe impensabile nello Stivale: vista la famigerata buona educazione del maschio italico medio, dopo dieci minuti dal primo giorno di apertura avremmo come minimo un principio di rissa e una denuncia per molestie.. Senza contare che le cameriere verrebbero da subito bollate come prostitute dagli zotici avventori e mercificatici del corpo femminile da qualche volpina femminista o da qualche prelato dal naso aquilino…
Dopo dieci metri ci imbattiamo in un Coyote Ugly. Oltrepassiamo con lo sguardo il buttafuori, una ragazza in piedi sul bancone sta intrattenendo la folla dei clienti, mentre dal soffitto pende una foresta di reggiseno.
Ok, si entra. Veniamo ricompensati da un tipico spettacolo nazionalpopolare dagli ingredienti eterogenei: danza, sensualità, giocosità, un pizzico di volgarità… Piacenti fanciulle si alternano nell’intrattenimento, ancheggiando sul bancone, ballando alla cowboy, coinvolgendo i presenti in giochi di gruppo come “mimo”, “indovina la canzone” ecc.
Si susseguono scenette esilaranti, come lo shoot out a colpi di Liquidator, i cui getti vengono generosamente elargiti da una brunetta in shorts di jeans, gilet e stivali da cavallerizza. Ne fa le spese il sottoscritto, ovviamente, che si becca un paio di schizzi in pieno petto…
Un tale meno fortunato viene colpito nell’occhio e la pistolera lo apostrofa con un significativo: “Ops, I gotcha in the eye? Well, now you know how it feels like!|” Battuta sconcissima che scatena una risata cosmica..
Immancabili momenti hot, fra strusciamenti vari tra bariste, e shottini di superalcolici infilati in bocca alle clienti già alticce durante bizzarre parodie di riti sacrificali..
Ho in corpo un mezzo gallone di Budweiser. Anche gli altri ci danno dentro, tranne il povero Pietro che è di turno alla guida. Intravedo il buon Pigozzo che è riuscito abilmente ad attaccare bottone con una biondina. Mi lascio trasportare dal pirotecnico finale: la soundtrack si fa più rockeggiante e dagli altoparlanti si riversa un dittico da paura: “Paradise City” dei Guns e “Wherever I May Roam” dei Four Horsemen, cantate con trasporto da tutto il locale, bariste comprese.. Ma quando mi ricapita???
Tutto euforico ottengo una foto con una delle ragazze, ma subito dopo mi trovo di fronte il grosso buttafuori nero che mi fa: “ How come you didn’t ask me too?” Risate generali, poi tutti in posa per una foto anche con lui.
Mentre torniamo in hotel mi perdo in discorsi blasfemi da ubriaco, fra battesimi, oscurantismo clericale e maschilismo imperante in Italia.. Chiedete a Jp per maggiori delucidazioni, io non ricordo granché…


