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venerdì 9 aprile 2010

MotherRoad Chronicles - Day 10 - From Albuquerque To Holbrook

16.08.2010

Albuquerque. Scatta la mattinata cultural-antropologica.
Innanzitutto scopro che è usanza dei pargoli locali, un po' come l'agogé per i giovani Spartani, alzarsi alle 6 di mattina e giocare a calcio nei cortili dei motel, urlando e correndo come fossero alla finale dei Mondiali allo stadio Maracanà alle 16.00.
Mi sveglio bestemmiando e, del tutto rintronato, esco a dargli un paio di pareri in un linguaggio che esperti glottologi definirebbero tecnicamente come "osceno guazzabuglio di albionico frammisto a turpitudini in dialetto laghée di Carlo Codega, accompagnato da eloquente gestualità protonazista". I bastardini se ne vanno con la coda fra le gambe, e torno in branda trionfante.
Circa 4 ore dopo facciamo il nostro ingresso al museo indiano di Albuquerque, degno di nota per due principali motivi:
- Vi è raccontata la storia dei nativi della regione, delle loro usanze e credenze religiose, usi e costumi in perfetta armonia con la natura e le sue lente e inesorabili pulsazioni millenarie. L'idillio fu ovviamente interrotto dall'arrivo dei soliti Conquistadores spagnoli in cerca delle leggendarie Sette Città di Cibola, e dagli inevitabili missionari, francescani stavolta, che con collaudata arroganza europea proposero agli autoctoni un interessantissimo e vantaggiosissimo scambio: cattolicesimo in cambio della vita.
- Viene spiegata con dovizia di particolari l'introduzione di reparti di nativi Navajo, i famosi "Windtalkers", all'interno dell'esercito USA impegnato nell'offensiva nel Pacifico. Costoro svilupparono un codice di comunicazione fondato sulla loro lingua originaria, che risultava pertanto intraducibile per i giapponesi.
Ironia della sorte, una minoranza un tempo angariata con inaudita ferocia funse da preziosa risorsa per la vittoria dei suoi antichi oppressori contro un nemico esterno..

Si riparte. Verso mezzodì Barney fa il suo ingresso a Gallup. L'attrazione principale del locus amoenus è il caratteristico "El Rancho Hotel", che riproduce gli alberghi del vecchio West, o per lo meno la loro versione più stereotipata.





All'interno troviamo un giovialisssssssimo personaggio, la cui cordialità sconfina quasi con l'isteria, il quale attacca subito bottone, incuriosito dalla nostra parlata. Il figuro si definisce compositore/musicista/filmaker, che manco a dirlo nutre un'autentica venerazione per l'Italia. Si mette ad elencare tutti i luoghi in cui è stato per lavoro, o in cerca di ispirazione. Insiste per farci una serie di foto collettive con le nostre cameras. A dire il vero, le foto vengono così, e ci congediamo mugugnando che il Martin Scorsese dei poveri sarà pure un drago con le telecamere, ma con le macchine fotografiche, insomma...

Let's cross the border, si entra in Arizona.
Pomeriggio dedicato a paesaggi mozzafiato.
Premessa: un ringraziamento particolare a Mr. Obamaaaaaa!, che per incentivare il turismo interno ha dichiarato un mese di ingressi gratuiti nei parchi americani durante i weekend. E questo era l'ultimo,fortunelli noi ( Ganesh, we fuckin' love you.. )



Ci addentriamo fra le meraviglie del Deserto Dipinto. Restiamo ammirati e rispettosi di fronte alla potenza e all'immensa fantasia della natura.



Immersi in un mondo lunare dalle sfumature bizzarre, che sembra disegnato da un pittore impressionista in pieno delirio oppiaceo, ci affacciamo timidamente sulla soglia di un'opera d'arte maturata con lentezza per noi inafferrabile, attraverso milioni di anni di creativa armonia fra gli agenti atmosferici.



Che roba eh?



Perdonatemi l'eccesso di poesia dozzinale, ma non si può non fermarsi un attimo a pensare a quanto la nostra vita sia caduca e irrilevante rispetto alla titanica pazienza con la quale il vento e l'acqua hanno modellato le rocce e le dune che ci circondano.



Persi in questo immenso caleidoscopio, veniamo presi da una specie di euforia che ci porta a fermarci anche al di fuori degli spazi consentiti per le soste, a fotografare golosamente bellissimi scorci. Improvvisiamo e basta, come quando io e il Filmoya ci facciamo immortalare in controluce, in bilico su una cresta mentre impugnamo fieramente la chitarra di plastica di Guitar Hero a buffonesca imitazione del Power Stance di Pete Townsend, Slash e Malmsteen..



Fortuna vuole che rientriamo in macchina una frazione di secondo prima che dei rangers appaiano e inizino a cazziarci per esserci fermati fuori dalle aree predisposte. Li seguiamo diligenti fino a uno spiazzo, dove facciamo inversione e riprendiamo il cammino..

Foresta Pietrificata. Sicuramente un geologo avrebbe avuto un orgasmo nel vedere come i tronchi di legno si sono trasformati in roccia. Io, a digiuno di qualsivoglia nozione in materia, ho osservato un sacco di rocce che assomigliavano a tronchi. Interessante. Per cinque minuti. Insomma, dopotutto avevo gli occhi pieni del Deserto Dipinto, dai...



Serata tranquilla a Holbrook. Salta l'ipotesi Wigman Motel, famoso perché le stanze sono all'interno di costruzioni a forma di tepee pellerossa. Si ripiega sul collaudato Super 8.
Non cc'è in giro un'anima. Ceniamo in una steak-house locale, dove veniamo serviti da un personaggio che ci lascia di stucco: immaginatevi un tizio che assomiglia al pellerossa cattivo de "L'Ultimo Dei Mohicani". Faccia butterata dal grugno arcigno, un vero pendaglio da forca.. Ma con una vocetta da Farinelli, e movenze plastiche da far rodere il fegato a Roberto Bolle!!! Tentiamo di scattargli una foto di nascosto, e immortalarlo per sempre. Probabilmente il Jp riesce nell'impresa.
La mia Rib Eye è una garanzia. Satollo come una sanguisuga me ne torno in hotel a dormire il sonno del saturo. Il Putto e Pigoz vanno a farsi un giro, finiscono in un pub dove vengono adescati da un personaggio cazzaro come pochi, uno che ha gestito casinò a Las Vegas, scalato il Kilimangiaro, salvato un bambino da un incendio, dato del tu a Che Guevara ed evitato la Terza Guerra Mondiale. Ma come si fa a non volergli bene, a 'sti americani???