Sveglia alle 8 e zero zero.
Memore degli intoppi di California 2007, una vocina saggia ieri sera ci ha invitati a recarci in aeroporto con un certo anticipo, al fine di affrontare con la dovuta calma qualsiasi stoccata il fato malandrino voglia tentare di assestare all'allegra brigata.
La vocina si rivelerà più lungimirante del previsto. Andiamo con ordine.
In primis ci tocca sabotare il complotto di due tassisti indiani, che tentano senza successo di trasportarci a Heathrow impiegando entrambi i loro taxi.
Sfortunatamente per i due cialtroni, ieri sera abbiamo "subìto" la prova empirica della possibilità di viaggiare su unico mezzo: un inquietante tassista con un grugno da serial killer ci ha stipati come aringhe insieme ai bagagli nel suo cab color pece, e ci ha trasportati senza tante cerimonie all’albergo, per poi scaricarci a mo' di bovini arrivate al macello.. Scomodo ma rivelatore, e così sventiamo in agilità il piano dei due tapini di cui sopra.
L’India ha però altre frecce da scagliarci contro. Il nostro check-in è infatti gestito da una giovane e placida addetta di etnia punjabi ( o sikh? Pietro, illuminami… ), e si rivela operazione lenta, pachidermicamente lenta, pe-ri-co-lo-sa-men-te lenta. Assistiamo dapprima scherzosi, poi inquieti, infine piuttosto allarmati allo scorrere inesorabile dei minuti sull’orologio sovrastante il nostro bancone, mentre la fila dei passeggeri davanti a noi sembra non avere fine. Arriva il nostro turno, ma solo dopo che mio nipote ha fatto la Prima Comunione e il Putto ha vinto il Pulitzer con una foto in confronto alla quale il partigiano di Robert Capa è un maldestro montaggio amatoriale. Jasmine avvia con la dovuta calma le elaborate procedure di controllo passaporti, stoccaggio bagagli ed emissione dei biglietti. Uno spazientito JP chiede con aplomb: “Do you think we’ll get to the gate in time?” e l’orribile piccolo nano, senza scomporsi: “You SHOULD make it”.
La tortura ha infine termine, e ci fiondiamo a far la fila ai metal detector, maledicendo il Gange e l’intera popolazione di Ceylon e Sumatra. Il controllo di sicurezza è miracolosamente rapido e ben organizzato, e arriviamo al gate un po’ ansanti, ma in tempo per l’imbarco.
Italia 2 – India 0.
Trascorriamo il viaggio sull’Airbus della Virgin trastullandoci con le fantastiche opportunità offerte dallo screen interattivo personalizzato. Io guardo due film, tra cui “Watchmen”, che avevo clamorosamente mancato all’uscita in Italia, e mi gingillo col Black Jack, illudendomi di fare un po’ pratica in ottica Las Vegas.
Il cibo è… commestibile. Punto. Ingollo diligentemente quello che mi viene messo nel piatto. Tutto tranne il sandwich finale, un mattone di pane e cemento davvero rivoltante.
Ma tutte queste sono quisquilie, bubbole, pizzicori...
Finalmente Chicago, la città che ha inventato gli skycrapers, la città di Jordan e di Al Capone!
Al ritiro bagagli non manca nulla. Scongiuri, voti e rosari sono serviti allo scopo. È il momento di fare conoscenza con il nostro minivan. Barney si rivela essere un Dodge Gran Caravan piuttosto in linea con le nostre aspettative. Gli facciamo dare una pulitina interna da un ragazzo nero dell’autolavaggio, e poi via, con JP alla guida. È al suono di “Sweet Home Chicago” e “Ring Of Fire” che ci immettiamo nella Freeway, direzione Willowbrook, dove si trova la sede operativa di questi due giorni di Windy City.
Non so quale raptus di follia mi spinga a candidarmi cassiere, pur sapendo bene che in condizioni normali la mia affidabilità è pari a quella di un biplano Fokker bucherellato dalla contraerea.. E non so quale raptus di follia convinca i miei soci ad accettare la mia candidatura. Sta di fatto che tale rogna, completamente auto-inflitta, sarà fonte continua di stress, di ripetuti conteggi del capitale sociale, di furiose e improvvise ispezioni di zaino, tasche e marsupio per verificare l’ubicazione del portafogli rigonfio di contante…
Pietro, il Putto e Pigoz vanno a sollazzarsi in piscina, mentre io e Federico andiamo a procacciarci del cibo da “Danny’s”, primo della lunga serie di fast – food che ci apriranno le loro porte in queste settimane on the road.
Veniamo serviti da Brad, cameriere tatuato, barbuto e pieno di orecchiniche sembra appena uscito da una squinternata band nu metal. Il nostro timido tentativo di mantenerci su un livello minimo di salubrità alimentare naufraga miseramente di fronte a succulente fette di pane irrorate di burro fuso.
Tempo di Chicago. Ore locali 20.00, Barney si divora i 40 km scarsi che ci separano da downtown. Lo skyline si delinea presto all’orizzonte, la Sears Tower giganteggia in lontananza in mezzo a una selva di palazzoni avveniristici.
Ci addentriamo nei meandri di questa foresta di cemento. Per fortuna la Città del Vento si rivela degna del suo nome, soffia una brezza tenace che allevia un’afa devastante alla quale non eravamo affatto preparati.
Cena da Hooter’s con la dolce Shannon che si prende cura dei nostri stomaci e dei nostri occhi. Bel viso da fata bionda, magnifico sorriso, modi amichevoli. Se devo essere sincero ( e un po’ cafone ), peccato per i quarti posteriori da boa di segnalazione.. Prima di servirci una bella caraffa di birra ci chiede di vedere le ID.. Ovviamente è una semplice procedura convenzionale, ma tutto mi sarei aspettato tranne che di dover dimostrare ancora la mia maggiore età..
Il primo di una lunga serie di cheeseburgers riempie piacevolmente il mio stomaco mentre ci incamminiamo per raggiungere Michigan Avenue, il viale più importante della città.
JP e Piotrek, che in passato hanno già visitato Chicago per lavoro, tengono a fare ammirare al resto della truppa il magnifico panorama notturno dal Café-Restaurant in cima all’Hancock Center, caratteristico grattacielo color basalto dalla forma conica. Altra coda nella hall per l’ascensore, stavolta irreggimentati come un gregge di montoni dai precisissimi inservienti in livrea.
Arriviamo al piano designato, ci facciamo strada fra i tavoli dove la clientela mangia e beve allegramente, incurante dell’incredibile vista al di là delle enormi finestre di vetro rinforzato.
Rimango semplicemente di stucco alla vista della giungla di grattacieli che si innalzano sotto di noi, in tutte le direzioni, illuminati da migliaia di luci come immani alberi di Natale, mentre le auto sfrecciano come insetti fluorescenti sulla litoranea o si incuneano nelle lunghissime avenues. È una visione quasi irreale, come il dipanarsi a perdita d’occhio di uno sconfinato flipper percorso da milioni di palline impazzite. Uno spettacolo artificiale, totalmente umano, e per questo provvisto di una strana e solenne poeticità.

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