Eh beh, per i comuni mortali magari è un compromesso sufficiente...
lunedì 29 novembre 2010
domenica 10 ottobre 2010
MotherRoad Chronicles - Day 18 - Los Angeles
24.08.2010
Sveglia alle ore 10, con la bocca che sa di amianto vista la pregevole performance infernalcolica della serata precedente.
Sui volti dei miei compagni d'avventura intravedo fitte di dolore, non so se per le stilettate post bevuta, che sicuramente stanno martoriando la loro calotta cranica, o se per la consapevolezza che questa, ahinoi, è l'ultima mattina che trascorreremo insieme sull'amato suolo USA.. Almeno per quest'anno.
Facciamo i "ciambotti", mollemente svaccati sulle sdraio a bordo piscina, mentre attendiamo l'arrivo di Pigoz, che in uno dei suoi proverbiali scatti di follia cinematico-amorosa è andato nottetempo a Venice Beach, per una stilosa colazione d'addio con Anne Aurore, anche lei di passaggio a Los Angeles..
Il nostro arriva bel bello, e spostiamo sul Sunset ( CI SPOSTIAMO SUL SUNSET!!! Siiiigh, da domani al massimo potrò dire "Faccio due passi in Via Stoppani".. Altro che sentirsi un personaggio di un romanzo di James Ellroy... ) un pranzo malinconico a base di cheeseburger.
Attacco di orgoglio. Ci rifiutiamo di attendere l'imbarco mogi mogi, sfruttiamo al meglio le ore che ci restano, e vaffanculo tutto.
Mi piazzo al volante, e ci regaliamo un bel giro per la periferia nord di L.A. Innanzitutto ci dirigiamo al Griffith Park, e risaliamo le colline su fino all'Osservatorio, quello dove sono state girate scene proverbiali di Gioventù Bruciata ( non a caso, in bell'evidenza c'è una statua col faccione di James Dean ).
Da lì si gode una vista di Los Angeles che, al netto dell'onnipresente foschia, sarebbe davvero da cartolina..
E finalmente riusciamo anche a vedere la famigerata scritta "HOLLYWOOD" in letterone bianche, il marchio di fabbrica di questa parte di mondo, il simbolo di cento anni di storia del cinema e dello star system che ronza attorno ad esso. Emozionante, senza dubbio.
Tornando a valle, ci imbattiamo anche nell'entrata di una galleria che ho visto in un sacco di film. Se qualcuno di voi ha visto "Chi ha incastrato Roger Rabbit", si ricorderà del tunnel che porta all'entrata di Cartoonia.. Ebbene, io sono quasi sicuro che si tratti proprio di quella galleria.
Sono soddisfattissimo. Percorriamo i quartieri stilosi, godendomi le ultime docili risposte di Barney alle indicazioni della mia guida: Beverly Hills, Bel Air, Rodeo Drive, e finalmene un giro sulla Mulholland.
Tempo di ridiscendere.
Un ultimo drink al Taco Bar di ieri è il suggello alla nostra grande epopea.
Controvoglia, bruciamo gli ultimi km che ci separano dall'aeroporto.
Consegnamo Barney all'autonoleggio. Prima di scendere, do qualche colpetto affettuoso al volante. Barney è stato un servitore devoto ed efficiente, il migliore che potessimo desiderare.
Poi aeroporto, check in, imbarco.
Le luci si spengono.
Il bar sta chiudendo.
I compagni vanno ciascuno per la propria strada.
Resta un ricordo marchiato a fuoco dentro di me. Per sempre.
Sveglia alle ore 10, con la bocca che sa di amianto vista la pregevole performance infernalcolica della serata precedente.
Sui volti dei miei compagni d'avventura intravedo fitte di dolore, non so se per le stilettate post bevuta, che sicuramente stanno martoriando la loro calotta cranica, o se per la consapevolezza che questa, ahinoi, è l'ultima mattina che trascorreremo insieme sull'amato suolo USA.. Almeno per quest'anno.
Facciamo i "ciambotti", mollemente svaccati sulle sdraio a bordo piscina, mentre attendiamo l'arrivo di Pigoz, che in uno dei suoi proverbiali scatti di follia cinematico-amorosa è andato nottetempo a Venice Beach, per una stilosa colazione d'addio con Anne Aurore, anche lei di passaggio a Los Angeles..
Il nostro arriva bel bello, e spostiamo sul Sunset ( CI SPOSTIAMO SUL SUNSET!!! Siiiigh, da domani al massimo potrò dire "Faccio due passi in Via Stoppani".. Altro che sentirsi un personaggio di un romanzo di James Ellroy... ) un pranzo malinconico a base di cheeseburger.
Attacco di orgoglio. Ci rifiutiamo di attendere l'imbarco mogi mogi, sfruttiamo al meglio le ore che ci restano, e vaffanculo tutto.
Mi piazzo al volante, e ci regaliamo un bel giro per la periferia nord di L.A. Innanzitutto ci dirigiamo al Griffith Park, e risaliamo le colline su fino all'Osservatorio, quello dove sono state girate scene proverbiali di Gioventù Bruciata ( non a caso, in bell'evidenza c'è una statua col faccione di James Dean ).
Da lì si gode una vista di Los Angeles che, al netto dell'onnipresente foschia, sarebbe davvero da cartolina..
E finalmente riusciamo anche a vedere la famigerata scritta "HOLLYWOOD" in letterone bianche, il marchio di fabbrica di questa parte di mondo, il simbolo di cento anni di storia del cinema e dello star system che ronza attorno ad esso. Emozionante, senza dubbio.
Tornando a valle, ci imbattiamo anche nell'entrata di una galleria che ho visto in un sacco di film. Se qualcuno di voi ha visto "Chi ha incastrato Roger Rabbit", si ricorderà del tunnel che porta all'entrata di Cartoonia.. Ebbene, io sono quasi sicuro che si tratti proprio di quella galleria.
Sono soddisfattissimo. Percorriamo i quartieri stilosi, godendomi le ultime docili risposte di Barney alle indicazioni della mia guida: Beverly Hills, Bel Air, Rodeo Drive, e finalmene un giro sulla Mulholland.
Tempo di ridiscendere.
Un ultimo drink al Taco Bar di ieri è il suggello alla nostra grande epopea.
Controvoglia, bruciamo gli ultimi km che ci separano dall'aeroporto.
Consegnamo Barney all'autonoleggio. Prima di scendere, do qualche colpetto affettuoso al volante. Barney è stato un servitore devoto ed efficiente, il migliore che potessimo desiderare.
Poi aeroporto, check in, imbarco.
Le luci si spengono.
Il bar sta chiudendo.
I compagni vanno ciascuno per la propria strada.
Resta un ricordo marchiato a fuoco dentro di me. Per sempre.
domenica 3 ottobre 2010
MotherRoad Chronicles - Day 17 - Los Angeles
23.08.2009
Ultimo giorno “pieno” di vacanza..
Siamo alla fine del viaggio, e probabilmente è un bene. In poco più di due settimane abbiamo immagazzinato una tale quantità di emozioni e i dati audio/video che i malandati Pentium386 installati nei nostri cerebri, ormai stravolti da una maratona chilometrico/gastronomica senza precedenti, avranno di che elaborare per parecchi mesi…
Per me, JP e Piotrek il batticuore della scoperta sembra essere ormai cessato. Dico “sembra”, poiché la Città degli Angeli, di cui abbiamo comunque già visitato i luoghi più classicamente turistici ( JP e Pietro addirittura già due volte.. ), riuscirà comunque a cavare dal cilindro altri momenti e luoghi indimenticabili..
Mentre il Putto e Filmoya dedicano una giornata agli Universal Studios, noi tre cialtroni optiamo per una giornata di relax in spiaggia a Venice Beach. Avendo lasciato Barney ai due prodi di cui sopra, ci godiamo una buona ora di pullman, affollato dalla tipica fauna proletaria losangeliana: sostanzialmente ispanici e i nostri amatissimi nigga.
A Venice troviamo una folla variopinta e incontrollabile, dedita a godersi questa giornata agostina in cui la tradizionale foschia è stata perforata da un sole gagliardo.
Bazar ovunque, locali stra-affollati di gente impegnata ad ingurgitare ogni sorta di schifezza e a tracannare birra o bevande gassate per placare l’arsura. Famelici, compriamo inevitabili cheesburger da un gabbiotto di “luridi”, e mentre ingurgitiamo il rituale migliaio abbondante di calorie, osserviamo il bestiario che si affaccenda sul lungomare: è un mosaico di etnie, colori, vestiti, musiche. Fisici da dei e dee greche si alternano a ciccioni veramente rivoltanti. Hippies, asiatici, b-boys, rockettari, Are Krishna, fattoni, ispanici, rappers, darkettoni, buddisti, bianchi e neri. Tutti insieme a far girare il caravanserraglio, tutti accettano tutti o se ne fottono bellamente di tutti. Chi è impegnato a fare pesi nelle palestre a cielo aperto, sfoggiando muscoli guizzanti e cipiglio da duro e puro, fingendo di ignorare i curiosi e in realtà vivendo per il loro giudizio ; chi è preso a suonare musica di tutti i generi e con tutti gli strumenti immaginabili; chi è attratto in una specie di mini anfiteatro in cui si sta tenendo un Topless Day, per la verità di scarso successo fino a quel momento; chi si è lanciato in un partitone a basket su campetti entrati di diritto nella leggenda di questo sport; insomma, un mondo a sé stante, tutto da scoprire, visto mille volte in tv ma mai compreso e amato come in questo momento in cui ne facciamo parte a pieno titolo.
Nel primo pomeriggio ci spariamo un’oretta di sole beatamente spaparanzati sulla sabbia. Per me, che mi addormento come se mi avessero dato una martellata in nuca, si rivelerà un’ora letale, dalla quale uscirò alquanto stordito e gamberizzato in modo ridicolo.
Desiderosi di dare una svolta intellettuale a questa giornata, ci infiliamo in un Taco Bar e ci dedichiamo all’alcool e ai nachos. Una cameriera biondissima in minigonna di jeans, maglietta bianca annodata sotto le bocce e cappello da cow-girl ci serve delle clamorose Corona da 66cl, al che perdo la testa e mi metto a succhiare come un gorgo.
Quando usciamo dal locale, piuttosto allegri e volendo bene praticamente a tutto il mondo, sta imbrunendo. Marco e Fede si ricongiungono a noi, e andiamo a scattar foto commoventi sul molo di Santa Monica.
C’è malinconia, nell’aria. Tutto è avvolto da un alone testamentario. Assieme al sole sta tramontando quella che senza dubbio alcuno è stata la vacanza più incredibile dei miei primi 29 anni. È quasi con solennità che raggiungiamo la fine del Santa Monica Boulevard, e leggiamo la targa che sancisce la fine della Route 66 che per noi è stata Strada Madre e Maestra, ma della quale nessuno a Los Angeles sembra curarsi.
L’emozione è in parte guastata comicamente da un duo di sballati che ballano una musicaccia sparata a tutto volume da una radio scassata, lui con il testone avvolto completamente in una kefia, lei che si struscia con movenze da pornodiva (ed è meglio che io non entri nei dettagli). Fortunatamente dopo un po’ se ne vanno.
Quasi a suggellare la silenziosa cerimonia di commiato alla Route 66, arrivano dei motociclisti francesi che come noi l’hanno percorsa in tutta la sua lunghezza, ma su due ruote.
Ci fotografiamo a vicenda, sancendo un gemellaggio inedito Italia / Francia che ha ragion d’essere solo a un oceano di distanza dalla vecchia Europa.
Fame. Ritorniamo dalle parti del nostro motel, e plachiamo l’ardore dei nostri stomaci da In & Out a suon di… cheeseburger.
A un certo punto nel parcheggione di fronte al locale arriva uno strano gruppo di squinternati, che scendono rumorosamente da una specie di ibrido furgone / pullman, all’interno del quale intravediamo luci stroboscopiche in quantità industriale, come se si trattasse di una bizzarra discoteca ambulante. Emerge una specie di Megan Fox dei poveri, che ci impietrisce tutti quanti con la sua imperdonabile procacità e sfila fino al bancone, dove insieme ad una specie di pappone che sembra uscito dalla biografia non autorizzata dei Led Zeppelin ordina una vagonata di cibo per tutta la crew.
“Che si fa stasera?” butta là qualcuno, senza molta convinzione. Ci guardiamo in faccia per un attimo. Non serve neanche parlare. Ci inforniamo in un supermarket, compriamo una quantità più che rispettabile di birra e vodka, e ci dedichiamo ad una serata alcolica a bordo piscina, evocando i momenti memorabili della vacanza, o semplicemente restando in silenzio.
Andiamo avanti a trincare fino a notte fonda.
Ultimo giorno “pieno” di vacanza..
Siamo alla fine del viaggio, e probabilmente è un bene. In poco più di due settimane abbiamo immagazzinato una tale quantità di emozioni e i dati audio/video che i malandati Pentium386 installati nei nostri cerebri, ormai stravolti da una maratona chilometrico/gastronomica senza precedenti, avranno di che elaborare per parecchi mesi…
Per me, JP e Piotrek il batticuore della scoperta sembra essere ormai cessato. Dico “sembra”, poiché la Città degli Angeli, di cui abbiamo comunque già visitato i luoghi più classicamente turistici ( JP e Pietro addirittura già due volte.. ), riuscirà comunque a cavare dal cilindro altri momenti e luoghi indimenticabili..
Mentre il Putto e Filmoya dedicano una giornata agli Universal Studios, noi tre cialtroni optiamo per una giornata di relax in spiaggia a Venice Beach. Avendo lasciato Barney ai due prodi di cui sopra, ci godiamo una buona ora di pullman, affollato dalla tipica fauna proletaria losangeliana: sostanzialmente ispanici e i nostri amatissimi nigga.
A Venice troviamo una folla variopinta e incontrollabile, dedita a godersi questa giornata agostina in cui la tradizionale foschia è stata perforata da un sole gagliardo.
Bazar ovunque, locali stra-affollati di gente impegnata ad ingurgitare ogni sorta di schifezza e a tracannare birra o bevande gassate per placare l’arsura. Famelici, compriamo inevitabili cheesburger da un gabbiotto di “luridi”, e mentre ingurgitiamo il rituale migliaio abbondante di calorie, osserviamo il bestiario che si affaccenda sul lungomare: è un mosaico di etnie, colori, vestiti, musiche. Fisici da dei e dee greche si alternano a ciccioni veramente rivoltanti. Hippies, asiatici, b-boys, rockettari, Are Krishna, fattoni, ispanici, rappers, darkettoni, buddisti, bianchi e neri. Tutti insieme a far girare il caravanserraglio, tutti accettano tutti o se ne fottono bellamente di tutti. Chi è impegnato a fare pesi nelle palestre a cielo aperto, sfoggiando muscoli guizzanti e cipiglio da duro e puro, fingendo di ignorare i curiosi e in realtà vivendo per il loro giudizio ; chi è preso a suonare musica di tutti i generi e con tutti gli strumenti immaginabili; chi è attratto in una specie di mini anfiteatro in cui si sta tenendo un Topless Day, per la verità di scarso successo fino a quel momento; chi si è lanciato in un partitone a basket su campetti entrati di diritto nella leggenda di questo sport; insomma, un mondo a sé stante, tutto da scoprire, visto mille volte in tv ma mai compreso e amato come in questo momento in cui ne facciamo parte a pieno titolo.
Nel primo pomeriggio ci spariamo un’oretta di sole beatamente spaparanzati sulla sabbia. Per me, che mi addormento come se mi avessero dato una martellata in nuca, si rivelerà un’ora letale, dalla quale uscirò alquanto stordito e gamberizzato in modo ridicolo.
Desiderosi di dare una svolta intellettuale a questa giornata, ci infiliamo in un Taco Bar e ci dedichiamo all’alcool e ai nachos. Una cameriera biondissima in minigonna di jeans, maglietta bianca annodata sotto le bocce e cappello da cow-girl ci serve delle clamorose Corona da 66cl, al che perdo la testa e mi metto a succhiare come un gorgo.
Quando usciamo dal locale, piuttosto allegri e volendo bene praticamente a tutto il mondo, sta imbrunendo. Marco e Fede si ricongiungono a noi, e andiamo a scattar foto commoventi sul molo di Santa Monica.
C’è malinconia, nell’aria. Tutto è avvolto da un alone testamentario. Assieme al sole sta tramontando quella che senza dubbio alcuno è stata la vacanza più incredibile dei miei primi 29 anni. È quasi con solennità che raggiungiamo la fine del Santa Monica Boulevard, e leggiamo la targa che sancisce la fine della Route 66 che per noi è stata Strada Madre e Maestra, ma della quale nessuno a Los Angeles sembra curarsi.
L’emozione è in parte guastata comicamente da un duo di sballati che ballano una musicaccia sparata a tutto volume da una radio scassata, lui con il testone avvolto completamente in una kefia, lei che si struscia con movenze da pornodiva (ed è meglio che io non entri nei dettagli). Fortunatamente dopo un po’ se ne vanno.
Quasi a suggellare la silenziosa cerimonia di commiato alla Route 66, arrivano dei motociclisti francesi che come noi l’hanno percorsa in tutta la sua lunghezza, ma su due ruote.
Ci fotografiamo a vicenda, sancendo un gemellaggio inedito Italia / Francia che ha ragion d’essere solo a un oceano di distanza dalla vecchia Europa.
Fame. Ritorniamo dalle parti del nostro motel, e plachiamo l’ardore dei nostri stomaci da In & Out a suon di… cheeseburger.
A un certo punto nel parcheggione di fronte al locale arriva uno strano gruppo di squinternati, che scendono rumorosamente da una specie di ibrido furgone / pullman, all’interno del quale intravediamo luci stroboscopiche in quantità industriale, come se si trattasse di una bizzarra discoteca ambulante. Emerge una specie di Megan Fox dei poveri, che ci impietrisce tutti quanti con la sua imperdonabile procacità e sfila fino al bancone, dove insieme ad una specie di pappone che sembra uscito dalla biografia non autorizzata dei Led Zeppelin ordina una vagonata di cibo per tutta la crew.
“Che si fa stasera?” butta là qualcuno, senza molta convinzione. Ci guardiamo in faccia per un attimo. Non serve neanche parlare. Ci inforniamo in un supermarket, compriamo una quantità più che rispettabile di birra e vodka, e ci dedichiamo ad una serata alcolica a bordo piscina, evocando i momenti memorabili della vacanza, o semplicemente restando in silenzio.
Andiamo avanti a trincare fino a notte fonda.
mercoledì 29 settembre 2010
MotherRoad Chronicles - Day 16 - From San Diego To Los Angeles
22.08.2009
Inutile negarlo. Siamo stanchi morti. Gli ultimi due giorni nella Città degli angeli saranno vissuti, almeno da me, nel miglior compromesso possibile fra il "torpore" derivato da una scorreria di quasi 6000 Km tagliando in due il Midwest, e la comprensibile urgenza di sfruttare al meglio le ultime battute di una vacanza già entrata nella leggenda.
Intanto, la tratta da S.Diego a Los Angeles non è d'aiuto. C'è un traffico assurdo, tanto che decidiamo di farci la litoranea, tra begli scorci di paesaggio ( menzione d'onore a Ocean Side e il suo porto )e macroscopici errori di percorso.
Tanto per chiarire, tentiamo inconsapevolmente di entrare in una base militare, con tanto di truce e muscolosissimo sergente nero di piantone, che ci intima senza cerimonie, di tornare indietro.
La disavventura mi gasa: finalmente ho incontrato il tipico soldatone USA, il tipico personaggio che farcisce innumerevoli filmoni e filmetti di matrice yankee: per un momento mi sono sentito protagonista di un assurdo ibrido fra "Full Metal Jacket" e "Hot Shots"!
Pranziamo in un classico fast food à la Johnny Rockets. Dietro di noi si abbuffa una famigliola romana. Il "patriarca" ci apostrofa in dialetto trasteverino: "Ahò, ma vuoi mettere 'na pasta co' 'sta robba?" Effettivamente dopo 16 giorni inizio ad aver voglia di una bella piattazza di tagliatelle al ragù..
Voglio citare anche la cameriera, di cui non ricordo il nome, ma gli occhi azzurrissimi, quelli sì.
Entriamo nell'Orange County, terra di repubblicani, riccastri, fighetti e telefilm.
Filmoya alla guida tenta invano di parcheggiare per fare un salto al molo reso famoso da "The O.C.". Barney fende la folla che satura letteralmente le strade su cui si affacciano i negozi. Tutt'altra cosa rispetto alla città deserta del novembre 2007... Percorriamo anche vie signorili fiancheggiate da lussuose case di villeggiatura.
Non mi piace Newport. Per un attimo vengo colto dalla voglia di cantare Bandiera Rossa e orinare in mezzo a quelle specie di Wisteria Lane. Fortunatamente l'attacco di anarchia scompare veloce com'è arrivato.
Arriviamo finalmente a L.A. dopo una seconda overdose di traffic jam.
Siamo piallati. Raggiungiamo il motel che ci farà da casetta per i prossimi due giorni. Con la sua piscina centrale e gli appartamenti cui si accede arrampicandosi su scale ripidissime, ci gasa il fatto che il motel assomigli un po' alla versione dei poveri del complesso dove abitavano quegli stronzi antipatici dei personaggi di "Melrose Place".
Ci vogliono un paio di ore per convincere le nostre membra a staccarsi dal materasso, e le trascorro guardando uno dei film più divertenti e genuinamente ignoranti di sempre: "Major League", con il mai troppo lodato Charlie Sheen nel ruolo di "Wild Thing", e Tom "Sgt. Barnes" Berenger in quello di uno scalcagnato veterano del baseball che vince la league e conquista la sua bella, quel bel tusanin di Renée Russo..
L'Amoeba è a un tiro di schioppo. Ci sentiamo moralmente obbligati a fare un salto e a comprare i soliti 8-9 ciddì. Irretito come sempre dal subdolo Piotrek, stavolta esagero. A mia discolpa, ammetto che era eccezionale il modo in cui quel bastardo mi arrivava di fianco, con una qualche capolavoro in mano, sussurrandomi con voce bassa da cospiratore e sguardo da cherubino: "Questo è un capolavoro, a un prezzo assurdo. Fai te, io lo rimetto al suo posto". E io, come un bovino pungolato dal pastore, mi fiondavo a farlo mio.
Esco dal negozio ringraziando/maledicendo il dio della musica, che ha collocato l'Amoeba a L.A. anziché nella ben più strategica Garlate (LC) e mi riunisco agli altri, a loro volta soddisfatti.
Andiamo a bighellonare sull'Hollywood Boulevard. Ammetto sinceramente che la magia della prima volta, assaporata 2 anni fa, è un lontano ricordo. Walk Of Fame, Kodak Theater, la folla di figuranti travestiti che cercano di incastrare il turista per la foto a pagamento.. Tutto già visto, mi dico malinconicamente.
Fortuna che il Chinese Theater, con le leggendarie mattonelle di cemento "firmate" da glorie vecchie e nuove del cinema, è ancora in grado di risvegliare il mio entusiasmo di cinefilo, sarà che qui la storia si può toccare tangibilmente, e si può constatare con un certo sgomento che piedini da Cenerentola aveva quel duro di John Wayne...
Scocca la mezza. Ho due elefanti seduti sulle palpebre. Si decide di tornare a casa in in taxi. All'ultimo momento vengo colto da un raptus di masochismo e mi obbligo a farmela a piedi lungo tutto il Boulevard fino al motel.
Il mio coraggio viene ricompensato da una serie di scorci interessanti della quotidianità di questa parte dell'immensa metropoli: ragazzi neri che fanno free style, biondone supertirare all'ingresso di un locale, limousine come se piovesse, e anche una procedura di arresto da manuale, a spese di un cretino che guidava ubriaco marcio.
Non c'è male L.A., non c'è male...
Inutile negarlo. Siamo stanchi morti. Gli ultimi due giorni nella Città degli angeli saranno vissuti, almeno da me, nel miglior compromesso possibile fra il "torpore" derivato da una scorreria di quasi 6000 Km tagliando in due il Midwest, e la comprensibile urgenza di sfruttare al meglio le ultime battute di una vacanza già entrata nella leggenda.
Intanto, la tratta da S.Diego a Los Angeles non è d'aiuto. C'è un traffico assurdo, tanto che decidiamo di farci la litoranea, tra begli scorci di paesaggio ( menzione d'onore a Ocean Side e il suo porto )e macroscopici errori di percorso.
Tanto per chiarire, tentiamo inconsapevolmente di entrare in una base militare, con tanto di truce e muscolosissimo sergente nero di piantone, che ci intima senza cerimonie, di tornare indietro.
La disavventura mi gasa: finalmente ho incontrato il tipico soldatone USA, il tipico personaggio che farcisce innumerevoli filmoni e filmetti di matrice yankee: per un momento mi sono sentito protagonista di un assurdo ibrido fra "Full Metal Jacket" e "Hot Shots"!
Pranziamo in un classico fast food à la Johnny Rockets. Dietro di noi si abbuffa una famigliola romana. Il "patriarca" ci apostrofa in dialetto trasteverino: "Ahò, ma vuoi mettere 'na pasta co' 'sta robba?" Effettivamente dopo 16 giorni inizio ad aver voglia di una bella piattazza di tagliatelle al ragù..
Voglio citare anche la cameriera, di cui non ricordo il nome, ma gli occhi azzurrissimi, quelli sì.
Entriamo nell'Orange County, terra di repubblicani, riccastri, fighetti e telefilm.
Filmoya alla guida tenta invano di parcheggiare per fare un salto al molo reso famoso da "The O.C.". Barney fende la folla che satura letteralmente le strade su cui si affacciano i negozi. Tutt'altra cosa rispetto alla città deserta del novembre 2007... Percorriamo anche vie signorili fiancheggiate da lussuose case di villeggiatura.
Non mi piace Newport. Per un attimo vengo colto dalla voglia di cantare Bandiera Rossa e orinare in mezzo a quelle specie di Wisteria Lane. Fortunatamente l'attacco di anarchia scompare veloce com'è arrivato.
Arriviamo finalmente a L.A. dopo una seconda overdose di traffic jam.
Siamo piallati. Raggiungiamo il motel che ci farà da casetta per i prossimi due giorni. Con la sua piscina centrale e gli appartamenti cui si accede arrampicandosi su scale ripidissime, ci gasa il fatto che il motel assomigli un po' alla versione dei poveri del complesso dove abitavano quegli stronzi antipatici dei personaggi di "Melrose Place".
Ci vogliono un paio di ore per convincere le nostre membra a staccarsi dal materasso, e le trascorro guardando uno dei film più divertenti e genuinamente ignoranti di sempre: "Major League", con il mai troppo lodato Charlie Sheen nel ruolo di "Wild Thing", e Tom "Sgt. Barnes" Berenger in quello di uno scalcagnato veterano del baseball che vince la league e conquista la sua bella, quel bel tusanin di Renée Russo..
L'Amoeba è a un tiro di schioppo. Ci sentiamo moralmente obbligati a fare un salto e a comprare i soliti 8-9 ciddì. Irretito come sempre dal subdolo Piotrek, stavolta esagero. A mia discolpa, ammetto che era eccezionale il modo in cui quel bastardo mi arrivava di fianco, con una qualche capolavoro in mano, sussurrandomi con voce bassa da cospiratore e sguardo da cherubino: "Questo è un capolavoro, a un prezzo assurdo. Fai te, io lo rimetto al suo posto". E io, come un bovino pungolato dal pastore, mi fiondavo a farlo mio.
Esco dal negozio ringraziando/maledicendo il dio della musica, che ha collocato l'Amoeba a L.A. anziché nella ben più strategica Garlate (LC) e mi riunisco agli altri, a loro volta soddisfatti.
Andiamo a bighellonare sull'Hollywood Boulevard. Ammetto sinceramente che la magia della prima volta, assaporata 2 anni fa, è un lontano ricordo. Walk Of Fame, Kodak Theater, la folla di figuranti travestiti che cercano di incastrare il turista per la foto a pagamento.. Tutto già visto, mi dico malinconicamente.
Fortuna che il Chinese Theater, con le leggendarie mattonelle di cemento "firmate" da glorie vecchie e nuove del cinema, è ancora in grado di risvegliare il mio entusiasmo di cinefilo, sarà che qui la storia si può toccare tangibilmente, e si può constatare con un certo sgomento che piedini da Cenerentola aveva quel duro di John Wayne...
Scocca la mezza. Ho due elefanti seduti sulle palpebre. Si decide di tornare a casa in in taxi. All'ultimo momento vengo colto da un raptus di masochismo e mi obbligo a farmela a piedi lungo tutto il Boulevard fino al motel.
Il mio coraggio viene ricompensato da una serie di scorci interessanti della quotidianità di questa parte dell'immensa metropoli: ragazzi neri che fanno free style, biondone supertirare all'ingresso di un locale, limousine come se piovesse, e anche una procedura di arresto da manuale, a spese di un cretino che guidava ubriaco marcio.
Non c'è male L.A., non c'è male...
domenica 8 agosto 2010
Un anno
Ormai su questo blog tutto è già stato detto e considerato, ma non potevo esimermi da un mini post a un anno esatto dalla partenza vera e propria, da quell'8 Agosto che ricordo di aver aspettato quasi con ansia nei mesi precedenti, e che ci ha portati ad atterrare a Chicago, a prendere Barney, a sentirci dare dei polacchi alla reception del primo motel, ad andare da Hooters per il primo impatto con la cultura yankee, a vedere chi-town dall'alto dell'Hancock tower... e per l'amor di dio sto solo parlando delle primissime ora di una vacanza "sempre in posa".
Mi manca di brutto.
Buon anniversario, nobili compagni d'avventura
Mi manca di brutto.
Buon anniversario, nobili compagni d'avventura
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giovedì 5 agosto 2010
MotherRoad Chronicles - Day 15 - From Barstow To San Diego
21.08.2009
Doveroso iniziare la giornata con una serie di "omaggi" alla pionieristica vacanza del 2007.
Chiudiamo il conto aperto con il mitico ciambellaro di Barstow, presso il quale, 2 anni prima, avevamo acquistato 2 ciambelle pro capite, in un'orgia di glassa e cioccolato, che ci aveva fatto avere gli incubi per un'intera giornata. Stavolta ci limitiamo a una cauta ciambella, che mi delizia ma mi evita abbiocchi fuori programma.
Poco fuori la cittadina, c'è un luogo dal significato tutto particolare, oserei dire mitico: un bellissimo gagliardetto della Route 66 dipinto sull'asfalto in puro stile California, ovvero grosso, dettagliato, con i controcazzi. Lo stesso che nel 2007 avevamo così golosamente fotografato. Proprio qui viene scattata una delle foto feticcio della vacanza, noi 5 seduti attorno al simbolo, in faccia un sorriso un po' stralunato, contenti come pasque per essere là, nel posto dove a suo tempo iniziò a prendere forma l'idea che forse questa Route 66 meritava un viaggetto ad hoc...
Damn... Piccolo retroscena: ci mettiamo un secolo a fare questa benedetta foto, perché sembra che tutte le auto della contea si siano date appuntamento lì per romperci le.. uova nel paniere.
Prossima tappa: Oro Grande, dove intendiamo dare una rispolverata al "manifesto" di Big Mike, meccanico convinto estimatore del diritto dell'essere umano di farsi giustizia da solo. Obbligatorio poi fare scalo al sordido baretto dove due anni prima la simpatica barista bionda, Heather, aveva chiesto a me, Jp e Piotrek se fossimo fratelli ( Pronto, tesoro??? Secondo te io, dai tratti così fini e delicati, ho a che fare con quei due bruti dai lineamenti bifolchi??? Un po' di fisiognomica, perdio!!! ). Se il caso ballerino ci facesse reincontrare nuovamente il leggendario autista del monumentale pick up bianco, al secolo "Fred Il Cazzaro", faremmo tombola, bingo, strike e peppa. Ma il caso BASTARDO decide invece di assestarci una combo di delusioni a dir poco devastante: entrambe le location sono sparite, puf, volatilizzate: al posto dell'officina di Big Mike c'è un anonimo edificio rosso brillante. Il baretto delizioso è stato sostituito da un localaccio mezzo vuoto e desolante, gestito alla cazzo di cane da truce e squinternata signora di mezza che a malapena ci chiede cosa vogliamo. Sigh, dolce Heather...
Fuggiamo via inorriditi dalla sciatteria del postaccio, e curiamo il trauma a Victoryville, facendo shopping come ragazzine bene di Newport.. Io mi regalo un paio di paia di All Star che stavo lumando da un po'. Che diamine, se non ci viziamo un po' da soli, chi ci vizia a noi?
Rapido rifornimento di junk food, tempo di portare i nostri culi verso S.Diego, che mi incuriosisce parecchio.
Scatta la chicca: Anne, la fiamma Las Vegasiana di Jp detto il Galante, è a S.Diego con l'amica Caroline, con la quale sta facendo un viaggio un po' alla Thelma e Louise. Ci invitano a cenare con loro, poi a danser. Vorrà dire che stasera si darà sfoggio delle nostre proverbiali buone maniere,nonché di finezza e delicatezza con le cugine d'oltralpe. Uhm.. Urge un ripasso, in quanto 3000 Km di asfalto ci hanno un po' fatti scivolare verso l'abbrutimento. Il tragitto rimanente viene dunque occupato ripercorrendo con sussiego le regole fondanti del parlar forbito, fra sfumature di stilnovismo e di estetica montparnassiana.
In città fatichiamo a trovare alloggio. La colpa è tutta della nostra squadra del cuore, i St.Louis Cardinals, venuti a S.Diego per spezzare le mazze sulle schiene dei malcapitati Padres.. Vaya con Dios, Pujols, sfasciagli le reni, a 'sti californiani imbastarditi coi panchos!!!
La notte cala sull'ultima roccaforte USA prima del confine col Messico. Ci avventuriamo per le strade del centro, tutti belli tirati e pettinati, e l'unica cosa che salta agli occhi mentre raggiungiamo l'incrocio designato come rendez-vous, è che codesta meravigliosa città è piena fino all'orlo di quella che Petrarca chiamava Laura, Boccaccio chiamava Fiamma e Dante chiamava Beatrice. Solo che le Laure, Fiamme o Beatrici non hanno movenze flautate da donne angelicate, ma piuttosto movenze feline e sensuali da pantere in cerca di qualcuno da spolpare. Patonze invereconde si aggirano in branchi per le vie di questa fabbrica di libidine, in perfetto equilibrio su tacchi vertiginosi. Qualche ora più tardi ammireremo le suddette in "drunk mode", mentre alle 2.00 am berceranno alla ricerca di un taxi che le riconduca all'ovile.
2.00 am, esatto. In Italia di venerdì sera dormono solo i pensionati, le donne incinte e i malati. A S.Diego invece si chiude bottega, stop, finito, tante cose. Non resta un locale aperto neanche a piangere in calabrese estremo.
E così quando noi, reduci da una cenetta a un ristorante italiano ( durante il quale le nostre due ospiti si rivelano ragazze spiritose e dalla conversazione brillante oltre che carine ) e da un paio di bicchierate di tequila in un baretto poco lontao,
decidiamo di fare due salti in pista da ballo, ci ritroviamo avvolti dal vuoto pneumatico. E pensare che sia noi che le due belle eravamo pure tornati frettolosamente in albergo a prendere i passaporti..
Facciamo alcuni tentativi infruttuosi ma niente, la città è blindata dal coprifuoco.
I tre gaglioffi marchigiani decidono di rifarsi su uno dei numerosi e incauti guidatori di risciò che affollano San Diego. La loro scelta cade su un turco malcapitato, che per 20 $ accetta di usurarsi i polmoni e giocarsi i polpacci per riportarli all'hotel, che per inciso è in cima a una salitella interessante. I tre aguzzini si divertono un mondo a osservare il supplizio atroce del Pantani del Bosforo, il quale suda come un somaro e impreca come un giannizzero, mentre il risciò incespica con penosa lentezza su per la salita verso Ash Street. Ataturk chiama pure un connazionale in soccorso, il quale si rivela non solo sfaticato, ma addirittura un peso aggiuntivo. Al che, ormai alla frutta, il pover'uomo implora i 3 negrieri di continuare a piedi. Magnanimi, i nostri acconsentono e se ne vanno sghignazzando.
Jp scorta la bella A.A. in hotel. Io, galantuomo d'altri tempi, accompagno Caroline, che ha deciso di farsi un tour by night a piedi. Discorriamo del più e del meno. Lei è gasata perché può darmi lezioni di francese, io la ripago insegnando qualche parolina del simpatico gergo dei mulettisti padovani. A un certo punto mi rivolge un sorriso smagliante e mi confessa candidamente di non avere la più pallida idea di dove siamo rispetto al suo hotel. Non volendo soccombere all'umiliazione del taxi, ci infiliamo nello store attiguo a un benzinaio e chiediamo lumi a un agente di polizia, il tipico blue con una panza da yokozuna e la scatola di ciambelle sul sedile, un tutore dell'ordine che infonde sicurezza.. Vergognosamente, il cialtrone confessa di non avere la più pallida idea di dove possa essere l'hotel di Caroline. Né lo sanno gli altri 3 tizi nel negozio. Strani forte, 'sti autoctoni.. A un incrocio, uno smandrappato con la canotta di Kobe Bryant ci dà la dritta giusta.
A pochi metri dall'albergo, dei tizi ubriachi ci regalano una lattina sigillata di Miller Light, una birra che non regalerei neppure al mio miglior nemico. "Potremmo berla" mi dice maliziosa Caroline. "Dopo tutto sono avvocato, se ci beccano ci tirerei fuori di galera in un click".
Hall. Ci salutiamo. Mi bacia con stile sulle guance. Non individuo segnali di incoraggiamento a salire da lei a imparare i passi base del flamenco, di cui si dice sia una maestra. Sciocco Tomb, cieco Tomb, incapace Tomb...
Mi guarda salire sul taxi che mi riporterà in albergo e mi fa ciao con la mano..
Doveroso iniziare la giornata con una serie di "omaggi" alla pionieristica vacanza del 2007.
Chiudiamo il conto aperto con il mitico ciambellaro di Barstow, presso il quale, 2 anni prima, avevamo acquistato 2 ciambelle pro capite, in un'orgia di glassa e cioccolato, che ci aveva fatto avere gli incubi per un'intera giornata. Stavolta ci limitiamo a una cauta ciambella, che mi delizia ma mi evita abbiocchi fuori programma.
Poco fuori la cittadina, c'è un luogo dal significato tutto particolare, oserei dire mitico: un bellissimo gagliardetto della Route 66 dipinto sull'asfalto in puro stile California, ovvero grosso, dettagliato, con i controcazzi. Lo stesso che nel 2007 avevamo così golosamente fotografato. Proprio qui viene scattata una delle foto feticcio della vacanza, noi 5 seduti attorno al simbolo, in faccia un sorriso un po' stralunato, contenti come pasque per essere là, nel posto dove a suo tempo iniziò a prendere forma l'idea che forse questa Route 66 meritava un viaggetto ad hoc...
Damn... Piccolo retroscena: ci mettiamo un secolo a fare questa benedetta foto, perché sembra che tutte le auto della contea si siano date appuntamento lì per romperci le.. uova nel paniere.
Prossima tappa: Oro Grande, dove intendiamo dare una rispolverata al "manifesto" di Big Mike, meccanico convinto estimatore del diritto dell'essere umano di farsi giustizia da solo. Obbligatorio poi fare scalo al sordido baretto dove due anni prima la simpatica barista bionda, Heather, aveva chiesto a me, Jp e Piotrek se fossimo fratelli ( Pronto, tesoro??? Secondo te io, dai tratti così fini e delicati, ho a che fare con quei due bruti dai lineamenti bifolchi??? Un po' di fisiognomica, perdio!!! ). Se il caso ballerino ci facesse reincontrare nuovamente il leggendario autista del monumentale pick up bianco, al secolo "Fred Il Cazzaro", faremmo tombola, bingo, strike e peppa. Ma il caso BASTARDO decide invece di assestarci una combo di delusioni a dir poco devastante: entrambe le location sono sparite, puf, volatilizzate: al posto dell'officina di Big Mike c'è un anonimo edificio rosso brillante. Il baretto delizioso è stato sostituito da un localaccio mezzo vuoto e desolante, gestito alla cazzo di cane da truce e squinternata signora di mezza che a malapena ci chiede cosa vogliamo. Sigh, dolce Heather...
Fuggiamo via inorriditi dalla sciatteria del postaccio, e curiamo il trauma a Victoryville, facendo shopping come ragazzine bene di Newport.. Io mi regalo un paio di paia di All Star che stavo lumando da un po'. Che diamine, se non ci viziamo un po' da soli, chi ci vizia a noi?
Rapido rifornimento di junk food, tempo di portare i nostri culi verso S.Diego, che mi incuriosisce parecchio.
Scatta la chicca: Anne, la fiamma Las Vegasiana di Jp detto il Galante, è a S.Diego con l'amica Caroline, con la quale sta facendo un viaggio un po' alla Thelma e Louise. Ci invitano a cenare con loro, poi a danser. Vorrà dire che stasera si darà sfoggio delle nostre proverbiali buone maniere,nonché di finezza e delicatezza con le cugine d'oltralpe. Uhm.. Urge un ripasso, in quanto 3000 Km di asfalto ci hanno un po' fatti scivolare verso l'abbrutimento. Il tragitto rimanente viene dunque occupato ripercorrendo con sussiego le regole fondanti del parlar forbito, fra sfumature di stilnovismo e di estetica montparnassiana.
In città fatichiamo a trovare alloggio. La colpa è tutta della nostra squadra del cuore, i St.Louis Cardinals, venuti a S.Diego per spezzare le mazze sulle schiene dei malcapitati Padres.. Vaya con Dios, Pujols, sfasciagli le reni, a 'sti californiani imbastarditi coi panchos!!!
La notte cala sull'ultima roccaforte USA prima del confine col Messico. Ci avventuriamo per le strade del centro, tutti belli tirati e pettinati, e l'unica cosa che salta agli occhi mentre raggiungiamo l'incrocio designato come rendez-vous, è che codesta meravigliosa città è piena fino all'orlo di quella che Petrarca chiamava Laura, Boccaccio chiamava Fiamma e Dante chiamava Beatrice. Solo che le Laure, Fiamme o Beatrici non hanno movenze flautate da donne angelicate, ma piuttosto movenze feline e sensuali da pantere in cerca di qualcuno da spolpare. Patonze invereconde si aggirano in branchi per le vie di questa fabbrica di libidine, in perfetto equilibrio su tacchi vertiginosi. Qualche ora più tardi ammireremo le suddette in "drunk mode", mentre alle 2.00 am berceranno alla ricerca di un taxi che le riconduca all'ovile.
2.00 am, esatto. In Italia di venerdì sera dormono solo i pensionati, le donne incinte e i malati. A S.Diego invece si chiude bottega, stop, finito, tante cose. Non resta un locale aperto neanche a piangere in calabrese estremo.
E così quando noi, reduci da una cenetta a un ristorante italiano ( durante il quale le nostre due ospiti si rivelano ragazze spiritose e dalla conversazione brillante oltre che carine ) e da un paio di bicchierate di tequila in un baretto poco lontao,
decidiamo di fare due salti in pista da ballo, ci ritroviamo avvolti dal vuoto pneumatico. E pensare che sia noi che le due belle eravamo pure tornati frettolosamente in albergo a prendere i passaporti..
Facciamo alcuni tentativi infruttuosi ma niente, la città è blindata dal coprifuoco.
I tre gaglioffi marchigiani decidono di rifarsi su uno dei numerosi e incauti guidatori di risciò che affollano San Diego. La loro scelta cade su un turco malcapitato, che per 20 $ accetta di usurarsi i polmoni e giocarsi i polpacci per riportarli all'hotel, che per inciso è in cima a una salitella interessante. I tre aguzzini si divertono un mondo a osservare il supplizio atroce del Pantani del Bosforo, il quale suda come un somaro e impreca come un giannizzero, mentre il risciò incespica con penosa lentezza su per la salita verso Ash Street. Ataturk chiama pure un connazionale in soccorso, il quale si rivela non solo sfaticato, ma addirittura un peso aggiuntivo. Al che, ormai alla frutta, il pover'uomo implora i 3 negrieri di continuare a piedi. Magnanimi, i nostri acconsentono e se ne vanno sghignazzando.
Jp scorta la bella A.A. in hotel. Io, galantuomo d'altri tempi, accompagno Caroline, che ha deciso di farsi un tour by night a piedi. Discorriamo del più e del meno. Lei è gasata perché può darmi lezioni di francese, io la ripago insegnando qualche parolina del simpatico gergo dei mulettisti padovani. A un certo punto mi rivolge un sorriso smagliante e mi confessa candidamente di non avere la più pallida idea di dove siamo rispetto al suo hotel. Non volendo soccombere all'umiliazione del taxi, ci infiliamo nello store attiguo a un benzinaio e chiediamo lumi a un agente di polizia, il tipico blue con una panza da yokozuna e la scatola di ciambelle sul sedile, un tutore dell'ordine che infonde sicurezza.. Vergognosamente, il cialtrone confessa di non avere la più pallida idea di dove possa essere l'hotel di Caroline. Né lo sanno gli altri 3 tizi nel negozio. Strani forte, 'sti autoctoni.. A un incrocio, uno smandrappato con la canotta di Kobe Bryant ci dà la dritta giusta.
A pochi metri dall'albergo, dei tizi ubriachi ci regalano una lattina sigillata di Miller Light, una birra che non regalerei neppure al mio miglior nemico. "Potremmo berla" mi dice maliziosa Caroline. "Dopo tutto sono avvocato, se ci beccano ci tirerei fuori di galera in un click".
Hall. Ci salutiamo. Mi bacia con stile sulle guance. Non individuo segnali di incoraggiamento a salire da lei a imparare i passi base del flamenco, di cui si dice sia una maestra. Sciocco Tomb, cieco Tomb, incapace Tomb...
Mi guarda salire sul taxi che mi riporterà in albergo e mi fa ciao con la mano..
lunedì 2 agosto 2010
MotherRoad Chronicles - Day 14 - From Las Vegas To Barstow
20.08.09
Sveglia alle 10.30.
Mi sento sorprendentemente in palla, la testa è leggera come se la sbronza della sera prima fosse stata a base di Barolo, e non della sapida birraccia di queste parti..
E sono irragionevolmente di buon umore.
L'unica traccia della sera precedente è un alito che sa di sepolcro, e i vestiti stropicciati che ho ancora addosso.
Neppure ho il tempo di sollevarmi faticosamente dal lettone sul quale sono crollato appena cinque ore prima, che i Mezzanotte fanno il loro festoso ingresso in camera.
Sono reduci da una salubre puntata in piscina, méta agognata alla quale il giorno prima, una volta respinti dagli spocchiosi bagnini del Palms Place, avevano giurato su tutti i santi di accedere, avendo come unico fine il refrigerio e il casto occhieggiare di eventuali poppute esponenti del gentil sesso, che qui più che in ogni altro luogo sono notoriamente attratte dall'Accadueò e dalla possibilità di scucire filigrana a turisti più o meno facoltosi.
I due cialtroni se la ridono raccontandomi di aver subìto un casto approccio da parte di due monache benedettine in cerca di offerte che, levando inni al cielo e intonando la ben nota lode "We Love Italians!", hanno delicatamente appoggiato i loro polpastrelli tremebondi sulla dotazione di serie dei nostri affezionatissimi, i quali, pieni di mistica ispirazione, hanno risposto con un salmo non molto conosciuto da queste parti, il "Grazie Non Vado A Puttane", per poi disimpegnarsi con abilità.
Con la perspicacia che tutti sanno essermi propria, noto che il buon Pigoz NON è rientrato all'ovile. Arriverà una mezz'ora più tardi, con quella faccia un po' così, e quell'espressione un po' così, che abbiamo noi che abbiamo visto qualcosa di bello bello bello. Ma proprio bello bello bello...
Siamo tutti in fase di orribile fame chimica. Decidiamo di darci a un altro vergognoso saccheggio di un All You Can Eat. Stavolta viene designato quello del MGM.
Scattano le ultime giocate, avvolte da un alone quasi testamentario. Il Piotrek porta a casa 56 bucks del tutto immeritati ( :-P ), il resto di noi naufraga miserabilmente.
Anche la roulette, presieduta da un gorilla tifoso sfegatato del Chelsea e di Mourinho, ci da picche. Tempo davvero di levare le tende. La prossima destinazione è un paese dove io JP e Pietro abbiamo lasciato un pezzettino di cuore durante la visita precedente, nell'ormai antidiluviano novembre 2007: Barstow, che ci ricongiungerà all'amata Route.
Nulla da segnalare durante l'asfissiante passaggio attraverso il Mohave. Ormai siamo saturi di paesaggi e protesi verso le ultime tappe cittadine del viaggio: le rinomate San Diego e Los Angeles.
Anzi, a ben vedere qualcosa da segnalare c'è: la mia incredibile energia e loquacità. I miei compagni di viaggio, che sopportano educatamente la mia ingiustificata iperattività, si chiedono perplessi se la sera prima io non sia finito per caso nella versione Vegasiana del "Korova MilkBar, a bere Latte+ rinforzato con qualche droguccia mescalina, roba che ti fa robusto e disposto all'esercizio dell'amata ultraviolenza".
Che cazzo ne so. Misteri di un metabolismo devastato dai cheeseburgers..
Quasi con spocchia teniamo fede al programma giornaliero, visitando la pseudo-città fantasma di Calico, dall'atmosfera tutt'altro che fantasmatica, che nel più sfigato parco tematico europeo sarebbe andata incontro a sonora bocciatura.
Barstow invece non può deludere.
Dopo una pennichella e una doccia che finalmente mi riportano al livello pseudoletargico degli altri 4, ci infiliamo in un ristorantino nel quale divoriamo l'ennesima bistecca. Siamo intenti ad ingozzarci di carne quando, disgrazia fra le disgrazie, una rumorosa comitiva di compatrioti fa il suo ingresso nel locale. Anzi, a voler essere precisi, è il tipico gruppetto familiare italiota, corredato di chiassosi ragazzini dalle facce bovine, ai quali avrei volentieri regalato una raffica di schiaffi.
La cameriera, piuttosto stanca ma ripigliata e simpatica, ci consiglia di fare un salto al Molly's, un locale mooolto carino e letteralmente straripante dei personaggi stereotipati così cari a noi amanti del folclore:
- Monumentali neri dalla lingua scioltissima, fra cui spicca un grassone molto simpatico che si impadronisce del biliardo, annichilendo qualsiasi avversario abbia l'ardire di mettere in questione la sua leadership inontrastata. Si ferma solo per un attimo, per cantare " Oh My Love ", e interpretandola magistralmente grazie a una bellissima voce tenorile, dall'inconfondibile timbrica black.
- il bianco muscoloso corredato di fighetta, ansioso di fare il simpatico per guadagnarsi la considerazione dei vari clan che affollano il bar.
- le tardone in tenuta da battaglia, patetiche storpiature delle groupies dei Seventies.
- le sussiegose prugnette locali, con inevitabile corredo di amiche grasse come portaerei sulle quali scaricare nevrosi e insicurezze. Fra le amiche "acquaiole" (per citare un termine alla Gino Bartali) spicca un catamarano che, probabilmente avvantaggiata dall'assetto ottimale derivante dall'avere un posteriore da bovino texano, se la cava più che dignitosamente a biliardo col trippone di cui sopra.
- bulletti locali, con cappelli da baseball a sghimbescio, tatuaggi in evidenza e cipiglio da duri e puri.
Girano birra a fiumi ( servita in barattoli di vetro: bella trovata, a mio modesto parere ), e parecchi sguardi spavaldi, ma se stai al tuo posto e non fai il galletto, come scegliamo saggiamente di fare noi, ti godi una bella serata di birra e musica.
Il karaoke è infatti gettonatissimo, benché non tutti i cantanti si rivelino all'altezza.
A mezzanotte precisa ci si guarda in faccia: abbiamo tutti l'aria stravolta. Urge salvifica sessione di ginnastica onirica.
Neanche un quarto d'ora dopo siamo tutti orizzontali nei nostri lettini.
Sveglia alle 10.30.
Mi sento sorprendentemente in palla, la testa è leggera come se la sbronza della sera prima fosse stata a base di Barolo, e non della sapida birraccia di queste parti..
E sono irragionevolmente di buon umore.
L'unica traccia della sera precedente è un alito che sa di sepolcro, e i vestiti stropicciati che ho ancora addosso.
Neppure ho il tempo di sollevarmi faticosamente dal lettone sul quale sono crollato appena cinque ore prima, che i Mezzanotte fanno il loro festoso ingresso in camera.
Sono reduci da una salubre puntata in piscina, méta agognata alla quale il giorno prima, una volta respinti dagli spocchiosi bagnini del Palms Place, avevano giurato su tutti i santi di accedere, avendo come unico fine il refrigerio e il casto occhieggiare di eventuali poppute esponenti del gentil sesso, che qui più che in ogni altro luogo sono notoriamente attratte dall'Accadueò e dalla possibilità di scucire filigrana a turisti più o meno facoltosi.
I due cialtroni se la ridono raccontandomi di aver subìto un casto approccio da parte di due monache benedettine in cerca di offerte che, levando inni al cielo e intonando la ben nota lode "We Love Italians!", hanno delicatamente appoggiato i loro polpastrelli tremebondi sulla dotazione di serie dei nostri affezionatissimi, i quali, pieni di mistica ispirazione, hanno risposto con un salmo non molto conosciuto da queste parti, il "Grazie Non Vado A Puttane", per poi disimpegnarsi con abilità.
Con la perspicacia che tutti sanno essermi propria, noto che il buon Pigoz NON è rientrato all'ovile. Arriverà una mezz'ora più tardi, con quella faccia un po' così, e quell'espressione un po' così, che abbiamo noi che abbiamo visto qualcosa di bello bello bello. Ma proprio bello bello bello...
Siamo tutti in fase di orribile fame chimica. Decidiamo di darci a un altro vergognoso saccheggio di un All You Can Eat. Stavolta viene designato quello del MGM.
Scattano le ultime giocate, avvolte da un alone quasi testamentario. Il Piotrek porta a casa 56 bucks del tutto immeritati ( :-P ), il resto di noi naufraga miserabilmente.
Anche la roulette, presieduta da un gorilla tifoso sfegatato del Chelsea e di Mourinho, ci da picche. Tempo davvero di levare le tende. La prossima destinazione è un paese dove io JP e Pietro abbiamo lasciato un pezzettino di cuore durante la visita precedente, nell'ormai antidiluviano novembre 2007: Barstow, che ci ricongiungerà all'amata Route.
Nulla da segnalare durante l'asfissiante passaggio attraverso il Mohave. Ormai siamo saturi di paesaggi e protesi verso le ultime tappe cittadine del viaggio: le rinomate San Diego e Los Angeles.
Anzi, a ben vedere qualcosa da segnalare c'è: la mia incredibile energia e loquacità. I miei compagni di viaggio, che sopportano educatamente la mia ingiustificata iperattività, si chiedono perplessi se la sera prima io non sia finito per caso nella versione Vegasiana del "Korova MilkBar, a bere Latte+ rinforzato con qualche droguccia mescalina, roba che ti fa robusto e disposto all'esercizio dell'amata ultraviolenza".
Che cazzo ne so. Misteri di un metabolismo devastato dai cheeseburgers..
Quasi con spocchia teniamo fede al programma giornaliero, visitando la pseudo-città fantasma di Calico, dall'atmosfera tutt'altro che fantasmatica, che nel più sfigato parco tematico europeo sarebbe andata incontro a sonora bocciatura.
Barstow invece non può deludere.
Dopo una pennichella e una doccia che finalmente mi riportano al livello pseudoletargico degli altri 4, ci infiliamo in un ristorantino nel quale divoriamo l'ennesima bistecca. Siamo intenti ad ingozzarci di carne quando, disgrazia fra le disgrazie, una rumorosa comitiva di compatrioti fa il suo ingresso nel locale. Anzi, a voler essere precisi, è il tipico gruppetto familiare italiota, corredato di chiassosi ragazzini dalle facce bovine, ai quali avrei volentieri regalato una raffica di schiaffi.
La cameriera, piuttosto stanca ma ripigliata e simpatica, ci consiglia di fare un salto al Molly's, un locale mooolto carino e letteralmente straripante dei personaggi stereotipati così cari a noi amanti del folclore:
- Monumentali neri dalla lingua scioltissima, fra cui spicca un grassone molto simpatico che si impadronisce del biliardo, annichilendo qualsiasi avversario abbia l'ardire di mettere in questione la sua leadership inontrastata. Si ferma solo per un attimo, per cantare " Oh My Love ", e interpretandola magistralmente grazie a una bellissima voce tenorile, dall'inconfondibile timbrica black.
- il bianco muscoloso corredato di fighetta, ansioso di fare il simpatico per guadagnarsi la considerazione dei vari clan che affollano il bar.
- le tardone in tenuta da battaglia, patetiche storpiature delle groupies dei Seventies.
- le sussiegose prugnette locali, con inevitabile corredo di amiche grasse come portaerei sulle quali scaricare nevrosi e insicurezze. Fra le amiche "acquaiole" (per citare un termine alla Gino Bartali) spicca un catamarano che, probabilmente avvantaggiata dall'assetto ottimale derivante dall'avere un posteriore da bovino texano, se la cava più che dignitosamente a biliardo col trippone di cui sopra.
- bulletti locali, con cappelli da baseball a sghimbescio, tatuaggi in evidenza e cipiglio da duri e puri.
Girano birra a fiumi ( servita in barattoli di vetro: bella trovata, a mio modesto parere ), e parecchi sguardi spavaldi, ma se stai al tuo posto e non fai il galletto, come scegliamo saggiamente di fare noi, ti godi una bella serata di birra e musica.
Il karaoke è infatti gettonatissimo, benché non tutti i cantanti si rivelino all'altezza.
A mezzanotte precisa ci si guarda in faccia: abbiamo tutti l'aria stravolta. Urge salvifica sessione di ginnastica onirica.
Neanche un quarto d'ora dopo siamo tutti orizzontali nei nostri lettini.
sabato 17 luglio 2010
MotherRoad Chronicles - Day 13 - From Seligman To Las Vegas
19.08.2009
"Viva Las Vegas", cantava il Re, e in effetti la giornata odierna è scivolata via nell'attesa del trionfale ingresso pomeridiano nella città del peccato, che ci ha accolto a braccia aperte fra le sue tettone generose e ha dispensato magnanima un po' di sana follia..
Salutiamo Seligman dopo una rapida scorreria in un negozietto di cianfrusaglie proprio di fronte al motel, pieno di manichini addobbati nelle maniere più improbabili.
Tappa a Kingsman per il pranzo, dove Piotrek riesce finalmente ad appagare la sua insanabile voglia di Carl's Jr. Fa un caldo che nemmeno nei gironi più profondi dell'Averno. Ci gonfiamo di liquidi come le sanguisughe di Rambo 2, e diciamo momentaneamente addio alla vecchia 66, per percorrere la provinciale che ci porterà ad uno dei simboli su cui si poggia il colosso economico statunitense: la diga Hoover ( una delle meraviglie da costruire in "Civilization 2", videogame di cui ero drogato ai gloriosi tempi del vecchio e zoppicante 486... Sid Meier.. My nigga! ) nonché, a detta dello spocchiosamente erudito Piotrenka, la principale responsabile dell'aridità endemica del Messico. Il caldo barbino ( 112 gradi Farenheit ) rende epico qualsiasi tentativo di abbandonare la confortevole frescura gentilmente offerta da Barney e avventurarsi all'aperto, rischiando la martellata in nuca per scattare qualche foto alla titanica parete di cemento.
A proposito di Barney... Soffre anche lui come una bestia, poveretto. La temperatura dell'acqua ci lascia un po' perplessi. Fortuna vuole che a Seligman abbiamo effettuato un previdente rabbocco di liquido di raffreddamento, placando così la gola riarsa del nostro fedele mezzo. Diamo a Cesare ciò che è di Cesare: finora, pur succhiando benzina come un Maelstrom, si è rivelato un servitore assai affidabile.
Ed è sulle note di truzzissime canzoni hip hop selezionate per l'occasione che approdiamo alla Città Che Non Dorme Mai, la Golconda della nostra epoca, che fin da subito, durante la nostra sfilata sul celeberrimo Strip, piazza subito sul piatto il suo luccicante caravanserraglio di eccessi, iperboli e tanta tanta pacchianeria.
Sono le 4 del pomeriggio, la caldazza non ne vuol sapere di levarsi di torno e noi saremmo disposti ad uccidere per un po' di aria condizionata, possibilmente nella nostra esageratissima suite al Palm Place. Anche un tuffo in piscina non sarebbe male...
Espletiamo le formalità alla reception. Allungo il collo per osservare lo schermo su cui la trombabilissima fanciulla della reception sta ravanando, e scopro con orrore che il gestionale in uso è nientemeno che AS400, progettato a Cartagine e ancora in uso nonostante il trascorrere dei millenni..
Saliamo in camera e ci ritroviamo a vagabondare per la nostra arrogantissima suite, dall'arredamento moderno/improbabile che non risparmia bizzarrie, in primis una insensata vasca da bagno fra il salotto e la camera mia e di Jp. Gli schermi piatti si sprecano, ce n'è uno anche in bagno! In cucina troviamo una scatoletta contenente il kit del trombatore, mentre nel comò non può mancare una Bibbia dalla copertina dorata veramente oscena.. Ah, Las Vegas, terra ove gli opposti trovano un grottesco modus vivendi..
Scendiamo in piscina, pomposi come un plotone di corazzieri ed equipaggiati con costume, infradito e salviettone. Sorpresa! La piscina chiude alle 5. I bagnanti la stanno già abbandonando. Niente acqua. Neanche una goccia. Sconfortati, io e Filmoya optiamo per una pennica in camera. Jp e i due Mezza adocchiano il lounge bar, e decidono di portarsi avanti lungo la strada che conduce alla costruttiva ubriacatura intellettuale. Il bancone è presenziato da una barista sosia di Jessica Simpson nel periodo "Hazzard", una bambola bionda che induce venerazione concupiscente e si candida di prepotenza a regina della strafigaggine della vacanza. I tre gaglioffi tornano in suite un'oretta e mezza dopo, alquanto inebriati.
Cerimonia della doccia, infighettamento, si fa il carico di "mojo" per la serata.
Anzitutto i 4 cavalieri dell'"All You Can Eat" fanno una puntatina a uno dei rinomati buffet di Las Vegas, dove con 20 miserabili dollari puoi abboffarti come uno Yokozuna bulimico. Jp, che ha scelto una ben più sobria cena a base di burgers, si fa un giro al casinò del New York.
Il demone del gioco si impossessa dei Magnifici Cinque. Il portafoglio inizia a piangere. Non quello del Putto però, che con un'ingenuità disarmante e senza avere la più pallida idea del come e del quando, piazza il colpo grosso e si porta a casa 417 cucuzze alla slot machine. Noialtri invece, pur nell'euforia spendereccia scatenata dall'exploit di Lucky Marcus, perdiamo cifre contenute.
Io, Jp e il Filmoya decidiamo di sfidare il caldo assuolutamente insensato e di fare un giretto sullo Strip by night. I cugini Mezzanotte fanno sette passi e mezzo, e come da copione iniziano a sudare come Mamma Orsa. Optano quindi per una prudente ritirata all'MGM.
Noi tre raggiungiamo il Bellagio, non prima di avere subito l'estenuante assedio di biechi ispanici che ci imbottiscono di ambigui ( beh, mica tanto... ) coupons assai male stampati, che hanno inevitabilmente un unico comune denominatore: gnocca disponibile a prezzi modici a presentarsi in tempo zero nella camera del turista arrapato per discutere di filosofia neoplatonica e riprodurre fedelmente una delle epiche partite a scacchi di Spasky e Billy Fischer.
La nostra dirittura morale viene ricompensata dal Bellagio, che ci offre il suo famigerato show di giochi d'acqua, molto d'effetto ma tutto sommato più breve di quanto ci aspettassimo..
Le strade sono ormai affollatissime, e rigurgitano personaggi bizzarri e belle figliole. Ci riuniamo ai Mezza, alquanto ristorati dall'aria condizionata e da un paio di drink, e ci mettiamo diligentemente in fila per entrare allo stilosissimo "Rock Club". L'attesa non è esattamente breve, ma siamo piuttosto motivati dal fatto che il subdolo PR che ci ha adescati ci ha buttato lì con nonchalance che le fanciulle berranno vodka gratis per tutta la notte...
In effetti una volta oltrepassate le colonne d'Ercole, ovvero due monumentali buttafuori dalla cattiveria potenziale clamorosa, l'atmosfera sembra essere quella giusta: cubiste da infarto, percentuale più che generosa di fanciulle danzerine, musica più che discreta. Il Putto, da quel gran signore che è, offre da bere alla plebe. Neppure il tempo di appoggiare le labbra al boccale, e veniamo abbordati da una combattiva brunetta che, ubriaca o battona, o forse entrambe le cose, si struscia a turno sul davanti dei nostri pantaloni tutt'altro che insensibile ai nostri argomenti. Poi mi piazza in faccia un davanzale sufficiente ad aprire una Srl per produzioni casearie nostrane, e mi dice che vuol venire in camera mia. Ma siccome voglio andare in Paradiso, e so bene che Dio ti vede, Stalin no, rispondo educatamente che sono "engaged". "Oh", fa lei, e di colpo smette di cagarmi.
Mi do alle consumazioni alcoliche. Le gambe si muovono, i bicchieri si accumulano, mi tiro scemo tutta sera per una brunetta scatenata, che domina la pista con consumate movenze che noi lacustri definiamo da "sgarbela usei". Non ci sarà ovviamente trippa per gatti. Un Jp particolarmente ispirato, dopo avere tentato senza successo un paio di abbordaggi di classe con figlie dell'America profonda, riesce abilmente a oltrepassare la barriera difensiva di una bella esponente del vecchio continente, una francesina tutto pepe fasciata da un abito nero di ottimo gusto. Noi ci diamo di gomito, osservando Jp tessere la sua tela. Alle 2.30 decidiamo di lasciarlo alle grandi manovre e di abbandonare il campo. I Midnight Fellas e Fede vanno a farsi prosciugare alla roulette, io mi faccio un giro in solitaria, per assestare un po' lo stomaco. Mi imbatto in un bestiario variopinto di relitti umani assortiti:
- un gruppo di allegre ragazzotte, intente bere un intruglio rosa che potrebbe essere uno di quei beveroni dopanti che davano ai Marines in Vietnam prima di mandarli all'assalto. Una di loro è bella come il sole, inizio a fissarla come se non ci fosse un domani, tentando di stabilire una tequila connection. Arrivano tre zoticoni barcollanti, che sparano una raffica di cazzate e si rendono ridicoli. Rimango cornuto e mazziato, quando dopo meno di 20 secondi la mia (ormai ex) signora infila in bocca un metro di lingua al più scemo dei tre, dando il via a un reciproco trapianto di glottidi.
- Mi sposto al bar dell'Excalibur. In tempo zero vengo agganciato da una bomba sexi, Avril. "Ma che c..." penso " sono un magnete per quelle che Aristotele definirebbe "maestre del Peripatos?" Già' la seconda, stasera.. ". La strappona mi offre un biglietto di prima classe per il Nirvana, per il modico prezzo di 250 $, all night long. Alterna sapientemente dei complimenti lusinghieri con voce di velluto, e magistrali toccatine: prima mi sfiora con un dito il dorso della mano, poi mi da una carezza sul braccio, mentre ride per qualcosa che ho detto.. Sono lì lì per capitolare, cerco di autoconvincermi facendo appello al ben noto slogan: "What happens in Vegas, stays in Vegas "... fino a che la predatrice non mi da una grassa palpata alla coscia. Al che la preda ha un sussulto di orgoglio, e rifiuta definitivamente le avances con tutta la dignità possible. Grande soddisfazione dell'angelo custode ( che immagino parecchio arrapato a sua volta.. ) e nera disperazione del mio apparato riproduttivo, che inizia a fumare..
- Aria, aria! Quasi inciampo in un gruppo di ubriachi spalmati sul lastricato dello Strip, che miagolano oscure verità e arcani segreti, tra un fiotto di vomito e l'altro..
- Un tassista nero mi riporta sghignazzando al Palms, ascoltando i miei vaneggiamenti sconnessi e ottenendo in cambio una mancia spropositata.
Per grazia ricevuta riesco a raggiungere il mio piano. Mi butto sul lettone, vestito come sono. Prima ancora che il mio grugno tocchi il materasso, sono già avvolto dal sonno del giusto.
"Viva Las Vegas", cantava il Re, e in effetti la giornata odierna è scivolata via nell'attesa del trionfale ingresso pomeridiano nella città del peccato, che ci ha accolto a braccia aperte fra le sue tettone generose e ha dispensato magnanima un po' di sana follia..
Salutiamo Seligman dopo una rapida scorreria in un negozietto di cianfrusaglie proprio di fronte al motel, pieno di manichini addobbati nelle maniere più improbabili.
Tappa a Kingsman per il pranzo, dove Piotrek riesce finalmente ad appagare la sua insanabile voglia di Carl's Jr. Fa un caldo che nemmeno nei gironi più profondi dell'Averno. Ci gonfiamo di liquidi come le sanguisughe di Rambo 2, e diciamo momentaneamente addio alla vecchia 66, per percorrere la provinciale che ci porterà ad uno dei simboli su cui si poggia il colosso economico statunitense: la diga Hoover ( una delle meraviglie da costruire in "Civilization 2", videogame di cui ero drogato ai gloriosi tempi del vecchio e zoppicante 486... Sid Meier.. My nigga! ) nonché, a detta dello spocchiosamente erudito Piotrenka, la principale responsabile dell'aridità endemica del Messico. Il caldo barbino ( 112 gradi Farenheit ) rende epico qualsiasi tentativo di abbandonare la confortevole frescura gentilmente offerta da Barney e avventurarsi all'aperto, rischiando la martellata in nuca per scattare qualche foto alla titanica parete di cemento.
A proposito di Barney... Soffre anche lui come una bestia, poveretto. La temperatura dell'acqua ci lascia un po' perplessi. Fortuna vuole che a Seligman abbiamo effettuato un previdente rabbocco di liquido di raffreddamento, placando così la gola riarsa del nostro fedele mezzo. Diamo a Cesare ciò che è di Cesare: finora, pur succhiando benzina come un Maelstrom, si è rivelato un servitore assai affidabile.
Ed è sulle note di truzzissime canzoni hip hop selezionate per l'occasione che approdiamo alla Città Che Non Dorme Mai, la Golconda della nostra epoca, che fin da subito, durante la nostra sfilata sul celeberrimo Strip, piazza subito sul piatto il suo luccicante caravanserraglio di eccessi, iperboli e tanta tanta pacchianeria.
Sono le 4 del pomeriggio, la caldazza non ne vuol sapere di levarsi di torno e noi saremmo disposti ad uccidere per un po' di aria condizionata, possibilmente nella nostra esageratissima suite al Palm Place. Anche un tuffo in piscina non sarebbe male...
Espletiamo le formalità alla reception. Allungo il collo per osservare lo schermo su cui la trombabilissima fanciulla della reception sta ravanando, e scopro con orrore che il gestionale in uso è nientemeno che AS400, progettato a Cartagine e ancora in uso nonostante il trascorrere dei millenni..
Saliamo in camera e ci ritroviamo a vagabondare per la nostra arrogantissima suite, dall'arredamento moderno/improbabile che non risparmia bizzarrie, in primis una insensata vasca da bagno fra il salotto e la camera mia e di Jp. Gli schermi piatti si sprecano, ce n'è uno anche in bagno! In cucina troviamo una scatoletta contenente il kit del trombatore, mentre nel comò non può mancare una Bibbia dalla copertina dorata veramente oscena.. Ah, Las Vegas, terra ove gli opposti trovano un grottesco modus vivendi..
Scendiamo in piscina, pomposi come un plotone di corazzieri ed equipaggiati con costume, infradito e salviettone. Sorpresa! La piscina chiude alle 5. I bagnanti la stanno già abbandonando. Niente acqua. Neanche una goccia. Sconfortati, io e Filmoya optiamo per una pennica in camera. Jp e i due Mezza adocchiano il lounge bar, e decidono di portarsi avanti lungo la strada che conduce alla costruttiva ubriacatura intellettuale. Il bancone è presenziato da una barista sosia di Jessica Simpson nel periodo "Hazzard", una bambola bionda che induce venerazione concupiscente e si candida di prepotenza a regina della strafigaggine della vacanza. I tre gaglioffi tornano in suite un'oretta e mezza dopo, alquanto inebriati.
Cerimonia della doccia, infighettamento, si fa il carico di "mojo" per la serata.
Anzitutto i 4 cavalieri dell'"All You Can Eat" fanno una puntatina a uno dei rinomati buffet di Las Vegas, dove con 20 miserabili dollari puoi abboffarti come uno Yokozuna bulimico. Jp, che ha scelto una ben più sobria cena a base di burgers, si fa un giro al casinò del New York.
Il demone del gioco si impossessa dei Magnifici Cinque. Il portafoglio inizia a piangere. Non quello del Putto però, che con un'ingenuità disarmante e senza avere la più pallida idea del come e del quando, piazza il colpo grosso e si porta a casa 417 cucuzze alla slot machine. Noialtri invece, pur nell'euforia spendereccia scatenata dall'exploit di Lucky Marcus, perdiamo cifre contenute.
Io, Jp e il Filmoya decidiamo di sfidare il caldo assuolutamente insensato e di fare un giretto sullo Strip by night. I cugini Mezzanotte fanno sette passi e mezzo, e come da copione iniziano a sudare come Mamma Orsa. Optano quindi per una prudente ritirata all'MGM.
Noi tre raggiungiamo il Bellagio, non prima di avere subito l'estenuante assedio di biechi ispanici che ci imbottiscono di ambigui ( beh, mica tanto... ) coupons assai male stampati, che hanno inevitabilmente un unico comune denominatore: gnocca disponibile a prezzi modici a presentarsi in tempo zero nella camera del turista arrapato per discutere di filosofia neoplatonica e riprodurre fedelmente una delle epiche partite a scacchi di Spasky e Billy Fischer.
La nostra dirittura morale viene ricompensata dal Bellagio, che ci offre il suo famigerato show di giochi d'acqua, molto d'effetto ma tutto sommato più breve di quanto ci aspettassimo..
Le strade sono ormai affollatissime, e rigurgitano personaggi bizzarri e belle figliole. Ci riuniamo ai Mezza, alquanto ristorati dall'aria condizionata e da un paio di drink, e ci mettiamo diligentemente in fila per entrare allo stilosissimo "Rock Club". L'attesa non è esattamente breve, ma siamo piuttosto motivati dal fatto che il subdolo PR che ci ha adescati ci ha buttato lì con nonchalance che le fanciulle berranno vodka gratis per tutta la notte...
In effetti una volta oltrepassate le colonne d'Ercole, ovvero due monumentali buttafuori dalla cattiveria potenziale clamorosa, l'atmosfera sembra essere quella giusta: cubiste da infarto, percentuale più che generosa di fanciulle danzerine, musica più che discreta. Il Putto, da quel gran signore che è, offre da bere alla plebe. Neppure il tempo di appoggiare le labbra al boccale, e veniamo abbordati da una combattiva brunetta che, ubriaca o battona, o forse entrambe le cose, si struscia a turno sul davanti dei nostri pantaloni tutt'altro che insensibile ai nostri argomenti. Poi mi piazza in faccia un davanzale sufficiente ad aprire una Srl per produzioni casearie nostrane, e mi dice che vuol venire in camera mia. Ma siccome voglio andare in Paradiso, e so bene che Dio ti vede, Stalin no, rispondo educatamente che sono "engaged". "Oh", fa lei, e di colpo smette di cagarmi.
Mi do alle consumazioni alcoliche. Le gambe si muovono, i bicchieri si accumulano, mi tiro scemo tutta sera per una brunetta scatenata, che domina la pista con consumate movenze che noi lacustri definiamo da "sgarbela usei". Non ci sarà ovviamente trippa per gatti. Un Jp particolarmente ispirato, dopo avere tentato senza successo un paio di abbordaggi di classe con figlie dell'America profonda, riesce abilmente a oltrepassare la barriera difensiva di una bella esponente del vecchio continente, una francesina tutto pepe fasciata da un abito nero di ottimo gusto. Noi ci diamo di gomito, osservando Jp tessere la sua tela. Alle 2.30 decidiamo di lasciarlo alle grandi manovre e di abbandonare il campo. I Midnight Fellas e Fede vanno a farsi prosciugare alla roulette, io mi faccio un giro in solitaria, per assestare un po' lo stomaco. Mi imbatto in un bestiario variopinto di relitti umani assortiti:
- un gruppo di allegre ragazzotte, intente bere un intruglio rosa che potrebbe essere uno di quei beveroni dopanti che davano ai Marines in Vietnam prima di mandarli all'assalto. Una di loro è bella come il sole, inizio a fissarla come se non ci fosse un domani, tentando di stabilire una tequila connection. Arrivano tre zoticoni barcollanti, che sparano una raffica di cazzate e si rendono ridicoli. Rimango cornuto e mazziato, quando dopo meno di 20 secondi la mia (ormai ex) signora infila in bocca un metro di lingua al più scemo dei tre, dando il via a un reciproco trapianto di glottidi.
- Mi sposto al bar dell'Excalibur. In tempo zero vengo agganciato da una bomba sexi, Avril. "Ma che c..." penso " sono un magnete per quelle che Aristotele definirebbe "maestre del Peripatos?" Già' la seconda, stasera.. ". La strappona mi offre un biglietto di prima classe per il Nirvana, per il modico prezzo di 250 $, all night long. Alterna sapientemente dei complimenti lusinghieri con voce di velluto, e magistrali toccatine: prima mi sfiora con un dito il dorso della mano, poi mi da una carezza sul braccio, mentre ride per qualcosa che ho detto.. Sono lì lì per capitolare, cerco di autoconvincermi facendo appello al ben noto slogan: "What happens in Vegas, stays in Vegas "... fino a che la predatrice non mi da una grassa palpata alla coscia. Al che la preda ha un sussulto di orgoglio, e rifiuta definitivamente le avances con tutta la dignità possible. Grande soddisfazione dell'angelo custode ( che immagino parecchio arrapato a sua volta.. ) e nera disperazione del mio apparato riproduttivo, che inizia a fumare..
- Aria, aria! Quasi inciampo in un gruppo di ubriachi spalmati sul lastricato dello Strip, che miagolano oscure verità e arcani segreti, tra un fiotto di vomito e l'altro..
- Un tassista nero mi riporta sghignazzando al Palms, ascoltando i miei vaneggiamenti sconnessi e ottenendo in cambio una mancia spropositata.
Per grazia ricevuta riesco a raggiungere il mio piano. Mi butto sul lettone, vestito come sono. Prima ancora che il mio grugno tocchi il materasso, sono già avvolto dal sonno del giusto.
giovedì 1 luglio 2010
Go West 2010
Buongiorno ragazzuoli!
Come vi accennavo nella nostra rimpatriata di un paio di mesi fa, avevo in ballo l'ipotesi di ripetere un roadtrip americano quest'estate, seppur da solo.
Ebbene, quell'ipotesti è diventata realtà, e a fine Agosto andrò da San Francisco a Seattle.
Non mi dilungo oltre.. se per caso vi interessa saperne di piu' ho creato un blog (sapete che ne sono appassionato): http://www.jaypee.it/gowest
Se vi fa piacere, fateci un salto e seguitelo. Tra l'altro ho proprio appena pubblicato un post sul nostro viaggio sulla Route che, ça va sans dire, è forse la motivazione principale della mia scelta.
ps. beninteso, se qualcuno volesse unirsi anche all'ultimo minuto... direi che non ci sarebbe bisogno di referenze :)
Come vi accennavo nella nostra rimpatriata di un paio di mesi fa, avevo in ballo l'ipotesi di ripetere un roadtrip americano quest'estate, seppur da solo.
Ebbene, quell'ipotesti è diventata realtà, e a fine Agosto andrò da San Francisco a Seattle.
Non mi dilungo oltre.. se per caso vi interessa saperne di piu' ho creato un blog (sapete che ne sono appassionato): http://www.jaypee.it/gowest
Se vi fa piacere, fateci un salto e seguitelo. Tra l'altro ho proprio appena pubblicato un post sul nostro viaggio sulla Route che, ça va sans dire, è forse la motivazione principale della mia scelta.
ps. beninteso, se qualcuno volesse unirsi anche all'ultimo minuto... direi che non ci sarebbe bisogno di referenze :)
martedì 29 giugno 2010
MotherRoad Chronicles - Day 12 - From Kayenta to Seligman
( Proseguono le mie disavventure con la connessione a Internet. Spero che con l'installazione di Eolo Wireless il tutto si risolva.. Sono in un triangolo nero delle Bermude telematico. Provvederò ad abbellire i post in un secondo momento. Abbiate fede )
18.08.2009
Un’indigestione di emozioni, un’esperienza radicalmente catartica.
Una pietra di paragone per tutto ciò che sperimenterò nel futuro prossimo e lontano.
Ecco cos’è stato il 18 agosto 2009.
Ancora oggi, a quasi un anno di distanza, non posso che provare una sensazione di pace assoluta ogniqualvolta accendo il PC e sul desktop appare un’immagine della Monument Valley all’alba, mentre il sole inizia a reclamare il suo spazio nel cielo frastagliato dagli enormi e poetici lastroni di pietra.
Ma andiamo con ordine.
Ore 5, sveglia.
Scappare in tutta fretta dall’Holiday Inn; lottare contro il tempo, contro un’alba che credevamo un pochino più lontana; contare i giri di ruota che ti avvicinano ogni secondo di più a quello che il buon Piotrek ha promesso essere uno spettacolo mozzafiato; maledire Polizia, FBI, CIA e Pentagono per gli odiosi limiti di velocità che, nonostante l’impazienza e l’ora oggettivamente improponibile, osserviamo con religioso timore; rimanere meravigliati di fronte a paesaggi lunari che il Mezza, già esperto della zona, liquida quasi con noncuranza come semplici antipasti di ciò che la Natura ci sta per offrire;
alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5494885861621784818" />
arrivare al belvedere, trafelati, lasciare Barney parcheggiato alla bell’e meglio, per appostarci, Canon alla mano, come cecchini nipponici sul monte Suribachi; infine restare ammutoliti, marmorizzati, oserei dire annientati, di fronte alla commovente bellezza di ciò che ci si para davanti.
Ore 5.30.

Momento filosofico. Scusate, ma essendo stati là potete capirmi.
Ogni molto, un uomo si imbatte in istanti misteriosi. Sono parentesi indefinibili in cui il fortunato arriva pericolosamente vicino a una cosa talmente delicata e fragile ed effimera, che c’è da aver paura a sussurrarne il nome: si chiama “felicità”.
Sono momenti sacri fatti di immagini e di sensazioni, gocce di colore accecante su quella che di solito è un’immensa tela grigia e monotona. In un mondo perfetto potrebbero essere salvati in una cartella di quell’ingarbugliato sistema operativo che è il cervello, e recuperati nella loro pienezza ogniqualvolta sia necessario.
Per me, questo è uno di quei momenti.
E la felicità è scaturita, credo, dalla semplice e inconscia accettazione di essere una microscopica, irrilevante tessera di un mosaico inconcepibile del quale non riuscirò a comprendere la portata neanche fra un milione di anni, perché semplicemente non possiedo gli strumenti mentali adeguati. Bella scoperta, potrebbe pensare qualcuno. Retorica da quattro soldi. Può darsi. Sappiamo tutti che in fondo, nell’economia dell’esistente, contiamo quanto un acaro. Ma un conto è saperlo, un conto è avere un attimo di suprema lucidità, rendersene DAVVERO conto, e pensare: “…mi sta bene. È giusto così. Faccio parte di qualcosa di vivo, di grande. Non sono solo ”.

Me ne sono resto lì, in bambola di fronte a immani pareti rossastre, a picchi che spuntano dal nulla del deserto, e si protendono verso l’alto in una combinazione sconvolgente di potenza e grazia.
Scendo più in basso, su una lingua di terra sassosa che si protende verso i giganti. Per un inestimabile quarto d’ora mi estraneo da tutto e tutti, in solitaria contemplazione del capolavoro.
Poi ritorno su dagli altri. Sulle loro facce vedo la stessa espressione indescrivibile che deve essere tatuata sulla mia faccia.
Osserviamo gli altri turisti mattinieri, venuti a riempirsi di immensità. Fra loro spicca una donna assai minuta, che indossa un’enorme berrettone di lana. È intenta a fare esercizi di Tai Chi in bilico su due rocce.
Decidiamo di avventurarci nella Valley. Il fido Barney scende traballando il sentiero sterrato e polveroso, mentre il sole è ormai alto e irrora i muri di roccia di una tonalità sanguigna.
Per la prima parte della traversata optiamo per il rumore del silenzio. Poi qualcuno partorisce la geniale idea di mettere sullo stereo la colonna sonora di Into The Wild. La combinazione di ciò che gli occhi vedono e di ciò che le orecchie sentono è devastante. Io non sono un sentimentale, ma in più di un’occasione devo nascondermi dietro gli occhiali da sole, per mascherare ciò che minaccia di scavalcare la debole diga delle palpebre..


Foto come se ne andasse della vita, soste alle rudimentali bancarelle di venditori Navajo, dai quali facciamo incetta di collanine, braccialetti e ninnoli assortiti. Una l’ho al collo fin da allora. L’immancabile foto di gruppo.
Riemergiamo dopo tre ore, con la sensazione di avere doppiato una boa davvero importante. Quanto, ce lo diranno i posteri.
Pomeriggio.
Se non fossi stato emotivamente prosciugato dalla Monument Valley, la visione del Gran Canyon mi avrebbe messo K.O. Invece, pur ricevendo un uppercut di discreta violenza in pieno mento, riesco a restare in piedi con relativa facilità.
Il Gran Canyon, come mi disse a suo tempo l’onnisciente Starlins, amico lecchese, ridefinisce il mio concetto personale di “grande”, mentre osservo l’abisso da uno dopo l’altro degli affollatissimi punti panoramici che costellano il South Rim. In lontananza si intravede il North Rim ( 30 Km!!! ) e qualche migliaio di piedi sotto di me serpeggia il Colorado River..


Spaziale, senza dubbio. Ma nel mio confronto personale, la vittoria della Monument Valley è impietosa, per come riuscivi a sentirti parte integrante di quella cattedrale naturale, grazie soprattutto alla sapiente gestione da parte della comunità Navajo, nella cui riserva la M.V. si trova.
Al contrario, il Gran Canyon è un’attrazione turistica vera e propria e ciò inevitabilmente influisce negativamente sulla resa complessiva, visto che a momenti bisogna fare la coda per guadagnarsi uno scorcio come si deve per fare qualche preziosa foto..
Bellissimo, cmq, non mi si fraintenda. Probabilmente fare un giro in elicottero tra le gole deve essere un’esperienza clamorosa, ma:
A) Non mi sembrava il caso di spendere 200 $ e più.
B) Almeno, non per salire su un apparecchio infernale del quale ho una paura fottuta, perché se si blocca il rotore si casca come un pezzo di piombo, e saludos amigos…
Ricordo inoltre una espansiva signora di mezza età, che ha iniziato a darmi opinioni del tutto non richieste sulla stupidità di incauti turisti che si avventurano nel Canyon senza un’adeguata attrezzatura e una buona scorta d’acqua, e finiscono per morire disidratati o abbrustoliti. “People die everyday here..” dice con una pausa drammatica accuratamente studiata, seguita da sospirone, scrollo di spalle e uscita di scena carismatica. Pazza tardona arteriosclerotica…

In serata ci spingiamo fino a Seligman, a suon di Pearl Jam. Il JP cava dal cilindro una canzoncina di Taylor Swift, Love Story, che se possibile mi mette ancora più di buon umore. Ah, se mi vedesse il me metallaro dei miei 18-20 anni, quando o Iron Maiden o niente…
Siamo dilaniati, ma prima di spalmarci in branda non possiamo non concederci un paio di birrette della staffa al Black Cat, forse l’unico club del paesino di 400 anime..
Conosciamo Violette, espansiva e curiosissima signora paraplegica del New England, che ci tiene una lezione sul concetto di “heritage”, un tema sentito da moltissimi americani, frutto del melting pot che costituisce un po’ il marchio di fabbrica dei nostri amati/odiati Yankees.
Scambio quattro balle anche con Aren, ragazzone tatuato/pelato/pizzettato che sembra uscito da American History X ma che si rivela invece moooooolto rilassato e serafico, e Travis, un tizio un po’ brillo che si diverte tantissimo a sentirci parlare inglese. Fa il cuoco, ed è così simpatico che gli offro una birra.
Nel locale semivuoto entrano anche tre ragazzi di Novara, tutto sommato molto più accettabili della media degli italici incontrati fin’ora. Simpatici, stanno facendo la Route come noi. Il loro è però un viaggio più raffazzonato, non avendo i 3 moschettieri piemontesi effettuato la documentatissima ricerca da noi fatta nel periodo pre-viaggio, e non avendo stilato un programma neanche lontanamente figo quanto il nostro, modestie a parte…
Ore 23.00. Tutti orizzontali. È stata una giornata più campale di quanto tutti ci aspettassimo…
18.08.2009
Un’indigestione di emozioni, un’esperienza radicalmente catartica.
Una pietra di paragone per tutto ciò che sperimenterò nel futuro prossimo e lontano.
Ecco cos’è stato il 18 agosto 2009.
Ancora oggi, a quasi un anno di distanza, non posso che provare una sensazione di pace assoluta ogniqualvolta accendo il PC e sul desktop appare un’immagine della Monument Valley all’alba, mentre il sole inizia a reclamare il suo spazio nel cielo frastagliato dagli enormi e poetici lastroni di pietra.
Ma andiamo con ordine.
Ore 5, sveglia.
Scappare in tutta fretta dall’Holiday Inn; lottare contro il tempo, contro un’alba che credevamo un pochino più lontana; contare i giri di ruota che ti avvicinano ogni secondo di più a quello che il buon Piotrek ha promesso essere uno spettacolo mozzafiato; maledire Polizia, FBI, CIA e Pentagono per gli odiosi limiti di velocità che, nonostante l’impazienza e l’ora oggettivamente improponibile, osserviamo con religioso timore; rimanere meravigliati di fronte a paesaggi lunari che il Mezza, già esperto della zona, liquida quasi con noncuranza come semplici antipasti di ciò che la Natura ci sta per offrire;
arrivare al belvedere, trafelati, lasciare Barney parcheggiato alla bell’e meglio, per appostarci, Canon alla mano, come cecchini nipponici sul monte Suribachi; infine restare ammutoliti, marmorizzati, oserei dire annientati, di fronte alla commovente bellezza di ciò che ci si para davanti.
Ore 5.30.
Momento filosofico. Scusate, ma essendo stati là potete capirmi.
Ogni molto, un uomo si imbatte in istanti misteriosi. Sono parentesi indefinibili in cui il fortunato arriva pericolosamente vicino a una cosa talmente delicata e fragile ed effimera, che c’è da aver paura a sussurrarne il nome: si chiama “felicità”.
Sono momenti sacri fatti di immagini e di sensazioni, gocce di colore accecante su quella che di solito è un’immensa tela grigia e monotona. In un mondo perfetto potrebbero essere salvati in una cartella di quell’ingarbugliato sistema operativo che è il cervello, e recuperati nella loro pienezza ogniqualvolta sia necessario.
Per me, questo è uno di quei momenti.
E la felicità è scaturita, credo, dalla semplice e inconscia accettazione di essere una microscopica, irrilevante tessera di un mosaico inconcepibile del quale non riuscirò a comprendere la portata neanche fra un milione di anni, perché semplicemente non possiedo gli strumenti mentali adeguati. Bella scoperta, potrebbe pensare qualcuno. Retorica da quattro soldi. Può darsi. Sappiamo tutti che in fondo, nell’economia dell’esistente, contiamo quanto un acaro. Ma un conto è saperlo, un conto è avere un attimo di suprema lucidità, rendersene DAVVERO conto, e pensare: “…mi sta bene. È giusto così. Faccio parte di qualcosa di vivo, di grande. Non sono solo ”.
Me ne sono resto lì, in bambola di fronte a immani pareti rossastre, a picchi che spuntano dal nulla del deserto, e si protendono verso l’alto in una combinazione sconvolgente di potenza e grazia.
Scendo più in basso, su una lingua di terra sassosa che si protende verso i giganti. Per un inestimabile quarto d’ora mi estraneo da tutto e tutti, in solitaria contemplazione del capolavoro.
Poi ritorno su dagli altri. Sulle loro facce vedo la stessa espressione indescrivibile che deve essere tatuata sulla mia faccia.
Osserviamo gli altri turisti mattinieri, venuti a riempirsi di immensità. Fra loro spicca una donna assai minuta, che indossa un’enorme berrettone di lana. È intenta a fare esercizi di Tai Chi in bilico su due rocce.
Decidiamo di avventurarci nella Valley. Il fido Barney scende traballando il sentiero sterrato e polveroso, mentre il sole è ormai alto e irrora i muri di roccia di una tonalità sanguigna.
Per la prima parte della traversata optiamo per il rumore del silenzio. Poi qualcuno partorisce la geniale idea di mettere sullo stereo la colonna sonora di Into The Wild. La combinazione di ciò che gli occhi vedono e di ciò che le orecchie sentono è devastante. Io non sono un sentimentale, ma in più di un’occasione devo nascondermi dietro gli occhiali da sole, per mascherare ciò che minaccia di scavalcare la debole diga delle palpebre..
Foto come se ne andasse della vita, soste alle rudimentali bancarelle di venditori Navajo, dai quali facciamo incetta di collanine, braccialetti e ninnoli assortiti. Una l’ho al collo fin da allora. L’immancabile foto di gruppo.
Riemergiamo dopo tre ore, con la sensazione di avere doppiato una boa davvero importante. Quanto, ce lo diranno i posteri.
Pomeriggio.
Se non fossi stato emotivamente prosciugato dalla Monument Valley, la visione del Gran Canyon mi avrebbe messo K.O. Invece, pur ricevendo un uppercut di discreta violenza in pieno mento, riesco a restare in piedi con relativa facilità.
Il Gran Canyon, come mi disse a suo tempo l’onnisciente Starlins, amico lecchese, ridefinisce il mio concetto personale di “grande”, mentre osservo l’abisso da uno dopo l’altro degli affollatissimi punti panoramici che costellano il South Rim. In lontananza si intravede il North Rim ( 30 Km!!! ) e qualche migliaio di piedi sotto di me serpeggia il Colorado River..
Spaziale, senza dubbio. Ma nel mio confronto personale, la vittoria della Monument Valley è impietosa, per come riuscivi a sentirti parte integrante di quella cattedrale naturale, grazie soprattutto alla sapiente gestione da parte della comunità Navajo, nella cui riserva la M.V. si trova.
Al contrario, il Gran Canyon è un’attrazione turistica vera e propria e ciò inevitabilmente influisce negativamente sulla resa complessiva, visto che a momenti bisogna fare la coda per guadagnarsi uno scorcio come si deve per fare qualche preziosa foto..
Bellissimo, cmq, non mi si fraintenda. Probabilmente fare un giro in elicottero tra le gole deve essere un’esperienza clamorosa, ma:
A) Non mi sembrava il caso di spendere 200 $ e più.
B) Almeno, non per salire su un apparecchio infernale del quale ho una paura fottuta, perché se si blocca il rotore si casca come un pezzo di piombo, e saludos amigos…
Ricordo inoltre una espansiva signora di mezza età, che ha iniziato a darmi opinioni del tutto non richieste sulla stupidità di incauti turisti che si avventurano nel Canyon senza un’adeguata attrezzatura e una buona scorta d’acqua, e finiscono per morire disidratati o abbrustoliti. “People die everyday here..” dice con una pausa drammatica accuratamente studiata, seguita da sospirone, scrollo di spalle e uscita di scena carismatica. Pazza tardona arteriosclerotica…
In serata ci spingiamo fino a Seligman, a suon di Pearl Jam. Il JP cava dal cilindro una canzoncina di Taylor Swift, Love Story, che se possibile mi mette ancora più di buon umore. Ah, se mi vedesse il me metallaro dei miei 18-20 anni, quando o Iron Maiden o niente…
Siamo dilaniati, ma prima di spalmarci in branda non possiamo non concederci un paio di birrette della staffa al Black Cat, forse l’unico club del paesino di 400 anime..
Conosciamo Violette, espansiva e curiosissima signora paraplegica del New England, che ci tiene una lezione sul concetto di “heritage”, un tema sentito da moltissimi americani, frutto del melting pot che costituisce un po’ il marchio di fabbrica dei nostri amati/odiati Yankees.
Scambio quattro balle anche con Aren, ragazzone tatuato/pelato/pizzettato che sembra uscito da American History X ma che si rivela invece moooooolto rilassato e serafico, e Travis, un tizio un po’ brillo che si diverte tantissimo a sentirci parlare inglese. Fa il cuoco, ed è così simpatico che gli offro una birra.
Nel locale semivuoto entrano anche tre ragazzi di Novara, tutto sommato molto più accettabili della media degli italici incontrati fin’ora. Simpatici, stanno facendo la Route come noi. Il loro è però un viaggio più raffazzonato, non avendo i 3 moschettieri piemontesi effettuato la documentatissima ricerca da noi fatta nel periodo pre-viaggio, e non avendo stilato un programma neanche lontanamente figo quanto il nostro, modestie a parte…
Ore 23.00. Tutti orizzontali. È stata una giornata più campale di quanto tutti ci aspettassimo…
domenica 20 giugno 2010
MotherRoad Chronicles - Day 11 - From Holbrook To Kayenta
17.08.2009
(Premessa: oggi scrivo dal portatile scassato di mia sorella, con una chiavetta Wind vomitevole che non riesce a lavorare in UMTS... Metterò le foto non appena possibile, per colorare un po' il post.. Ma a voi interessa soprattutto il mio funambolico uso della parola scritta, right? :-DDD )
Il viaggio verso l’ombelico del mondo ha ormai svoltato energicamente verso la fase paesaggistica. Ci aspetta una full immersion in alcuni dei più maestosi teatri naturali che il Brave New World ha da offrire.
Antipasto coi fiocchi, in attesa dei piatti forti di domani. Ma già qui c’è di che fare indigestione: il “Meteor Crater” immane anfiteatro naturale dal trascurabile diametro di 1,6 Km, risultato dell’impatto avvenuto in tempi immemori fra un simpatico meteorite di 50 m di diametro e il suolo terrestre, che ne è uscito vistosamente ammaccato..

Spettacolo mozzafiato dal quale mi lascio completamente assorbire. Mi viene la malsana idea di scattare qualche foto.. … Dove c…o è la mia seconda scheda di memoria, quella che ho inserito ieri? Quella sulla quale ho immortalato il Painted Desert? No… No… NOOOOOOOOOOOOO!!!
Scarica di porconi strike, di quelli che ribaltano 8 santi in un colpo solo. Per un momento sono così nauseato dalla mia sbadataggine, che quasi mi guasto il piacere dello spettacolo unico che mi sta davanti. Mi siedo, mi calmo, filosofeggio. Faccio un po’ di spazio nella scheda precedente, e centellino con cura le foto.
Mi riunisco agli altri, ignari del fattaccio, giusto in tempo per visitare il museo annesso al belvedere. La cosa più interessante è indubbiamente un inquietantissimo videgiochino con cui un innocuo terrestre afflitto da manie masochistiche può simulare l’impatto fra un corpo celeste ( asteroide, cometa o meteorite ) e il nostro amato globo terracqueo. Il settaggio varabile dei parametri come peso, dimensioni e composizione chimica del suppostone galattico, velocità e inclinazione al momento dell’impatto ecc. garantisce un’ampia gamma di effetti devastanti, dalla distruzione totale del pianeta, allo spopolamento di vaste aree, a sfigati craterici di “soli” 10 Km di diametro. Divertentissimo.
Rimango comunque sull’incazzoso andante, e il mio umore non migliora di certo quando, durante il pranzo rituale al Pizza Hut di Flagstaff apprendiamo che si è sviluppato un incendio piuttosto esteso dalle parti di Sedona, alias la tappa successiva del nostro viaggio.
Da buoni italiani istruiti ad affrontare spavaldamente codeste concatenazioni di sfighe, decidiamo che il canyon non ci merita, e che dopo tutto un bel giro a Flagstaff, che sembra un posto carino, è a questo punto obbligatorio.
Bighelloniamo un po’ senza meta e troviamo un fantastico bugigattolo, uno di quei negozi di dischi di una volta, che ormai in Italia non esistono più: è gestito da un vecchio bucaniere del rock che ha fumato e bevuto di tutto, e ha ancora voglia di curare il catalogo; è una specie di caverna delle meraviglie dove ti aggiri tutto contento e ogni due passi di imbatti in una chicca, un disco indipendente del gruppettino di post adolescenti fattoni che trasuda pura passione per la musica piuttosto che un grande classico venduto di seconda mano ad un prezzo ridicolo. Pungolato dal subdolo Piotrek e dal Putto, che gode nel catechizzarmi sul variegato panorama grunge, faccio incetta di capolavori. Prendo la mia rivincita indottrinando a mia volta il Filmoya sul sacro verbo degli anni Settanta, e inducendolo ad acquistare un Greatest Hits dei Led Zeppelin che mi darà grandi soddisfazioni durante il prosieguo del viaggio verso Kayenta.
Prima di lasciare Flagstaff in direzione nord, ci concediamo una inevitabile birretta al Maloney, un pub del quale mi innamoro perdutamente. È un locale multitasking, nel quale l’avventore può scegliere tra farsi un’overdose di sport dai super schermi al plasma allineati alle pareti, leggere un buon libro fra le centinaia che affollano gli scaffali della zona relax o spiare furtivamente le forme della cameriera brunetta vestita con gonnellino minimal rosso svolazzante e calze nere da collegiale. Decisamente stuzzicante.
Ma neppure questa improvvisata Britney Spears riesce a dissipare completamente le mie preoccupazioni. Non sono ancora riuscito a trovare un fotografo o un negozio di tecnologia, dannazione, e se non recupero in fretta una scheda di memoria, rischio di giocarmi clamorosamente la Monument Valley e il Grand Canyon!
Ma Ganesh corre in mio aiuto. Ti voglio bene, stupida e grottesca divinità antropomorfa…
A Tube City, ultimo centro abitato degno di questo nome prima di Kayenta, troviamo un Radio Shack nel quale mi catapulto senza cerimonie. Il perplesso gestore navajo vede entrare un italiano sudato & trafelato, con occhiali improbabili, bandana tamarra della Route 66, ustioni di terzo grado in faccia e sulle braccia L’italiano si avvicina a grandi passi al banco, e in perfetta cadenza lecchese muggisce quanto segue: “Non capisco un cazzo di foto e macchine digitali, io voglio una scheda come questa!”, per poi puntellarsi coi gomiti sul banco e fissare lo sventurato commesso con fare tra il minaccioso e il supplichevole. Ovviamente il negoziante non ha capito un’acca di quello che ho detto, ma afferra la mia scheda piena, e dopo 30 secondi torna con una meravigliosa gemellina.
Per me è ovviamente una liberazione, la fine del supplizio di Tantalo.
Come sempre mi succede quando sono felice, divento insopportabilmente loquace. Passerò infatti la fase finale del tragitto a farcire i miei sventurati compagni di aneddoti sulla leggendaria debauchery dei Led Zep ( mentre le casse di Barney eruttano i loro classici immortali ) e sulla sequela di delitti del sulfureo Varg Vikernes, fondatore dei Burzum, bassista dei Mayhem, nonché assassino e psicopatico di prim’ordine.

Arriviamo finalmente a Kayenta. È già buio. Siamo stravolti. Check in all’hotel, ci concediamo una cena rapidissima presso un vicino Burger King, poi strisciamo verso i nostri letti in hotel.
Domani levataccia alle 5 di mattina, necessitiamo parentesi morfeica. Good night moon...
(Premessa: oggi scrivo dal portatile scassato di mia sorella, con una chiavetta Wind vomitevole che non riesce a lavorare in UMTS... Metterò le foto non appena possibile, per colorare un po' il post.. Ma a voi interessa soprattutto il mio funambolico uso della parola scritta, right? :-DDD )
Il viaggio verso l’ombelico del mondo ha ormai svoltato energicamente verso la fase paesaggistica. Ci aspetta una full immersion in alcuni dei più maestosi teatri naturali che il Brave New World ha da offrire.
Antipasto coi fiocchi, in attesa dei piatti forti di domani. Ma già qui c’è di che fare indigestione: il “Meteor Crater” immane anfiteatro naturale dal trascurabile diametro di 1,6 Km, risultato dell’impatto avvenuto in tempi immemori fra un simpatico meteorite di 50 m di diametro e il suolo terrestre, che ne è uscito vistosamente ammaccato..
Spettacolo mozzafiato dal quale mi lascio completamente assorbire. Mi viene la malsana idea di scattare qualche foto.. … Dove c…o è la mia seconda scheda di memoria, quella che ho inserito ieri? Quella sulla quale ho immortalato il Painted Desert? No… No… NOOOOOOOOOOOOO!!!
Scarica di porconi strike, di quelli che ribaltano 8 santi in un colpo solo. Per un momento sono così nauseato dalla mia sbadataggine, che quasi mi guasto il piacere dello spettacolo unico che mi sta davanti. Mi siedo, mi calmo, filosofeggio. Faccio un po’ di spazio nella scheda precedente, e centellino con cura le foto.
Mi riunisco agli altri, ignari del fattaccio, giusto in tempo per visitare il museo annesso al belvedere. La cosa più interessante è indubbiamente un inquietantissimo videgiochino con cui un innocuo terrestre afflitto da manie masochistiche può simulare l’impatto fra un corpo celeste ( asteroide, cometa o meteorite ) e il nostro amato globo terracqueo. Il settaggio varabile dei parametri come peso, dimensioni e composizione chimica del suppostone galattico, velocità e inclinazione al momento dell’impatto ecc. garantisce un’ampia gamma di effetti devastanti, dalla distruzione totale del pianeta, allo spopolamento di vaste aree, a sfigati craterici di “soli” 10 Km di diametro. Divertentissimo.
Rimango comunque sull’incazzoso andante, e il mio umore non migliora di certo quando, durante il pranzo rituale al Pizza Hut di Flagstaff apprendiamo che si è sviluppato un incendio piuttosto esteso dalle parti di Sedona, alias la tappa successiva del nostro viaggio.
Da buoni italiani istruiti ad affrontare spavaldamente codeste concatenazioni di sfighe, decidiamo che il canyon non ci merita, e che dopo tutto un bel giro a Flagstaff, che sembra un posto carino, è a questo punto obbligatorio.
Bighelloniamo un po’ senza meta e troviamo un fantastico bugigattolo, uno di quei negozi di dischi di una volta, che ormai in Italia non esistono più: è gestito da un vecchio bucaniere del rock che ha fumato e bevuto di tutto, e ha ancora voglia di curare il catalogo; è una specie di caverna delle meraviglie dove ti aggiri tutto contento e ogni due passi di imbatti in una chicca, un disco indipendente del gruppettino di post adolescenti fattoni che trasuda pura passione per la musica piuttosto che un grande classico venduto di seconda mano ad un prezzo ridicolo. Pungolato dal subdolo Piotrek e dal Putto, che gode nel catechizzarmi sul variegato panorama grunge, faccio incetta di capolavori. Prendo la mia rivincita indottrinando a mia volta il Filmoya sul sacro verbo degli anni Settanta, e inducendolo ad acquistare un Greatest Hits dei Led Zeppelin che mi darà grandi soddisfazioni durante il prosieguo del viaggio verso Kayenta.
Prima di lasciare Flagstaff in direzione nord, ci concediamo una inevitabile birretta al Maloney, un pub del quale mi innamoro perdutamente. È un locale multitasking, nel quale l’avventore può scegliere tra farsi un’overdose di sport dai super schermi al plasma allineati alle pareti, leggere un buon libro fra le centinaia che affollano gli scaffali della zona relax o spiare furtivamente le forme della cameriera brunetta vestita con gonnellino minimal rosso svolazzante e calze nere da collegiale. Decisamente stuzzicante.
Ma neppure questa improvvisata Britney Spears riesce a dissipare completamente le mie preoccupazioni. Non sono ancora riuscito a trovare un fotografo o un negozio di tecnologia, dannazione, e se non recupero in fretta una scheda di memoria, rischio di giocarmi clamorosamente la Monument Valley e il Grand Canyon!
Ma Ganesh corre in mio aiuto. Ti voglio bene, stupida e grottesca divinità antropomorfa…
A Tube City, ultimo centro abitato degno di questo nome prima di Kayenta, troviamo un Radio Shack nel quale mi catapulto senza cerimonie. Il perplesso gestore navajo vede entrare un italiano sudato & trafelato, con occhiali improbabili, bandana tamarra della Route 66, ustioni di terzo grado in faccia e sulle braccia L’italiano si avvicina a grandi passi al banco, e in perfetta cadenza lecchese muggisce quanto segue: “Non capisco un cazzo di foto e macchine digitali, io voglio una scheda come questa!”, per poi puntellarsi coi gomiti sul banco e fissare lo sventurato commesso con fare tra il minaccioso e il supplichevole. Ovviamente il negoziante non ha capito un’acca di quello che ho detto, ma afferra la mia scheda piena, e dopo 30 secondi torna con una meravigliosa gemellina.
Per me è ovviamente una liberazione, la fine del supplizio di Tantalo.
Come sempre mi succede quando sono felice, divento insopportabilmente loquace. Passerò infatti la fase finale del tragitto a farcire i miei sventurati compagni di aneddoti sulla leggendaria debauchery dei Led Zep ( mentre le casse di Barney eruttano i loro classici immortali ) e sulla sequela di delitti del sulfureo Varg Vikernes, fondatore dei Burzum, bassista dei Mayhem, nonché assassino e psicopatico di prim’ordine.
Arriviamo finalmente a Kayenta. È già buio. Siamo stravolti. Check in all’hotel, ci concediamo una cena rapidissima presso un vicino Burger King, poi strisciamo verso i nostri letti in hotel.
Domani levataccia alle 5 di mattina, necessitiamo parentesi morfeica. Good night moon...
martedì 15 giugno 2010
Mi sembra ora !!!
Michele troppo tempo è passato dall'ultimo racconto , ma i ricordi son sempre vividi nella mente, attendiamo con ansia un altra pagina di storia, un po' come i bambini quando si mettono a letto e aspettano trepidanti la mamma che gli rimbocchi le coperte e gli racconti la tanto agognata favola... Ti prego non farci attendere ancora troppo sei la nostra Joanne Rowling !!!!
venerdì 9 aprile 2010
MotherRoad Chronicles - Day 10 - From Albuquerque To Holbrook
16.08.2010
Albuquerque. Scatta la mattinata cultural-antropologica.
Innanzitutto scopro che è usanza dei pargoli locali, un po' come l'agogé per i giovani Spartani, alzarsi alle 6 di mattina e giocare a calcio nei cortili dei motel, urlando e correndo come fossero alla finale dei Mondiali allo stadio Maracanà alle 16.00.
Mi sveglio bestemmiando e, del tutto rintronato, esco a dargli un paio di pareri in un linguaggio che esperti glottologi definirebbero tecnicamente come "osceno guazzabuglio di albionico frammisto a turpitudini in dialetto laghée di Carlo Codega, accompagnato da eloquente gestualità protonazista". I bastardini se ne vanno con la coda fra le gambe, e torno in branda trionfante.
Circa 4 ore dopo facciamo il nostro ingresso al museo indiano di Albuquerque, degno di nota per due principali motivi:
- Vi è raccontata la storia dei nativi della regione, delle loro usanze e credenze religiose, usi e costumi in perfetta armonia con la natura e le sue lente e inesorabili pulsazioni millenarie. L'idillio fu ovviamente interrotto dall'arrivo dei soliti Conquistadores spagnoli in cerca delle leggendarie Sette Città di Cibola, e dagli inevitabili missionari, francescani stavolta, che con collaudata arroganza europea proposero agli autoctoni un interessantissimo e vantaggiosissimo scambio: cattolicesimo in cambio della vita.
- Viene spiegata con dovizia di particolari l'introduzione di reparti di nativi Navajo, i famosi "Windtalkers", all'interno dell'esercito USA impegnato nell'offensiva nel Pacifico. Costoro svilupparono un codice di comunicazione fondato sulla loro lingua originaria, che risultava pertanto intraducibile per i giapponesi.
Ironia della sorte, una minoranza un tempo angariata con inaudita ferocia funse da preziosa risorsa per la vittoria dei suoi antichi oppressori contro un nemico esterno..
Si riparte. Verso mezzodì Barney fa il suo ingresso a Gallup. L'attrazione principale del locus amoenus è il caratteristico "El Rancho Hotel", che riproduce gli alberghi del vecchio West, o per lo meno la loro versione più stereotipata.


All'interno troviamo un giovialisssssssimo personaggio, la cui cordialità sconfina quasi con l'isteria, il quale attacca subito bottone, incuriosito dalla nostra parlata. Il figuro si definisce compositore/musicista/filmaker, che manco a dirlo nutre un'autentica venerazione per l'Italia. Si mette ad elencare tutti i luoghi in cui è stato per lavoro, o in cerca di ispirazione. Insiste per farci una serie di foto collettive con le nostre cameras. A dire il vero, le foto vengono così, e ci congediamo mugugnando che il Martin Scorsese dei poveri sarà pure un drago con le telecamere, ma con le macchine fotografiche, insomma...
Let's cross the border, si entra in Arizona.
Pomeriggio dedicato a paesaggi mozzafiato.
Premessa: un ringraziamento particolare a Mr. Obamaaaaaa!, che per incentivare il turismo interno ha dichiarato un mese di ingressi gratuiti nei parchi americani durante i weekend. E questo era l'ultimo,fortunelli noi ( Ganesh, we fuckin' love you.. )

Ci addentriamo fra le meraviglie del Deserto Dipinto. Restiamo ammirati e rispettosi di fronte alla potenza e all'immensa fantasia della natura.

Immersi in un mondo lunare dalle sfumature bizzarre, che sembra disegnato da un pittore impressionista in pieno delirio oppiaceo, ci affacciamo timidamente sulla soglia di un'opera d'arte maturata con lentezza per noi inafferrabile, attraverso milioni di anni di creativa armonia fra gli agenti atmosferici.

Che roba eh?

Perdonatemi l'eccesso di poesia dozzinale, ma non si può non fermarsi un attimo a pensare a quanto la nostra vita sia caduca e irrilevante rispetto alla titanica pazienza con la quale il vento e l'acqua hanno modellato le rocce e le dune che ci circondano.

Persi in questo immenso caleidoscopio, veniamo presi da una specie di euforia che ci porta a fermarci anche al di fuori degli spazi consentiti per le soste, a fotografare golosamente bellissimi scorci. Improvvisiamo e basta, come quando io e il Filmoya ci facciamo immortalare in controluce, in bilico su una cresta mentre impugnamo fieramente la chitarra di plastica di Guitar Hero a buffonesca imitazione del Power Stance di Pete Townsend, Slash e Malmsteen..

Fortuna vuole che rientriamo in macchina una frazione di secondo prima che dei rangers appaiano e inizino a cazziarci per esserci fermati fuori dalle aree predisposte. Li seguiamo diligenti fino a uno spiazzo, dove facciamo inversione e riprendiamo il cammino..
Foresta Pietrificata. Sicuramente un geologo avrebbe avuto un orgasmo nel vedere come i tronchi di legno si sono trasformati in roccia. Io, a digiuno di qualsivoglia nozione in materia, ho osservato un sacco di rocce che assomigliavano a tronchi. Interessante. Per cinque minuti. Insomma, dopotutto avevo gli occhi pieni del Deserto Dipinto, dai...

Serata tranquilla a Holbrook. Salta l'ipotesi Wigman Motel, famoso perché le stanze sono all'interno di costruzioni a forma di tepee pellerossa. Si ripiega sul collaudato Super 8.
Non cc'è in giro un'anima. Ceniamo in una steak-house locale, dove veniamo serviti da un personaggio che ci lascia di stucco: immaginatevi un tizio che assomiglia al pellerossa cattivo de "L'Ultimo Dei Mohicani". Faccia butterata dal grugno arcigno, un vero pendaglio da forca.. Ma con una vocetta da Farinelli, e movenze plastiche da far rodere il fegato a Roberto Bolle!!! Tentiamo di scattargli una foto di nascosto, e immortalarlo per sempre. Probabilmente il Jp riesce nell'impresa.
La mia Rib Eye è una garanzia. Satollo come una sanguisuga me ne torno in hotel a dormire il sonno del saturo. Il Putto e Pigoz vanno a farsi un giro, finiscono in un pub dove vengono adescati da un personaggio cazzaro come pochi, uno che ha gestito casinò a Las Vegas, scalato il Kilimangiaro, salvato un bambino da un incendio, dato del tu a Che Guevara ed evitato la Terza Guerra Mondiale. Ma come si fa a non volergli bene, a 'sti americani???
Albuquerque. Scatta la mattinata cultural-antropologica.
Innanzitutto scopro che è usanza dei pargoli locali, un po' come l'agogé per i giovani Spartani, alzarsi alle 6 di mattina e giocare a calcio nei cortili dei motel, urlando e correndo come fossero alla finale dei Mondiali allo stadio Maracanà alle 16.00.
Mi sveglio bestemmiando e, del tutto rintronato, esco a dargli un paio di pareri in un linguaggio che esperti glottologi definirebbero tecnicamente come "osceno guazzabuglio di albionico frammisto a turpitudini in dialetto laghée di Carlo Codega, accompagnato da eloquente gestualità protonazista". I bastardini se ne vanno con la coda fra le gambe, e torno in branda trionfante.
Circa 4 ore dopo facciamo il nostro ingresso al museo indiano di Albuquerque, degno di nota per due principali motivi:
- Vi è raccontata la storia dei nativi della regione, delle loro usanze e credenze religiose, usi e costumi in perfetta armonia con la natura e le sue lente e inesorabili pulsazioni millenarie. L'idillio fu ovviamente interrotto dall'arrivo dei soliti Conquistadores spagnoli in cerca delle leggendarie Sette Città di Cibola, e dagli inevitabili missionari, francescani stavolta, che con collaudata arroganza europea proposero agli autoctoni un interessantissimo e vantaggiosissimo scambio: cattolicesimo in cambio della vita.
- Viene spiegata con dovizia di particolari l'introduzione di reparti di nativi Navajo, i famosi "Windtalkers", all'interno dell'esercito USA impegnato nell'offensiva nel Pacifico. Costoro svilupparono un codice di comunicazione fondato sulla loro lingua originaria, che risultava pertanto intraducibile per i giapponesi.
Ironia della sorte, una minoranza un tempo angariata con inaudita ferocia funse da preziosa risorsa per la vittoria dei suoi antichi oppressori contro un nemico esterno..
Si riparte. Verso mezzodì Barney fa il suo ingresso a Gallup. L'attrazione principale del locus amoenus è il caratteristico "El Rancho Hotel", che riproduce gli alberghi del vecchio West, o per lo meno la loro versione più stereotipata.


All'interno troviamo un giovialisssssssimo personaggio, la cui cordialità sconfina quasi con l'isteria, il quale attacca subito bottone, incuriosito dalla nostra parlata. Il figuro si definisce compositore/musicista/filmaker, che manco a dirlo nutre un'autentica venerazione per l'Italia. Si mette ad elencare tutti i luoghi in cui è stato per lavoro, o in cerca di ispirazione. Insiste per farci una serie di foto collettive con le nostre cameras. A dire il vero, le foto vengono così, e ci congediamo mugugnando che il Martin Scorsese dei poveri sarà pure un drago con le telecamere, ma con le macchine fotografiche, insomma...
Let's cross the border, si entra in Arizona.
Pomeriggio dedicato a paesaggi mozzafiato.
Premessa: un ringraziamento particolare a Mr. Obamaaaaaa!, che per incentivare il turismo interno ha dichiarato un mese di ingressi gratuiti nei parchi americani durante i weekend. E questo era l'ultimo,fortunelli noi ( Ganesh, we fuckin' love you.. )

Ci addentriamo fra le meraviglie del Deserto Dipinto. Restiamo ammirati e rispettosi di fronte alla potenza e all'immensa fantasia della natura.

Immersi in un mondo lunare dalle sfumature bizzarre, che sembra disegnato da un pittore impressionista in pieno delirio oppiaceo, ci affacciamo timidamente sulla soglia di un'opera d'arte maturata con lentezza per noi inafferrabile, attraverso milioni di anni di creativa armonia fra gli agenti atmosferici.

Che roba eh?

Perdonatemi l'eccesso di poesia dozzinale, ma non si può non fermarsi un attimo a pensare a quanto la nostra vita sia caduca e irrilevante rispetto alla titanica pazienza con la quale il vento e l'acqua hanno modellato le rocce e le dune che ci circondano.

Persi in questo immenso caleidoscopio, veniamo presi da una specie di euforia che ci porta a fermarci anche al di fuori degli spazi consentiti per le soste, a fotografare golosamente bellissimi scorci. Improvvisiamo e basta, come quando io e il Filmoya ci facciamo immortalare in controluce, in bilico su una cresta mentre impugnamo fieramente la chitarra di plastica di Guitar Hero a buffonesca imitazione del Power Stance di Pete Townsend, Slash e Malmsteen..

Fortuna vuole che rientriamo in macchina una frazione di secondo prima che dei rangers appaiano e inizino a cazziarci per esserci fermati fuori dalle aree predisposte. Li seguiamo diligenti fino a uno spiazzo, dove facciamo inversione e riprendiamo il cammino..
Foresta Pietrificata. Sicuramente un geologo avrebbe avuto un orgasmo nel vedere come i tronchi di legno si sono trasformati in roccia. Io, a digiuno di qualsivoglia nozione in materia, ho osservato un sacco di rocce che assomigliavano a tronchi. Interessante. Per cinque minuti. Insomma, dopotutto avevo gli occhi pieni del Deserto Dipinto, dai...

Serata tranquilla a Holbrook. Salta l'ipotesi Wigman Motel, famoso perché le stanze sono all'interno di costruzioni a forma di tepee pellerossa. Si ripiega sul collaudato Super 8.
Non cc'è in giro un'anima. Ceniamo in una steak-house locale, dove veniamo serviti da un personaggio che ci lascia di stucco: immaginatevi un tizio che assomiglia al pellerossa cattivo de "L'Ultimo Dei Mohicani". Faccia butterata dal grugno arcigno, un vero pendaglio da forca.. Ma con una vocetta da Farinelli, e movenze plastiche da far rodere il fegato a Roberto Bolle!!! Tentiamo di scattargli una foto di nascosto, e immortalarlo per sempre. Probabilmente il Jp riesce nell'impresa.
La mia Rib Eye è una garanzia. Satollo come una sanguisuga me ne torno in hotel a dormire il sonno del saturo. Il Putto e Pigoz vanno a farsi un giro, finiscono in un pub dove vengono adescati da un personaggio cazzaro come pochi, uno che ha gestito casinò a Las Vegas, scalato il Kilimangiaro, salvato un bambino da un incendio, dato del tu a Che Guevara ed evitato la Terza Guerra Mondiale. Ma come si fa a non volergli bene, a 'sti americani???
mercoledì 31 marzo 2010
Ora RoadTrip USA ci conosce
Qualche giorno fa sono tornato a guardare il sito di una delle nostre guide (quella piccolina ma fatta bene) di quest'estate: Road Trip USA. Essendoci anche un blog, per curiosità ho contattato il curatore nonchè autore della guida per ringraziarlo e segnalargli un po' di foto e il videomontaggio delle strade, visto che mi sembrava boh.. "giusto e carino" rendergli omaggio visto che comunque ha contribuito alla buona riuscita del viaggio.
Ieri mi ha risposto, mi sembra giusto condividere:
Ieri mi ha risposto, mi sembra giusto condividere:
Hello Paolo from Italy --
Thank you for your very nice note -- I am very glad to hear my Road Trip USA book helped you to have such a great trip!
I will check out your photos and videos as soon as I can, and wonder if you might allow me to show them or link to them on my blog / website / Facebook page?
( I am still pretty stupid about all this digital social media, but think other readers and travelers might enjoy them ! )
So anyway, "molto grazie" for writing to me, and rest assured: Route 66 is only the most famous 2000 miles of the many great American highways that are waiting for you to drive them. So I trust you will have many more "perfect vacations" ahead of you!
Happy Trails,
Jamie Jensen---Road Trip USA
venerdì 19 marzo 2010
Roadside America
Non sono molto d'accordo col tono così serioso e "polemico" su quello che in fondo è solo un fenomeno di costume (e forse anche sociologico), ma mi sembrava doveroso riproporvelo.
(tra l'altro quel libro mi attira...)
[dal Venerdì di Repubblica di oggi]
(tra l'altro quel libro mi attira...)
[dal Venerdì di Repubblica di oggi]
giovedì 18 febbraio 2010
MotherRoad Chronicles - Day 9 - From Santa Fé To Albuquerque
15.08.2009.
Santa Fé by day: mmmmmmmmmmm... Bocciata.
Non perché non sia carina. Non perché non sia vivibile ( anzi... ). Ma perché è così apertamente artificiale che un tipico turista europeo, abituato per lo più a girovagare per centri storici densi di atmosfere e tradizioni risalenti come minimo all'età rinascimentale, non può che esserne infastidito.
Gli edifici, dalle case, alle chiese, ai bazar sono costruiti su misura perché il visitatore medio americano possa soddisfare le sue fantasie a bagnomaria nello stereotipo più smaccato.
Mi sembrava a tal punto di stare gironzolando per un'area di Gardaland o un set hollywoodiano a tema "Once Upon A Time In Mexico", che un paio di volte mi è venuta voglia di dare due rapidi colpi di nocche alle pareti, per accertarmi che non fossero fatte di resina e cartone...

Ecco perché abbandoniamo la città senza troppi rimpianti, dopo che il Putto ha piazzato il colpo grosso, comprando un nuovo obiettivo che aumenta esponenzialmente l'arroganza della sua già cattivissima macchina fotografica.
Bernanillo. Entriamo al Silva Saloon, il locale più caratteristico e famoso dell'intero New Mexico, almeno a detta di uno degli arzillissimi vecchietti che siedono al bancone, intenti a ingurgitare il birrino del mattino. L'arsura del breve tragitto in macchina ci convince a seguire il loro esempio, e stappiamo allegramente la prima Budweiser della giornata, mentre ci guardiamo intorno incuriositi. Il locale è veramente pittoresco: straripa letteralmente di fotografie, ritagli di giornale, targhe di automobili, teste impagliate dei più svariati esemplari della fauna locale, utensili alla Davy Crockett, monili indiani... Il tutto stipato in un ordine studiatamente casuale. Dietro il bancone, c'è un delirio di bottiglie sapientemente accostate per creare un effetto caleidoscopico che manda gli occhi quasi in fusella.


Il proprietario, Felix, è un gioviale personaggio che ci mostra orgoglioso i suoi cimeli. Non appena scopre che siamo italiani, inizia a parlare spagnolo, e il prode Piotrek per l'occasione rispolvera il suo castigliano maccheronico, tenendo amabilmente testa all'ormai entusiasta gestore, che si lancia in un commovente amarcord degli inizi del locale, fondato da suo padre nel 1933, in pieno Proibizionismo, e poi preso in gestione da lui e sua sorella.
Decide che gli stiamo così simpatici che non può mandarci via a mani vuote. Ma avendo esaurito i tradizionali calendari del locale, ci regala un abominevole calendario invernale, quanto mai inadeguato a una terra come quella, e per questo divertentissimo.
Ci congediamo piuttosto euforici: in primis perché abbiamo parlato con uno dei pochi monumenti viventi della vecchia Strada Madre, in secundis perché la birra, ingurgitata a stomaco semi vuoto, ha iniziato ha iniziato a martellare amabilmente i nostri cerebri surriscaldati dall'afa soffocante.
Pranziamo da Burgerboy, un locale abbarbicato su una collinetta un po' sgangherata. Sviluppiamo fantasie pruriginose sulla giovane figlia del proprietario, un grassone dala risata perfino più grassa di lui che, se potesse leggermi la mente, probabilmente spedirebbe la pargola in convento, e me a pedate dentro il suo forno, a dorarmi allegramente insieme alle pizze..
Ore 14.00. Tinkertown, ovvero "il paese dei calderai" poco fuori Albuquerque, ovvero il trionfo del kitsch: una sorta di casa/parco/museo composto di dozzine di vetrine dietro le quali si agitano migliaia di figurine di legno, intagliate con squisita precisione e dovizia di dettagli, e inserite in scene differenti fra loro: il circo, città da Far West, un enorme ferry boat.. Ci infiliamo in cunicoli pieni di cianfrusaglie, corridoi che si aprono su ponticelli sospesi, piccole casupole piene di pupazzi, oggetti dall'uso indecifrabile, targhe che riportano detti più o meno saggi. Sembra di essere teletrasportati in una dimensione ibrida fra il covo dei Bimbi Sperduti di Peter Pan, il villaggio di Memole e una casbah.


La cosa più interessante è di gran lunga la St. Theodora, una barca ora malinconicamente alloggiata in una rimessa ma che tra il 1981 e il 1991 ha fatto il giro del mondo. Le gironzoliamo attorno incuriositi, e conosciamo Fritz, sedicente lupo di mare che l'ha condotta in tutti i mari e gli oceani del globo. La sta rimettendo a nuovo, ma si ferma volentieri per raccontarci un paio di aneddoti della sua decennale epopea. Ha l'aria da vecchia pellaccia che ne ha viste tante, ma potrebbe essere anche un magnifico ballista, per quel che ne sappiamo. Per colpire noi italici, ci racconta che il Mediterraneo, viste le dimensioni ridotte e la forza dei venti, è uno dei mari più insidiosi che ha navigato e al largo della Sardegna si è imbattuto in una tempesta talmente cazzuta che a momenti ci rimetteva la St. Theodora.


Esco da Tinkertown tutto sommato divertito, anche se per una buona mezz'ora mi sono chiesto cosa capperi ci stessimo facendo lì..
Arriviamo ad Albuquerque piuttosto piallati. La mancanza di sonno dei giorni precedenti si fa sentire. Adocchiamo la piscina del Motel 6, e basta uno sguardo per capirci. Il resto del pomeriggio verrà impiegato in una costruttiva pennichella a bordo piscina. Detto, fatto. Cinque personaggi attorno alla trentina adagiano i loro grotteschi corpi da pensionati sulle sdraio, e poltriscono pigramente fino all'ora di cena, crogiolandosi nel meritato riposo.
Si cena da Trombino ( sic!!! ) ristorante italiano. E anche qui, lo stereotipo regna sovrano, fra tende tricolore, musica "tipica" in filodiffusione, fra arie verdiane, tarantelle e tenori napoletani. La qualità del cibo è a dir poco altalenante. Tento di placare la mia voglia di pesto ordinando linguine che si rivelano discrete. Gli altri, evidentemente ancora nostalgici di quello splendore di Jenny di Clinton, ordinano nuovamente i manicotti, che si rivelano una poltiglia immangiabile.
La bellissima cameriera, una fanciulla alta dal corpicino flessuoso come un giunco e i capelli color oro purissimo, ci consiglia di fare un salto nel locale attiguo al ristorante. Accompagno Filmoya all'hotel, poi raggiungo gli altri sperando che,come in una puntata di "How I Met Your Mother", la valchiria di cui sopra entri nel locale con le sue colleghe per un drink di fine turno. Ovviamente della cameriera neanche l'ombra, in compenso i miei soci si sono già innamorati di una bellezza locale, una specie di Salma Hayek più giovane che con un paio di sorrisi ben assestati, per altro non diretti a noi, conquista i nostri cuori per sempre. O meglio, fino all'avvento della prossima regina di cuori.
Decidiamo di bighellonare un po' in giro, ma senza strafare. Facciamo un giro a piedi lungo Central Avenue, la via dei locali, poi ci installiamo al "Nob Hill" e osserviamo divertiti il bestiario autoctono: ragazzotti squinternati in compagnia di bambolone foderate da vestiti appariscenti ( un po' tanto appariscenti.. Diciamo pure da prostitute in saldo ), qualche chiassoso gruppo di chiattone in partenza verso una pista da ballo, e gli immancabili tamarri ispanici.
Particolare non da poco, riesco inconsapevolmente a brevettare un sistema di scrocco coi baristi che dà risultati a dir poco pregevoli:
A) attirare con fare amichevole l'attenzione del barista
B) ordinare una Coca Light
C) al momento della consegna, lamentarsi ad alta voce che si avrebbe una gran voglia di una buona birra, ma avendo il fato bastardo decretato diversamente, quella sera si è di turno al volante
D) in un moto di simpatia e compassione, il barista dichiara che allora la Coca è "on the house".
Lo stesso barista mi ha fornito ben tre re-fill, e non ha voluto un centesimo! Che gran paese l'America...
Santa Fé by day: mmmmmmmmmmm... Bocciata.
Non perché non sia carina. Non perché non sia vivibile ( anzi... ). Ma perché è così apertamente artificiale che un tipico turista europeo, abituato per lo più a girovagare per centri storici densi di atmosfere e tradizioni risalenti come minimo all'età rinascimentale, non può che esserne infastidito.
Gli edifici, dalle case, alle chiese, ai bazar sono costruiti su misura perché il visitatore medio americano possa soddisfare le sue fantasie a bagnomaria nello stereotipo più smaccato.
Mi sembrava a tal punto di stare gironzolando per un'area di Gardaland o un set hollywoodiano a tema "Once Upon A Time In Mexico", che un paio di volte mi è venuta voglia di dare due rapidi colpi di nocche alle pareti, per accertarmi che non fossero fatte di resina e cartone...
Ecco perché abbandoniamo la città senza troppi rimpianti, dopo che il Putto ha piazzato il colpo grosso, comprando un nuovo obiettivo che aumenta esponenzialmente l'arroganza della sua già cattivissima macchina fotografica.
Bernanillo. Entriamo al Silva Saloon, il locale più caratteristico e famoso dell'intero New Mexico, almeno a detta di uno degli arzillissimi vecchietti che siedono al bancone, intenti a ingurgitare il birrino del mattino. L'arsura del breve tragitto in macchina ci convince a seguire il loro esempio, e stappiamo allegramente la prima Budweiser della giornata, mentre ci guardiamo intorno incuriositi. Il locale è veramente pittoresco: straripa letteralmente di fotografie, ritagli di giornale, targhe di automobili, teste impagliate dei più svariati esemplari della fauna locale, utensili alla Davy Crockett, monili indiani... Il tutto stipato in un ordine studiatamente casuale. Dietro il bancone, c'è un delirio di bottiglie sapientemente accostate per creare un effetto caleidoscopico che manda gli occhi quasi in fusella.
Il proprietario, Felix, è un gioviale personaggio che ci mostra orgoglioso i suoi cimeli. Non appena scopre che siamo italiani, inizia a parlare spagnolo, e il prode Piotrek per l'occasione rispolvera il suo castigliano maccheronico, tenendo amabilmente testa all'ormai entusiasta gestore, che si lancia in un commovente amarcord degli inizi del locale, fondato da suo padre nel 1933, in pieno Proibizionismo, e poi preso in gestione da lui e sua sorella.
Decide che gli stiamo così simpatici che non può mandarci via a mani vuote. Ma avendo esaurito i tradizionali calendari del locale, ci regala un abominevole calendario invernale, quanto mai inadeguato a una terra come quella, e per questo divertentissimo.
Ci congediamo piuttosto euforici: in primis perché abbiamo parlato con uno dei pochi monumenti viventi della vecchia Strada Madre, in secundis perché la birra, ingurgitata a stomaco semi vuoto, ha iniziato ha iniziato a martellare amabilmente i nostri cerebri surriscaldati dall'afa soffocante.
Pranziamo da Burgerboy, un locale abbarbicato su una collinetta un po' sgangherata. Sviluppiamo fantasie pruriginose sulla giovane figlia del proprietario, un grassone dala risata perfino più grassa di lui che, se potesse leggermi la mente, probabilmente spedirebbe la pargola in convento, e me a pedate dentro il suo forno, a dorarmi allegramente insieme alle pizze..
Ore 14.00. Tinkertown, ovvero "il paese dei calderai" poco fuori Albuquerque, ovvero il trionfo del kitsch: una sorta di casa/parco/museo composto di dozzine di vetrine dietro le quali si agitano migliaia di figurine di legno, intagliate con squisita precisione e dovizia di dettagli, e inserite in scene differenti fra loro: il circo, città da Far West, un enorme ferry boat.. Ci infiliamo in cunicoli pieni di cianfrusaglie, corridoi che si aprono su ponticelli sospesi, piccole casupole piene di pupazzi, oggetti dall'uso indecifrabile, targhe che riportano detti più o meno saggi. Sembra di essere teletrasportati in una dimensione ibrida fra il covo dei Bimbi Sperduti di Peter Pan, il villaggio di Memole e una casbah.
La cosa più interessante è di gran lunga la St. Theodora, una barca ora malinconicamente alloggiata in una rimessa ma che tra il 1981 e il 1991 ha fatto il giro del mondo. Le gironzoliamo attorno incuriositi, e conosciamo Fritz, sedicente lupo di mare che l'ha condotta in tutti i mari e gli oceani del globo. La sta rimettendo a nuovo, ma si ferma volentieri per raccontarci un paio di aneddoti della sua decennale epopea. Ha l'aria da vecchia pellaccia che ne ha viste tante, ma potrebbe essere anche un magnifico ballista, per quel che ne sappiamo. Per colpire noi italici, ci racconta che il Mediterraneo, viste le dimensioni ridotte e la forza dei venti, è uno dei mari più insidiosi che ha navigato e al largo della Sardegna si è imbattuto in una tempesta talmente cazzuta che a momenti ci rimetteva la St. Theodora.
Esco da Tinkertown tutto sommato divertito, anche se per una buona mezz'ora mi sono chiesto cosa capperi ci stessimo facendo lì..
Arriviamo ad Albuquerque piuttosto piallati. La mancanza di sonno dei giorni precedenti si fa sentire. Adocchiamo la piscina del Motel 6, e basta uno sguardo per capirci. Il resto del pomeriggio verrà impiegato in una costruttiva pennichella a bordo piscina. Detto, fatto. Cinque personaggi attorno alla trentina adagiano i loro grotteschi corpi da pensionati sulle sdraio, e poltriscono pigramente fino all'ora di cena, crogiolandosi nel meritato riposo.
Si cena da Trombino ( sic!!! ) ristorante italiano. E anche qui, lo stereotipo regna sovrano, fra tende tricolore, musica "tipica" in filodiffusione, fra arie verdiane, tarantelle e tenori napoletani. La qualità del cibo è a dir poco altalenante. Tento di placare la mia voglia di pesto ordinando linguine che si rivelano discrete. Gli altri, evidentemente ancora nostalgici di quello splendore di Jenny di Clinton, ordinano nuovamente i manicotti, che si rivelano una poltiglia immangiabile.
La bellissima cameriera, una fanciulla alta dal corpicino flessuoso come un giunco e i capelli color oro purissimo, ci consiglia di fare un salto nel locale attiguo al ristorante. Accompagno Filmoya all'hotel, poi raggiungo gli altri sperando che,come in una puntata di "How I Met Your Mother", la valchiria di cui sopra entri nel locale con le sue colleghe per un drink di fine turno. Ovviamente della cameriera neanche l'ombra, in compenso i miei soci si sono già innamorati di una bellezza locale, una specie di Salma Hayek più giovane che con un paio di sorrisi ben assestati, per altro non diretti a noi, conquista i nostri cuori per sempre. O meglio, fino all'avvento della prossima regina di cuori.
Decidiamo di bighellonare un po' in giro, ma senza strafare. Facciamo un giro a piedi lungo Central Avenue, la via dei locali, poi ci installiamo al "Nob Hill" e osserviamo divertiti il bestiario autoctono: ragazzotti squinternati in compagnia di bambolone foderate da vestiti appariscenti ( un po' tanto appariscenti.. Diciamo pure da prostitute in saldo ), qualche chiassoso gruppo di chiattone in partenza verso una pista da ballo, e gli immancabili tamarri ispanici.
Particolare non da poco, riesco inconsapevolmente a brevettare un sistema di scrocco coi baristi che dà risultati a dir poco pregevoli:
A) attirare con fare amichevole l'attenzione del barista
B) ordinare una Coca Light
C) al momento della consegna, lamentarsi ad alta voce che si avrebbe una gran voglia di una buona birra, ma avendo il fato bastardo decretato diversamente, quella sera si è di turno al volante
D) in un moto di simpatia e compassione, il barista dichiara che allora la Coca è "on the house".
Lo stesso barista mi ha fornito ben tre re-fill, e non ha voluto un centesimo! Che gran paese l'America...
lunedì 25 gennaio 2010
Ragazzi Fini, Raffinati e Profondi a Oklahoma City
Questa è una chicca che ho tenuto nascosta persino a mè medesimo per qualche mese, tra il dimenticato e il volontariamente lasciato lì per "rivederla e farmi sorridere tra un po' ".
E in effetti, rivedere questo video dopo quasi 6 mesi in cui avevo resistito alla tentazione di ritirarlo fuori, mi ha fatto parecchio sorridere. Tanto che pensavo di mostrarvelo in occasione della ricorrenza del "mezzo anno" dal mitico viaggio, ormai imminente. Ma non resisto, quindi ve lo posto già oggi..
Ho aggiunto i sottotitoli sia perchè in qualche parte l'audio è meno chiaro, sia perchè credo che rendano il tutto ancora piu' divertente "alla Gialappa's".
Il contesto, come i miei cari compagni di viaggio forse ricorderanno, è quello di post-serata a Oklahoma City, durante il breve tragitto in macchina per tornare al motel. La serata è stata tra le piu' divertenti, con cena da Hooters e brillante post-cena al Coyote Ugly (un paio di aneddoti sono già stati abbondantemente trattati su queste righe..). Livello alcoolico non eccessivo ma buono, ormai scemato al momento di questa ripresa ma con ancora quel retrogusto di "parlantina libera"..
Enjoy!
(per motivi di privacy metto una password conosciuta solo a noi 5 valorosi.. poi si può decidere eventualmente di condividere del tutto..)
E in effetti, rivedere questo video dopo quasi 6 mesi in cui avevo resistito alla tentazione di ritirarlo fuori, mi ha fatto parecchio sorridere. Tanto che pensavo di mostrarvelo in occasione della ricorrenza del "mezzo anno" dal mitico viaggio, ormai imminente. Ma non resisto, quindi ve lo posto già oggi..
Ho aggiunto i sottotitoli sia perchè in qualche parte l'audio è meno chiaro, sia perchè credo che rendano il tutto ancora piu' divertente "alla Gialappa's".
Il contesto, come i miei cari compagni di viaggio forse ricorderanno, è quello di post-serata a Oklahoma City, durante il breve tragitto in macchina per tornare al motel. La serata è stata tra le piu' divertenti, con cena da Hooters e brillante post-cena al Coyote Ugly (un paio di aneddoti sono già stati abbondantemente trattati su queste righe..). Livello alcoolico non eccessivo ma buono, ormai scemato al momento di questa ripresa ma con ancora quel retrogusto di "parlantina libera"..
Enjoy!
(per motivi di privacy metto una password conosciuta solo a noi 5 valorosi.. poi si può decidere eventualmente di condividere del tutto..)
sabato 2 gennaio 2010
Multa!
Stamattina mi è arrivata una lettera dalla National, la società di autonoleggio dove abbiamo preso Barney.
Temevo il peggio, o gli auguri di buon anno, e invece era solo una piccola multa che abbiamo preso l'8 Agosto (quindi il primissimo giorno), immagino a Chicago probabilmente in tangenziale (visto che riporta le 4.14pm), immagino per un piccolo pedaggio non pagato. Non ci sono dettagli se non una sigla "ILTOLL - 35" (illinois toll on highway 35?)
Poco male, la multa è di 40 centesimi, la cosa buffa è che National paga in automatico e ci re-charga di un ulteriore 10 dollari come "administrative fee".
Poco male 2, fanno 10,40 dollari totali, che mi toglieranno in automatico dalla carta di credito e pazienza, mi offrirete una birra quando finalmente riusciremo a beccarci!
Però mi sembrava giusto rendervi partecipi di questa "scoperta", evidentemente la Route non ci abbandonerà neanche nel 2010...
Temevo il peggio, o gli auguri di buon anno, e invece era solo una piccola multa che abbiamo preso l'8 Agosto (quindi il primissimo giorno), immagino a Chicago probabilmente in tangenziale (visto che riporta le 4.14pm), immagino per un piccolo pedaggio non pagato. Non ci sono dettagli se non una sigla "ILTOLL - 35" (illinois toll on highway 35?)
Poco male, la multa è di 40 centesimi, la cosa buffa è che National paga in automatico e ci re-charga di un ulteriore 10 dollari come "administrative fee".
Poco male 2, fanno 10,40 dollari totali, che mi toglieranno in automatico dalla carta di credito e pazienza, mi offrirete una birra quando finalmente riusciremo a beccarci!
Però mi sembrava giusto rendervi partecipi di questa "scoperta", evidentemente la Route non ci abbandonerà neanche nel 2010...
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