(Premessa: oggi scrivo dal portatile scassato di mia sorella, con una chiavetta Wind vomitevole che non riesce a lavorare in UMTS... Metterò le foto non appena possibile, per colorare un po' il post.. Ma a voi interessa soprattutto il mio funambolico uso della parola scritta, right? :-DDD )
Il viaggio verso l’ombelico del mondo ha ormai svoltato energicamente verso la fase paesaggistica. Ci aspetta una full immersion in alcuni dei più maestosi teatri naturali che il Brave New World ha da offrire.
Antipasto coi fiocchi, in attesa dei piatti forti di domani. Ma già qui c’è di che fare indigestione: il “Meteor Crater” immane anfiteatro naturale dal trascurabile diametro di 1,6 Km, risultato dell’impatto avvenuto in tempi immemori fra un simpatico meteorite di 50 m di diametro e il suolo terrestre, che ne è uscito vistosamente ammaccato..
Spettacolo mozzafiato dal quale mi lascio completamente assorbire. Mi viene la malsana idea di scattare qualche foto.. … Dove c…o è la mia seconda scheda di memoria, quella che ho inserito ieri? Quella sulla quale ho immortalato il Painted Desert? No… No… NOOOOOOOOOOOOO!!!
Scarica di porconi strike, di quelli che ribaltano 8 santi in un colpo solo. Per un momento sono così nauseato dalla mia sbadataggine, che quasi mi guasto il piacere dello spettacolo unico che mi sta davanti. Mi siedo, mi calmo, filosofeggio. Faccio un po’ di spazio nella scheda precedente, e centellino con cura le foto.
Mi riunisco agli altri, ignari del fattaccio, giusto in tempo per visitare il museo annesso al belvedere. La cosa più interessante è indubbiamente un inquietantissimo videgiochino con cui un innocuo terrestre afflitto da manie masochistiche può simulare l’impatto fra un corpo celeste ( asteroide, cometa o meteorite ) e il nostro amato globo terracqueo. Il settaggio varabile dei parametri come peso, dimensioni e composizione chimica del suppostone galattico, velocità e inclinazione al momento dell’impatto ecc. garantisce un’ampia gamma di effetti devastanti, dalla distruzione totale del pianeta, allo spopolamento di vaste aree, a sfigati craterici di “soli” 10 Km di diametro. Divertentissimo.
Rimango comunque sull’incazzoso andante, e il mio umore non migliora di certo quando, durante il pranzo rituale al Pizza Hut di Flagstaff apprendiamo che si è sviluppato un incendio piuttosto esteso dalle parti di Sedona, alias la tappa successiva del nostro viaggio.
Da buoni italiani istruiti ad affrontare spavaldamente codeste concatenazioni di sfighe, decidiamo che il canyon non ci merita, e che dopo tutto un bel giro a Flagstaff, che sembra un posto carino, è a questo punto obbligatorio.
Bighelloniamo un po’ senza meta e troviamo un fantastico bugigattolo, uno di quei negozi di dischi di una volta, che ormai in Italia non esistono più: è gestito da un vecchio bucaniere del rock che ha fumato e bevuto di tutto, e ha ancora voglia di curare il catalogo; è una specie di caverna delle meraviglie dove ti aggiri tutto contento e ogni due passi di imbatti in una chicca, un disco indipendente del gruppettino di post adolescenti fattoni che trasuda pura passione per la musica piuttosto che un grande classico venduto di seconda mano ad un prezzo ridicolo. Pungolato dal subdolo Piotrek e dal Putto, che gode nel catechizzarmi sul variegato panorama grunge, faccio incetta di capolavori. Prendo la mia rivincita indottrinando a mia volta il Filmoya sul sacro verbo degli anni Settanta, e inducendolo ad acquistare un Greatest Hits dei Led Zeppelin che mi darà grandi soddisfazioni durante il prosieguo del viaggio verso Kayenta.
Prima di lasciare Flagstaff in direzione nord, ci concediamo una inevitabile birretta al Maloney, un pub del quale mi innamoro perdutamente. È un locale multitasking, nel quale l’avventore può scegliere tra farsi un’overdose di sport dai super schermi al plasma allineati alle pareti, leggere un buon libro fra le centinaia che affollano gli scaffali della zona relax o spiare furtivamente le forme della cameriera brunetta vestita con gonnellino minimal rosso svolazzante e calze nere da collegiale. Decisamente stuzzicante.
Ma neppure questa improvvisata Britney Spears riesce a dissipare completamente le mie preoccupazioni. Non sono ancora riuscito a trovare un fotografo o un negozio di tecnologia, dannazione, e se non recupero in fretta una scheda di memoria, rischio di giocarmi clamorosamente la Monument Valley e il Grand Canyon!
Ma Ganesh corre in mio aiuto. Ti voglio bene, stupida e grottesca divinità antropomorfa…
A Tube City, ultimo centro abitato degno di questo nome prima di Kayenta, troviamo un Radio Shack nel quale mi catapulto senza cerimonie. Il perplesso gestore navajo vede entrare un italiano sudato & trafelato, con occhiali improbabili, bandana tamarra della Route 66, ustioni di terzo grado in faccia e sulle braccia L’italiano si avvicina a grandi passi al banco, e in perfetta cadenza lecchese muggisce quanto segue: “Non capisco un cazzo di foto e macchine digitali, io voglio una scheda come questa!”, per poi puntellarsi coi gomiti sul banco e fissare lo sventurato commesso con fare tra il minaccioso e il supplichevole. Ovviamente il negoziante non ha capito un’acca di quello che ho detto, ma afferra la mia scheda piena, e dopo 30 secondi torna con una meravigliosa gemellina.
Per me è ovviamente una liberazione, la fine del supplizio di Tantalo.
Come sempre mi succede quando sono felice, divento insopportabilmente loquace. Passerò infatti la fase finale del tragitto a farcire i miei sventurati compagni di aneddoti sulla leggendaria debauchery dei Led Zep ( mentre le casse di Barney eruttano i loro classici immortali ) e sulla sequela di delitti del sulfureo Varg Vikernes, fondatore dei Burzum, bassista dei Mayhem, nonché assassino e psicopatico di prim’ordine.
Arriviamo finalmente a Kayenta. È già buio. Siamo stravolti. Check in all’hotel, ci concediamo una cena rapidissima presso un vicino Burger King, poi strisciamo verso i nostri letti in hotel.
Domani levataccia alle 5 di mattina, necessitiamo parentesi morfeica. Good night moon...
Ahhhhhhhh! nonostante quest'improvviso strascico invernale ripensare al caldo afoso di quei giorni mi ha riscaldato le ossa. Grazie Tombz!! Anche per i fantastici aneddoti sui Led Zeppelin ;-)
RispondiEliminaUn saluto festoso a tutti i compari!!!!
Oh che gioia tornare a leggere questi racconti e soprattutto tornare a ricordare qui momenti che, needless to say, ricordo come se i mesi passati fossero giorni.
RispondiEliminaMi tocca proprio provare a trovare il modo di tornare da quelle parti quest'estate, ogni singola riga di questo blog sembra urlarmelo in faccia!