Mai, mai, MAI acquistare ciambelle in negozietti patacconi come quello in cui ci intrufoliamo per placare i morsi della fame… Unte come il peccato, pesanti come la colpa, ci accompagneranno per tutta la giornata fermentando nei nostri stomaci martoriati. Nel mio, almeno…
Assecondiamo poi la passione del Putto e bighelloniamo per un po’ all’interno di un fornitissimo negozio di fotografia, un Elisio della transazione economica di quelli che esistono solo negli Stati Uniti, dal quale un appassionato adeguatamente fornito di contante può portarsi a casa qualunque cosa desideri, incluso un mignolo imbalsamato di Louis Daguerre.
Da questo un Eden del consumatore il buon Marco esce infatti dopo tre quarti d’ora di fallimentare contrattazione e affannosa ricerca, con le pive nel sacco e piuttosto contrariato per i prezzi tutt’altro che competitivi…
Rapido giro di Oklahoma City. Visitiamo un area dedicata alla memoria delle vittime di un attentato di matrice islamica nel 1995. L’area è rettangolare, delimitata da due enormi portali di lucido marmo nero, separati da una vasca di acqua bassa, ai lati della quale ci sono da una parte le lapidi metalliche dedicate ai defunti e dall’altra l’albero che simboleggia i sopravvissuti.
Su un lato esterno del monumento c’è una statua di Cristo che piange, e un muro ricoperto da un reticolo sul quale sono appesi oggetti appartenuti alle vittime, e lasciati lì in loro ricordo.. Trovo una bellissima poesia scritta da un papà e una mamma alla giovane figlia ventiquattrenne. Esprime un dolore così composto e pieno di speranza, che è impossibile non restarne colpiti.
Questo è per me uno dei momenti più autenticamente emozionanti dell’intero viaggio, ancora più prezioso perché totalmente inaspettato..
Brevissima parentesi: un aspetto del popolo americano che ammiro davvero molto è la capacità di celebrare quotidianamente la propria storia, mantenendo vivo e imperituro il ricordo di chi quella storia l’ha costruita o, come in questo caso, subita. Penso sia uno dei molteplici aspetti del grande senso di appartenenza alla loro nazione e ai valori ad essa connaturati. Un fattore, sia detto come semplice constatazione senza alcuna velleità disfattista, sul quale di sicuro non fa perno la nostra italianità, al di là di quanto possa (e debba) affermare il Presidente della Repubblica ogni santo 2 giugno…
Durante la visita, io e Pigoz incrociamo un espansivo personaggio che ci racconta della ex fidanzata peruviana che abita a Roma: un po’ po’ di ragazza che lui ha rivisto l’anno scorso, dopo anni di lontananza e, testuali parole, OH LA LA!
Lasciamo Oklahoma City, e ci inoltriamo in quello che un tempo era territorio indiano, un’immensa pianura dove scorrazzava il popolo pellerossa verso il quale sentiamo innegabilmente una grande affinità elettiva: gli Ar(r)apaho.
A Clinton c’è un gran bel museo dedicato, guarda un po’, alla Route 66. Visita obbligatoria. Le pataccate si sprecano, ma la parte che trovo più interessante è sicuramente una stanza piena di foto d’epoca che creano una piacevolissima atmosfera vintage.
Mi colpisce molto un racconto in prima persona, dal tono sognante e fanciullesco, che parla di un ragazzino che portava acqua agli operai intenti a costruire la strada. La prima volta lui l’aveva portata al suo papà che lavorava a giornata, e il capo cantiere lo aveva notato, gli aveva dato un penny e gli aveva detto che nei giorni seguenti ci sarebbero stati altri penny ad aspettare lui e i suoi amichetti, se avessero portato da bere a tutti i lavoratori.
Nella boutique dei souvenir, io e Jp acquistiamo finalmente un bellissimo libro sulla Route, che lumavamo da quando il Putto qualche giorno prima ne aveva acquistata l’unica copia disponibile presso il negozio fuori St. Louis.
Ora di pranzo. Di fronte al museo c’è un ristorante italiano, Adamo’s, con un insegna che spaccia per piatto tipico dello Stivale dei fantomatici “Manicotti”. Non resistendo alla curiosità, e desiderosi di spegnere per sempre l’inferno di unto e glassa che ancora imperversa dentro noi, lo eleggiamo sede della rituale abboffata di mezzogiorno.
All’entrata veniamo folgorati dalla commovente bellezza di Jenny, la cameriera che sta servendo una pittoresca coppia di mezza età che avevamo già notato al museo.
Ci innamoriamo in blocco, indi ci sediamo, ordiniamo i famigerati manicotti, e constatiamo con sorpresa malcelata che non solo sono commestibili, ma sono pure discretamente buoni… Anche se ad onor del vero Jenny avrebbe potuto servirci nel piatto della biada per cavalli e noi l’avremmo mangiata senza fiatare, trovandola buona come l’ambrosia…
Lasciamo una mancia generosa, venendo ricompensati da uno di quei sorrisi che ti si marchiano a fuoco nell’anima, per non uscirne più.. … … Ok, ok, sono troppo ridondante, quasi parnassiano... Ma Dio, che incredibile pezzo di figliuola…
Il pomeriggio trascorre vagabondando per i vari paesi fantasma che punteggiano la Route, che hanno nomi pittoreschi come “Texola” o “McClean”.

Nel negozio di alimentari di uno di questi sperduti insediamenti, attacco bottone con un monumentale poliziotto texano, un gioviale incrocio fra Chuck Norris e Andre The Giant, che mi spiega nel dettaglio come funziona la super sfida che si tiene ogni giorno al Big Texan Ranch di Amarillo, dove pernotteremo. La sfida in questione consiste nell’ingurgitare entro un’ora un’irrilevante bistecca da 72 oz., (all’incirc 2,2 Kg), con contorno di patatona lessa, cocktail di gamberi e altre atrocità; chi ce la fa senza morire vince il pasto gratis, l’iscrizione nell’Albo della Gloria, e fama eterna; chi non ci riesce deve sganciare 72 bei dollaroni, uno per ogni oz... C'è addirittura un pazzo che ce l'ha fatta in 9 minuti e mezzo...
Riunitomi ai miei soci, scopro che non sono l’unico ad avere fatto incontri con personaggi bizzarri. Tra biker vari, vecchietti che girano per le strade in sella a macchine tagliaerba e benzinai con faccia da serial killer, ce ne sarebbe abbastanza per scrivere un nuovo capitolo di The Texas Chainsaw Massacre..
Finalmente Texas, sicuramente uno degli Stati più evocativi e famosi dell’unione. Pianura, pianura e solo pianura.
Al Ranch, constatiamo con orrore la presenza di un nutritissimo numero di nostri compatrioti. Ci osserviamo con sospetto, quasi con fastidio e stiamo bene attenti a non mescolarci, nonostante gli yankees provvedano a ghettizzarci, sistemandoci tutti nella stessa ala del variopinto motel attiguo al ristorante, così che anziché ad Amarillo sembra di essere nel quartiere Testaccio.
Ci guardiamo in giro, divertiti per lo spettacolo: parcheggi pieni di Harley Davidson, Cadillac con corna taurine innestate sopra il radiatore, un enorme manzo di plastica all’entrata del ristorante e un cartello recante un moto nel quale è racchiuso il dogma cardine di questo stato a dir poco eccessivo: “ Everything in bigger in Texas ”.
Attorno a noi risate, vanterie, gruppi chiassosi di personaggi pittoreschi intenti a tazzare birra texana in attesa della cena a base di carne foderata di carne e ripiena di carne. All’interno di un gruppo particolarmente casinista individuiamo un losco figuro sbracato su una sedia a dondolo, che deve essere indubbiamente il ras dell’intera zona: cranio lucido come una palla da biliardo, cipiglio a metà fra il gioviale e il brutale, pizzettone biondo rossiccio, collo taurino, panza da sultano e una cattiveria potenziale da far paura. Il “cinghialone”, tiene banco fra i suoi soci, come un monarca rilassato dal chiacchiericcio dei suoi cortigiani. Mi dispiace, non ho sue foto a disposizione, perché avevo paura di venire sgamato e di subire una punizione alla Hostel.
Entriamo al ristorante, dove la pacchianeria è una religione: tiri a segno, animali impagliati, pareti ricoperte da foto di sparatorie, targhe commemorative, oggetti indiani, paccottiglia di tutti i tipi. Nella sala da pranzo è magnificamente riprodotto ( in grande, of course ) il clima del tipico saloon da Far West.
Birra texana a fiumi e musica country suonata da un arzillo terzetto itinerante di vecchietti animano la serata e mantengono alto il livello di allegria. Camerieri vestiti da rancheros e cameriere vestite da prostitute con ampie gonne e camicette a sbuffo, girano per i tavoli prendendo le ordinazioni o spingendo i carrelli carichi di piatti stracolmi.
Al centro della sala, c’è lei, la leggendaria pedana con il tavolo della sfida. Ed è occupato! Un ragazzotto che avrà la nostra età è intento a ingurgitare quanta più carne possibile. Ha le braccia lorde di sugo e intigolo sanguinolento, gli occhi che corrono dal cronometro che scorre inesorabile al suo piatto che, povero lui, è ancora pieno di carne. Ha uno sguardo spento e fisso a un chilometro, sta probabilmente sperimentando una crisi mistica e da alcuni poderosi sollevamenti del suo petto pare prossimo a condividere col pubblico il chilo abbondante di fibre animali da lui ingollate poco prima. Fortuna che di fianco al tavolo c’è un bidone di plastica che potrebbe rivelarsi presto molto utile… A un certo punto si arrende, collassa sulla sedia, riceve un caloroso applauso e un bombardamento di foto, dopodiché scompare nel bagno ad alleggerirsi..
Dopo questo spettacolo indegno ordiniamo delle modeste bistecche da 24 oz, ovvero quasi otto etti di roba. Noi non siamo mica così ingordi..
Poco dopo, un altro avventore sfida il locale. Il capo cuoco sale sulla pedana e blatera qualcosa in texano stretto. Lo sfidante viene presentato, applaudito e fotografato. Si accomoda come un pascià gli viene portata una bistecca di dimensioni agghiaccianti, lui ne saggia la cottura, annuisce, fa partire il cronometro e si lancia all’assalto con la costanza e la metodicità di un soldato della Wehrmacht. Dopo averlo accecato di flash, tutti tornano al proprio tavolo, e lo lasciano in pace. Lance ( così ribattezzato per l’evidente somiglianza con Armstrong ) ha deciso di adottare un inadeguato approccio da mezzofondista, sminuzzando la bestia in piccoli pezzi e imboccandosi continuamente. Ostenta sicurezza, ma anche lui verrà pietosamente sconfitto.
Nel frattempo il primo cuore impavido riemerge dal bagno, e si siede ad un tavolo a poca distanza da noi, da dove fino a poco prima i suoi due soci, un ragazzo squinternato quanto lui e una bella fanciulla mora, lo sfottevano simpaticamente.
Vado a conoscerlo. Si chiama Chris, mi racconta che è stato in Francia e Spagna quando era nell’esercito e che rimpiange di non avere visitato l’Italia. Quando gli dico che sono italiano si esalta: “That’s awesome, man!” , mi tira una pacca sulla schiena che a momenti mi fa sboccare addosso a Filmoya, e mi regala una piccola riproduzione in plastica dell’assurdo veicolo con il quale gira l’America per lavoro: una enorme hot-dog machine, sulla quale, in compagnia dei due colleghi, sponsorizza la più famosa marca americana di hot dog.
Cacciamo quattro balle, poi i tre si avviano barcollando verso l’uscita. Li vediamo mentre salgono su una delle “free limos” a disposizione dei clienti troppo dilaniati per tornare a casa da soli.
Una mezz’ora dopo anche noi ci spalmiamo sulla branda. Sono pieno come un uovo. Mi addormento pregando la divinità della carne di farmi evitare una notte da tregenda. NON verrò esaudito.
Nessun commento:
Posta un commento