Premessa: in tutte le vacanze on the road arrivano inevitabilmente giornate senza particolari highlights; tappe che potremmo definire “strutturali”, ovvero di transizione verso luoghi e paesaggi più interessanti.. Dato che la tecnologia di cui oggi disponiamo non ci ha (ancora) dotati della capacità di teletrasportarci da un posto a un altro, il viaggiatore entusiasta è obbligato sorbirsi questi lunghi tratti di strada tutto sommato anonimi, a malapena degni di nota, ma che hanno l’innegabile pregio di condurre verso nuovi ed eccitanti capitoli dell’avventura sull’asfalto.
Sapete che vi dico? VA BENE COSì.
In un viaggio c’è bisogno anche di parentesi di quiete, in cui un vagabondo trova il tempo di riflettere su quanto di nuovo ed inconsueto si è da poco lasciato alle spalle, di riordinare un po’ immagini e impressioni per trarne qualche insegnamento o, se si sente particolarmente coraggioso, di ripercorrere addirittura gli errori del passato in funzione delle scelte del futuro.. La strada aiuta a pensare, specie se non c’è altro da fare che macinare chilometri.
Inoltre, senza giornate strutturali non ci sarebbero giornate eccezionali, quelle in cui il cervelletto febbricitante è sottoposto a un tale bombardamento di input da rischiare il crash del sistema.
Questo detto, mi sia concesso aggiungere che:
- Trattasi di “giornata strutturale” sulla Route 66, e scusate se è poco.
- La monotonia delle ore di macchina è stata ampiamente riscattata da una serata fenomenale, almeno per chi di noi poteva innaffiarsi il gozzo. Povero Piotrenka…
- In 18 giorni di viaggio, 2 di transizione ( il tragitto da San Diego a Los Angeles mi ha quasi ucciso.. J ) sono un compromesso per il quale avrei firmato a priori col sangue.
Ma andiamo con ordine.
In mattinata, dopo la colazione, facciamo conoscenza con una dolcissima coppia di arzilli vecchietti, che ci rivolgono la parola dopo avere sentito per caso l’italico idioma: lei, distinta signora innamorata di Roma; lui, veterano della guerra di Korea, il cui bisnonno è originario di Fabriano, ovvero luogo che ha dato i natali ai cugini Mezzanotte! La coincidenza è a dir poco incredibile… L’anziano si gasa da far paura, e si mette a raccontare di come il bisnonno in questione avesse trovato in America tre baldi giovani disposti a sposare le sue tre adorabili figlie marchigiane, che avevano perciò raggiunto il padre per dare inizio alla dinastia oltreoceano..
Smaltita la sorpresa, ci portiamo parecchio avanti, e incontriamo i primi leggendari gagliardetti dipinti in bianco sull’asfalto granuloso.
Fugace mordi e fuggi attraverso lo stato del Kansas. Oltrepassiamo paesini fantasma, composti da fatiscenti edifici di legno. Non c’è un anima in giro, ma la cosa non ci sorprende più di tanto: visto che l’attività principale da queste parti sembra essere l’estrazione del carbone, gli abitanti devono essere tutti infornati in miniera a darci dentro con trapano e piccozza..
Pranzo da Mattie’s una steak house attorniata da vetture pittoresche e pick up giganteschi. La specialità della casa sembra essere l’hamburger in versione diesel: il canonico paninazzo rigurgitante grassi che alla sola vista fa scoppiare in lacrime il fegato martoriato; il primo morso non è niente di che, sopracciglia si inarcano con disappunto; al terzo morso il palato canta un’aria di Placido Domingo; all’ultimo boccone devi prenderti a schiaffi per non ordinarne un altro. Mentre i miei soci divorano estasiati i loro burgers, io ripiego su dei bocconcini di pollo che, anziché grigliati come speravo, sono ricoperti da un’armatura fritta di 3 cm di spessore..
“Mucche, dove siete?” geme il Putto sull’orlo delle lacrime. Ma oramai la notizia delle nostre barbare scorrerie mangerecce deve essersi sparsa fra la locale popolazione bovina, i cui numerosi esemplari devono essere fuggiti per salvare le loro inutili vite di produttori di sterco e metano, cedendo i pascoli invitanti a sparuti gruppetti di cavalli, i quali ci osservano con ottusa arroganza, certi di farla franca.. Non date nulla per scontato, sciocchi equini..
È necessario sopravvivere, indi per cui per placare l’arsura ci inforniamo in un negozio il cui commesso si rivela uno sfegatato fan di calcio. Mai nella mia vita avrei pensato di dissertare della competitività della nazionale Usa a Sud Africa 2010 con un tifoso dell’Aston Villa in insulso negozio di un’insulsa città dell’Oklahoma. Salutiamo il giovane fanatico dopo esserci sorbiti una sua teoria sulla nascente scuola americana di portieri, facente capo all’ormai leggendario Toni Meola. Succhiamo bibite ghiacciate come gorghi, poi decidiamo di fuggire a gambe levate da questo locus horribilis.
Well, sono disposto ad accettare la possibilità che forse siamo stati un po’ ingenerosi nei confronti di Tulsa. Magari arrivando di sera avremmo potuto immergerci in una realtà completamente diversa, palpitante di vita e di interessi.. Dicono che da queste parti si tenga una delle 10 migliori Oktoberfest del mondo.. Ma come disse il biondo Marshall Mathers, tutto quello che abbiamo è “one shot, one opportunity”, e Tulsa con noialtri l’ha malamente sprecata..
Ci addentriamo in una regione collinare, la MotherRoad segue le ondulazione del terreno in una specie versione agreste di roller coaster californiano..
Sulla nostra Bibbia della Route 66 i miei soci individuano una foto molto interessante scattata alle porte di Chandler, a due passi da noi: un bel simbolo della Route, un cane che attraversa la strada. Il demone della fotografia si impossessa di un paio di noi, e scatta immediata la ricerca della location, per piazzare un paio di scatti di classe. L’esito dei nostri sforzi è spettacolarmente fallimentare, dello scorcio in questione neppure l’ombra.. Azzardiamo deviazioni su strade secondarie, ci avventuriamo addirittura sullo sterrato, in luoghi che andrebbero benissimo per girare il sequel di Non aprite quella porta.. Ma niente da fare..
Mentre i compagni si dannano per trovare il sunnominato set fotografico, io me ne sto in fondo al van, comodamente installato in quello che abbiamo ribattezzato “il pensatoio”, a godermi il paesaggio e la musica di sottofondo, cullandomi in uno stato di totale beatitudine ( ma allo stato mentale del viaggiatore on the road parlerò diffusamente nel post di epilogo )
Sono ormai le 19 passate quando arriviamo al punto di interesse seguente, una stazione di servizio di nome Pop’s. Il motivo per cui è segnata sulla Guida è che sul prato antistante c’è un cumulo di grossi cerchi di plastica sovrapposti concentricamente a formare la sagoma di un’enorme bottiglia, con tanto di cannuccia.
La bizzarra attrazione è visivamente carina di sera, quando i cerchi si illuminano di colori fosforescenti che risaltano nell’oscurità. Purtroppo quest’oggi fratello sole ha deciso di prendersela con calma e, dopo una buona mezz’ora di sosta per berci una delle atroci bibite del chiosco dal design ultramoderno, è ancora sufficientemente alto nel cielo da indurci a decidere che in fin dei conti possiamo fare a meno delle foto del bottiglione illuminato e che abbiamo necessità molto più impellenti, ovvero una doccia e del cibo.
Rotta per Oklahoma City, dunque, che risulta fortunatamente molto più interessante di Tulsa. Non che ci volesse granché, onestamente. Scusa John Starks.
Le premesse a dire il vero sono sconfortanti: rituale installazione al Super 8 di turno, la gentile signora alla reception ci informa candidamente che a OC non c’è granché da fare..
Cinque minuti dopo l’onestissima signora mi ricompare davanti per confessare che si è accorta di averci dato 10 $ in meno di resto, e mi porge una banconota profondendosi in scuse.. Io, povero imbecille offertosi come cassiere, non me ne ero neppure accorto..
Entriamo famelici a Bricktown, il quartiere dei divertimenti, con aspettative ridotte al lumicino e la guardia abbassata.. E Oklahoma City, bontà sua, ci piazza sul piatto le sue “attrazioni”, con una combinazione devastante di destro-sinistro che ci mette ko!
Ceniamo da Hooter’s. All’entrata veniamo accolti da un “Hiiiiiii” modulato da un coro di voci flautate che ci introducono in quello che senza timore di venir smentito definirei un nido di fate, che svergogna senza difficoltà ogni locale della stessa catena che abbia avuto l’onore di averci per clienti. Ovunque ci giriamo c’è solo bellezza, fanciulle snelle come giunchi ma dalle forme piene e sode, volti degni di una romanza incorniciati da serici capelli biondi da o impertinenti boccoli bruni…
Non voglio aggiungere altro, se non che trascorrerei la mia intera vita a far sorridere Kirsten.
Veniamo serviti da Jessica, una morettina tutto pepe di 19 anni dal sorrisino malizioso e dai solidi argomenti strizzati in una canottierina bianca in evidente difficoltà. Mentre mangiamo osserviamo le semidee si aggirano con grazia per il locale, intrattenendo i clienti o ridendo e confabulando fra loro.
Nel frattempo scambiamo due chiacchiere con Jessie, la cui cortesia mi sembra onestamente preconfezionata, della serie “cerchiamo di spremere questi gonzi il più possibile..” Ci chiede se anche gli italiani in Italia escono durante il loro tempo libero, ci dice che non è mai stata fuori dall’Oklahoma e che sta organizzando con una amica di fare un fine settimana a Denver, in Colorado. Quando ci informa che se vogliamo possiamo avere una maglietta di Hooter’s firmata da tutte loro, la poesia svanisce del tutto.. Rifiutiamo gentilmente.
È ora di andare. Abbandoniamo le tortorelle al loro destino e ci rituffiamo nel sordido mondo. Non possiamo fare a meno di ribadire che una catena di locali sulla falsariga di Hooter’s sarebbe impensabile nello Stivale: vista la famigerata buona educazione del maschio italico medio, dopo dieci minuti dal primo giorno di apertura avremmo come minimo un principio di rissa e una denuncia per molestie.. Senza contare che le cameriere verrebbero da subito bollate come prostitute dagli zotici avventori e mercificatici del corpo femminile da qualche volpina femminista o da qualche prelato dal naso aquilino…
Dopo dieci metri ci imbattiamo in un Coyote Ugly. Oltrepassiamo con lo sguardo il buttafuori, una ragazza in piedi sul bancone sta intrattenendo la folla dei clienti, mentre dal soffitto pende una foresta di reggiseno.
Ok, si entra. Veniamo ricompensati da un tipico spettacolo nazionalpopolare dagli ingredienti eterogenei: danza, sensualità, giocosità, un pizzico di volgarità… Piacenti fanciulle si alternano nell’intrattenimento, ancheggiando sul bancone, ballando alla cowboy, coinvolgendo i presenti in giochi di gruppo come “mimo”, “indovina la canzone” ecc.
Si susseguono scenette esilaranti, come lo shoot out a colpi di Liquidator, i cui getti vengono generosamente elargiti da una brunetta in shorts di jeans, gilet e stivali da cavallerizza. Ne fa le spese il sottoscritto, ovviamente, che si becca un paio di schizzi in pieno petto…
Un tale meno fortunato viene colpito nell’occhio e la pistolera lo apostrofa con un significativo: “Ops, I gotcha in the eye? Well, now you know how it feels like!|” Battuta sconcissima che scatena una risata cosmica..
Immancabili momenti hot, fra strusciamenti vari tra bariste, e shottini di superalcolici infilati in bocca alle clienti già alticce durante bizzarre parodie di riti sacrificali..
Ho in corpo un mezzo gallone di Budweiser. Anche gli altri ci danno dentro, tranne il povero Pietro che è di turno alla guida. Intravedo il buon Pigozzo che è riuscito abilmente ad attaccare bottone con una biondina. Mi lascio trasportare dal pirotecnico finale: la soundtrack si fa più rockeggiante e dagli altoparlanti si riversa un dittico da paura: “Paradise City” dei Guns e “Wherever I May Roam” dei Four Horsemen, cantate con trasporto da tutto il locale, bariste comprese.. Ma quando mi ricapita???
Tutto euforico ottengo una foto con una delle ragazze, ma subito dopo mi trovo di fronte il grosso buttafuori nero che mi fa: “ How come you didn’t ask me too?” Risate generali, poi tutti in posa per una foto anche con lui.
Mentre torniamo in hotel mi perdo in discorsi blasfemi da ubriaco, fra battesimi, oscurantismo clericale e maschilismo imperante in Italia.. Chiedete a Jp per maggiori delucidazioni, io non ricordo granché…
Oooh, bentornata la cronaca!
RispondiEliminaPrima di tutto, non ti permettere di trattare con questa supponenza Pop's.. it's pretty awesome.
Per quanto riguarda poi l'interessante introduzione iniziale.. io neanche giustificherei le lunghe ore di viaggio come un "male necessario". Sinceramente non mi sono praticamente mai annoiato (nonostante stiamo parlando di decine e decine di ore di macchina!), vuoi per la compagnia, vuoi per il paesaggio, vuoi per la voglia di perdersi nei propri pensieri.
Poi è vero che ci sono state giornate piu' pesanti delle altre, e quella che citi da San Diego a Los Angeles è stata davvero la peggiore..eravamo tutti distrutti!
Però per esempio oggi, in questo istante, darei non so cosa per essere ancora all'inutile e insulsa Tulsa a spaccarmi i maroni sotto il caldo..
Aahahaha e non mi ricordavo del tuo video blasfemo, devo assolutamente andare a ripescarlo.
Ci vediamo a Bricktown stasera, mi raccomando non fate tardi che alle 22 chiude tutto e non vorrei finire a mangiare ancora in quel postaccio
Michele io stasera ho iniziato a preparare le slide per la proiezione del fotoclub.. e leggo le tue cronache avidamente, grazie per rendere cosi' vivi i ricordi che le semplici foto da sole non riescono a fare... cazzo quanto vorrei anche io essere nel caldo torrido di Tulsa...
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